Paolo Sorrentino: “Parthenope, il mio film più emotivo. Racconto una donna per rivivere l’incanto”
dalla nostra inviata Arianna FinosCANNES – Paolo Sorrentino che significa per lei essere in concorso al Festival con “Parthenope”?
«Essendo l’ultimo film che ho fatto, come sempre rappresenta tutto. Sembra che i precedenti siano stati un semplice allenamento per arrivare a questo punto».
È una storia di ricerca della libertà, e della solitudine che vi si accompagna.
«Ci sono tanti temi. Di sicuro c’è quanto può essere misteriosa una donna, come può esserlo un essere unano semplicemente perché è altro da noi, misterioso per definizione. C’è la ricerca delle libertà, che spesso implica la solitudine. Gli altri non si sentono invitati alla festa della libertà che una persona sta mettendo in atto. E per questo si rimane soli. Quando si è liberi si fa diventare goffo il prossimo. Che sopporta molte cose, tranne questa».
Al centro di questo film c’è una protagonista femminile.
«Ho rinunciato subito alla missione di raccontare una donna, non penso che possa essere il compito di un uomo. Ma mi interessava mettere in sint…
CANNES – Paolo Sorrentino che significa per lei essere in concorso al Festival con “Parthenope”?
«Essendo l’ultimo film che ho fatto, come sempre rappresenta tutto. Sembra che i precedenti siano stati un semplice allenamento per arrivare a questo punto».
È una storia di ricerca della libertà, e della solitudine che vi si accompagna.
«Ci sono tanti temi. Di sicuro c’è quanto può essere misteriosa una donna, come può esserlo un essere unano semplicemente perché è altro da noi, misterioso per definizione. C’è la ricerca delle libertà, che spesso implica la solitudine. Gli altri non si sentono invitati alla festa della libertà che una persona sta mettendo in atto. E per questo si rimane soli. Quando si è liberi si fa diventare goffo il prossimo. Che sopporta molte cose, tranne questa».
Al centro di questo film c’è una protagonista femminile.
«Ho rinunciato subito alla missione di raccontare una donna, non penso che possa essere il compito di un uomo. Ma mi interessava mettere in sintonia il mio lato femminile con quello di un personaggio femminile. Quando parlo delle angosce e dei dolori relativi al tempo che passa, gli uomini mettono in moto il proverbiale infantilismo, fingendo che non li riguardi. Invece, con le donne sento una corrispondenza, parliamo lo stesso linguaggio».
C’è Napoli, nella complessità, nella grande bellezza e nel lato oscuro. Diversa da quella che abbiamo visto in “È stata la mano di dio”.
«Lì la città era uno sfondo, legata a dei luoghi, quelli in cui ero cresciuto. Qui c’è più l’ambizione, effettivamente, di raccontare più a fondo le contraddizioni della città, di farlo attraverso personaggi che poi si ergono a simboli delle diverse anime della città. Personaggi che fanno da corollario amoroso e non alla vita di Parthenope. C’è un sentimento forte con il fratello, il primo amore, quello paterno verso il suo professore, quello mancato per un malavitoso, quello per il vescovo. E per le due insegnanti Isabella Ferrari e Luisa Ranieri, che più di tutti le dicono qualcosa di vero su bellezza e solitudine, sul vivere con quella cosa informe ed eterea che è il successo».
Parthenope abbandona Napoli.
«A Napoli tutto è teatrale. Parthenope si stanca di perpetrare questa rappresentazione infinita di sé, lascia la città alla sua eterna recita. E così la ritrova, dopo quarant’anni dopo, in pieno festeggiamento per lo scudetto».
Lei ha detto che “La grande bellezza” e “Parthenope” sono due film rovesciati.
«Sì: il primo è uno sguardo sul mondo fatto di disincanto, nel secondo domina l’incanto: entrambi hanno al centro un personaggio guida».
Due anni fa intervistammo su Repubblica Gary Oldman e lui ci disse: “Deve dire a Paolo Sorrentino che voglio fare un film con lui”. Ed ora eccoci qui.
«E io ho letto l’intervista e l’ho chiamato il giorno dopo. Averlo è stato un regalo. Il suo è un personaggio piccolo, ma importante. È una delle anime della della città: la fascinazione dello straniero nei confronti di Napoli viene da molto lontano, interessante. Ma non è solo, il personaggio è il contraltare di Parthenope, John Cheever non ha il coraggio, la forza, l’età per essere libero come Parthenope».
Questo non è un film su nostalgia e rimpianti.
«No. Racconto il passaggio dell’età. Da giovani si è spensierati, ci si abbandona al sogno, al desiderio, si danza davanti allo specchio, si fa un racconto epico di sè. Poi passi dalla vita estetica ad etica, si diventa responsabili, diventi quel che sei. E spesso non ti piaci, tenti tante volte di uscire da te stesso, non ce la fai, e allora diventi Stefania (Sandrelli, che incarna Parthenope nell’età adulta ndr.), accetti ciò che sei, con la possibilità, però, di stupirti ancora una volta».
Con che sentimento consegna questo film al pubblico?
«È un film che ho fatto in maniera molto emotiva e sentimentale, e spero che questa dimensione arrivi. In altri film ambivo forse più a far ridere. In questo ancor di più a fare piangere».