La lite tra Paolo Virzì e Micaela Ramazzotti e i titoli di coda del film che è la nostra vita
di Stefano CappelliniDella vicenda che ha coinvolto Paolo Virzì e Micaela Ramazzotti, ex coniugi, lui regista e lei attrice di tanti film del non più marito, protagonisti l’altra sera di una accesa litigata in un ristorante romano all’Aventino, non bisogna parlare. Direte voi: bella contraddizione, e questo articolo allora cos’è? Un omaggio all’arte di entrambi e alle vite sgangherate di tutti noi. Un invito a non indagare, a non impicciarsi, a non giudicare.
Di questa storia che conosciamo a grandi linee, dei piatti lanciati, delle parole fuori controllo, del nuovo compagno di lei, personal trainer coinvolto nella rissa, non vogliamo conoscere alcun dettaglio, chi ha cominciato, chi ha detto cosa, chi ha lanciato e chi ha schivato. Se ci sono strascichi, se ne occuperanno al limite avvocati e carabinieri, speriamo ancora di no. Avremmo preferito non sapere nulla di questa storia, in generale. Sia chiaro, non perché la notizia rovini l’immagine dell’uno o dell’altra, turbi un ideale, danneggi la reputaz…
Della vicenda che ha coinvolto Paolo Virzì e Micaela Ramazzotti, ex coniugi, lui regista e lei attrice di tanti film del non più marito, protagonisti l’altra sera di una accesa litigata in un ristorante romano all’Aventino, non bisogna parlare. Direte voi: bella contraddizione, e questo articolo allora cos’è? Un omaggio all’arte di entrambi e alle vite sgangherate di tutti noi. Un invito a non indagare, a non impicciarsi, a non giudicare.
Di questa storia che conosciamo a grandi linee, dei piatti lanciati, delle parole fuori controllo, del nuovo compagno di lei, personal trainer coinvolto nella rissa, non vogliamo conoscere alcun dettaglio, chi ha cominciato, chi ha detto cosa, chi ha lanciato e chi ha schivato. Se ci sono strascichi, se ne occuperanno al limite avvocati e carabinieri, speriamo ancora di no. Avremmo preferito non sapere nulla di questa storia, in generale. Sia chiaro, non perché la notizia rovini l’immagine dell’uno o dell’altra, turbi un ideale, danneggi la reputazione del regista impegnato e dell’attrice musa, ma perché – quando non ci sono di mezzo reati – esiste qualcosa di ancora più importante del diritto alla riservatezza: il diritto di essere come tutti. Che, in quanto anche desiderio di essere come tutti, titolo del romanzo valso lo Strega a Francesco Piccolo, era appunto un fantozziano urlo liberatorio dall’obbligo di essere perfetti e aderenti a un canone, comunisti e dunque moralisti, comunisti e dunque superiori.
Non che qui c’entri il comunismo, soltanto l’indulgenza che meritano le deviazioni da una fantomatica postura morale, l’umana trasgressione delle regole del vivere civile, ogni dolore che erutta in modo non conforme, quel tipo di dolore che chiunque ha vissuto almeno una volta, e chi non l’ha vissuto si goda il privilegio e taccia. Ognuno di noi è solo, sbandato e balordo in una zona di sé, scriveva Natalia Ginzburg. Che poi, chi più di Virzì lo ha raccontato e messo in prosa negli ultimi anni?
Il regista che meglio ha raccontato l’Italia postmoderna è anche il meno manicheo. Ferie d’agosto, il capolavoro degli anni Novanta sul Paese neoberlusconiano, racconta del sinistrorso e intellettuale clan Molino contro il destrorso e bottegaio clan Mazzalupi. Ma mica era buoni contro cattivi. C’era un po’ di tenero molinismo nei Mazzalupi, e c’era un po’ di cinico mazzalupismo nei Molino. Tutta la filmografia di Virzì è un trovare l’alto nel basso, e viceversa, il buono nel cattivo, e viceversa. Il mondo tagliato con l’accetta esiste solo nelle finzioni perbeniste e negli editoriali delle gazzette manettare, come quella che scivola dalla sdraio di uno dei personaggi di Un altro Ferragosto, il recente sequel di Ferie. Nelle villette a schiera dell’aspirante piccola borghesia di Roma sud c’è amore e c’è sopraffazione, c’è speranza e c’è disperazione, esattamente come nelle ville della borghesia lombarda illuminata, a trecentomila euro di reddito di distanza. Nei ristoranti dell’Aventino non è diverso. Ma pure nell’unico film da regista di Ramazzotti, Felicità, passato all’ultima Mostra del cinema di Venezia, si respira la grazia dello sbandamento, l’umanità dell’inciampo. Essere come tutti è un diritto, un desiderio, e ovviamente anche una disgrazia.
Ieri Virzì ha diffuso un comunicato nel quale chiede rispetto per la sua vita privata e spende parole di elogio per la ex moglie: «Desidero solo, in questo doloroso frangente, ribadire che Micaela Ramazzotti è stata per me una donna importantissima, la madre di due miei figli e un’attrice di straordinario talento, protagonista di film da me molto amati. Confido che troveremo tutti il modo di risolvere questo incidente». Glielo auguriamo di cuore. Anche gli umori più acidi possono svaporare, se non in un alito di amore, in un soffio di cura.
Una delle scene più riuscite di Virzì sta proprio in Ferie d’agosto. È ambientata nella casa di vacanza dei Mazzalupi a Ventotene. Marisa (Sabrina Ferilli) e Marcello (Piero Natoli) sono marito e moglie, i cognati del capoclan Ruggero Mazzalupi. All’alba, dopo una notte movimentata in cui lei ha tradito lui e lui vagheggiato di tradire lei, si vomitano addosso i peggiori insulti, recriminazioni, dispetto, odio. Poi, pochi secondi dopo che si è posato il silenzio sull’ultimo insulto, Marisa avverte l’aria frizzante del mattino e dice al marito: «Copriti Marce’, che fa freddo».