Quel palmarès di Cannes in cui le storie delle persone sono quasi più emozionanti dei film
di Alberto CrespiPer una volta vorremmo commentare il palmarès di Cannes parlando di alcune persone, anziché dei premi. Ci sono stati tre momenti di clamorosa emozione, durante la cerimonia di questo 77esimo festival. Uno era paradossalmente legato a una delusione: I semi del ficus sacro dell’iraniano Mohammad Rasoulof era un’ovvia e sacrosanta Palma d’oro, invece la sensazione è che la giuria sia rimasta spiazzata dal suo passaggio in competizione l’ultimo giorno, venerdì. I giurati presieduti da Greta Gerwig si sono inventati un “premio speciale”, extra palmarès, che forse è importante e forse no, chissà. Rasoulof, grande regista da anni perseguitato dal regime di Teheran per le sue posizioni di dissenso e per il sostegno al movimento “Donna pace libertà”, è arrivato a Cannes in modo a dir poco rocambolesco: ha abbandonato il suo Paese attraversando il confine a piedi, “entrando – sue parole – in un altro stato che preferisco non nominare”.
Per una volta vorremmo commentare il palmarès di Cannes parlando di alcune persone, anziché dei premi. Ci sono stati tre momenti di clamorosa emozione, durante la cerimonia di questo 77esimo festival. Uno era paradossalmente legato a una delusione: I semi del ficus sacro dell’iraniano Mohammad Rasoulof era un’ovvia e sacrosanta Palma d’oro, invece la sensazione è che la giuria sia rimasta spiazzata dal suo passaggio in competizione l’ultimo giorno, venerdì. I giurati presieduti da Greta Gerwig si sono inventati un “premio speciale”, extra palmarès, che forse è importante e forse no, chissà. Rasoulof, grande regista da anni perseguitato dal regime di Teheran per le sue posizioni di dissenso e per il sostegno al movimento “Donna pace libertà”, è arrivato a Cannes in modo a dir poco rocambolesco: ha abbandonato il suo Paese attraversando il confine a piedi, “entrando – sue parole – in un altro stato che preferisco non nominare”.
E ieri sera ha dedicato il premio a tutti i suoi collaboratori che sono ancora in Iran “sotto la pressione dei servizi segreti”, invitando il mondo “a non permettere alla repubblica islamica di trattare il popolo iraniano in modo violento e totalitario”. Gli altri due momenti emozionanti sono stati il premio per l’interpretazione femminile all’ensembe di Emilia Pérez, il narco-musical di Jacques Audiard. È stato stupendo vedere l’attrice transgender Karla Sofia Gascón ringraziare anche per conto di Zoe Saldana e Selena Gomez, dedicando la vittoria a tutte le persone trans che soffrono nel mondo e definendo Jacques Audiard “il miglior regista della galassia con il permesso di George Lucas”.
E poi, appunto, è arrivato Lucas. La Palma alla carriera gli è stata consegnata da Francis Coppola, il vecchio amico che gli diede il primo lavoro negli anni 60 sul set di Sulle ali dell’arcobaleno: l’abbraccio fra i due veterani è stato commovente, anche quando Coppola ha ricordato a Lucas che doveva portarsi il premio a casa (George se lo stava dimenticando sul palco). E la Palma d’oro? Già, quasi dimenticavamo. L’ha vinta Anora di Sean Baker, 53 anni, ultimo degli indipendenti americani: una storia alla Pretty Woman girata, parola del regista, nello stile della New Hollywood degli anni 70. Baker si è inginocchiato di fronte a Lucas e in fondo ha raccolto un testimone: a quanto pare lo spirito di quella Hollywood “alternativa” non è ancora morto.