Paolo Sorrentino, ecco i sogni e i dolori di ‘Parthenope’. La recensione del nuovo film del regista premio Oscar
di Alberto CrespiPaolo Sorrentino sostiene che la giovinezza ha il diritto di mentire. Da giovani ci si racconta un futuro che magari non si avvererà. Quando gli abbiamo detto che anche il cinema ha lo stesso diritto, e che quindi cinema e giovinezza sono forse la stessa cosa, ha sorriso: “Questa me la rivendo”. Gli diamo volentieri il copyright e usiamo questo concetto per cominciare a parlarvi di Parthenope, passato ieri in concorso al 77esimo festival di Cannes (uscirà in autunno, abbiate pazienza).
Partiamo da una dichiarazione d’intenti: gli artisti hanno licenza di bugia. Lo aveva Fellini, in maniera adorabile e spassosa. Lo ha Bob Dylan, nella sua autobiografia Chronicles. Parthenope è un’autobiografia immaginaria, l’altra faccia della Luna rispetto a È stata la mano di Dio in cui Sorrentino raccontava la vera storia della sua famiglia. Gli unici dati di cronaca che legano i due film sono gli scudetti d…
Paolo Sorrentino sostiene che la giovinezza ha il diritto di mentire. Da giovani ci si racconta un futuro che magari non si avvererà. Quando gli abbiamo detto che anche il cinema ha lo stesso diritto, e che quindi cinema e giovinezza sono forse la stessa cosa, ha sorriso: “Questa me la rivendo”. Gli diamo volentieri il copyright e usiamo questo concetto per cominciare a parlarvi di Parthenope, passato ieri in concorso al 77esimo festival di Cannes (uscirà in autunno, abbiate pazienza).
Partiamo da una dichiarazione d’intenti: gli artisti hanno licenza di bugia. Lo aveva Fellini, in maniera adorabile e spassosa. Lo ha Bob Dylan, nella sua autobiografia Chronicles. Parthenope è un’autobiografia immaginaria, l’altra faccia della Luna rispetto a È stata la mano di Dio in cui Sorrentino raccontava la vera storia della sua famiglia. Gli unici dati di cronaca che legano i due film sono gli scudetti del Napoli: là c’era Maradona, qui ci sono le immagini girate durante la festa per il campionato vinto nel 2023.
Parthenope è Napoli, ed è il nome della bambina che nasce nella prima scena, in un meraviglioso palazzo “a mare” sotto Posillipo. Il parto avviene in acqua, mentre i familiari osservano, compreso un armatore – per il quale lavora il padre – che ricorda assai il “mitico” Achille Lauro.
Parthenope (la bravissima esordiente Celeste Dalla Porta) cresce e diventa una bellissima ragazza, ma ben presto la sua vita viene segnata dal dolore. All’università, studia antropologia. Il suo professore (uno strepitoso Silvio Orlando) si chiama Marotta: è uno dei tanti riferimenti alla cultura (e all’antropologia, come no?) napoletana dei quali il film è disseminato. C’è ad esempio, almeno crediamo, un piccolo omaggio subliminale a un collega: le signorine eleganti della Napoli bene escono in ghingheri da un negozio la cui insegna recita “Martone”, e il padre di Mario Martone lavorava appunto nel ramo dell’abbigliamento. Parthenope si laurea con lode e bacio accademico, ma la sua vita ha una svolta inattesa: Marotta le consiglia di partecipare a un concorso per la cattedra di antropologia a Trento, insegnare lì qualche anno e poi tornare a Napoli per prendere il suo posto. Ma quando il film ci porta nel 2023, e Parthenope diventa Stefania Sandrelli, scopriamo che ha insegnato al Nord per quarant’anni e torna a Napoli solo dopo la pensione. Nel finale la vediamo percorrere… via Partenope!, il lungomare davanti a Castel Dell’Ovo dove si svolge una scena cruciale (il funerale di un bambino) di L’oro di Napoli di Vittorio De Sica. Ispirato a un libro di Giuseppe Marotta…
Perché torniamo a Marotta? Perché ci sembra la chiave giusta per entrare nella “finzione” autobiografica di Sorrentino. Marotta era anche un formidabile critico cinematografico. In una celebre recensione di La strada di Fellini, inventò una formula meravigliosa: scrisse che in quel film Fellini sembrava rivolgersi agli attori, alle cose, ai paesaggi, al mondo dicendo loro “facite ‘a faccia poetica”. È la stessa preghiera laica che Sorrentino rivolge qui alla sua città, che in È stata la mano di Dio era invece raccontata con stile più sobrio, più “in prosa”. È una brutta bestia, la poesia al cinema. Ma qui sembra che Napoli obbedisca: fa la faccia poetica, e ogni sequenza è un’invenzione, con tocchi spesso folgoranti. Come nella lunga scena dell’incontro con il cardinale (Peppe Lanzetta, inquietante) che sovrintende al miracolo di San Gennaro, che è insieme mistica e scabrosa, due registri che Sorrentino padroneggia – scusate il bisticcio – in modo quasi miracoloso.
È legittimo dire che Parthenope è La grande bellezza a Napoli, anziché a Roma? Forse sì. Ma qui c’è un tirante narrativo più solido: la protagonista, che osserva il mondo da lontano, con ironia, e lo vede come una commedia (del resto, dice il professore, il più grande antropologo è Billy Wilder) in cui si cela un grande dolore. Il dolore di una perdita, certo; ma anche un dolore ancestrale. Parthenope nasce in mare e ha il nome di una sirena; “tu sei una divinità”, le dice il primo ragazzo che la ama. Ma le parole che chiudono il film ci avvertono: “Dio non ama il mare”. Se lo dice un napoletano, sarà bene ascoltare.