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Donald Sutherland, il fascista di Bertolucci con gli occhi da cattivo che piacevano a Hollywood

Donald Sutherland è morto a Miami dopo lunga malattia, aveva 89 anni

 
Una carriera di duecento titoli, gli autori americani degli anni 70 e i set in Italia, da ‘Novecento’ a ‘Casanova’ di Fellini fino a ‘Ella & John’ di Paolo Virzì. Il ricordo del figlio Kiefer: “Uno degli interpreti più importanti della storia del cinema”
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Non era un “bello”. Nella vecchia Hollywood sarebbe stato un villain, un cattivo. Aveva occhi diabolici che potevano diventare feroci. Era alto 1,93, era biondo ed era bravo, un attore di grande talento. Suo figlio Kiefer, bravo attore a sua volta, l’ha ricordato con parole alate: «Amava ciò che faceva e faceva ciò che amava, e non si può chiedere di più nella vita».

Donald Sutherland era nato in Canada, nel New Brunswick, il 17 luglio del 1935 ed è morto ieri a Miami, dopo una lunga malattia. Ha interpretato 199 film e il duecentesimo, Heartland, deve ancora uscire. Dopo una lunga gavetta, ci voleva la New Hollywood per fare di lui un divo. In Quella sporca dozzina (Robert Aldrich, 1967) restava all’interno di un cliché, era il più pazzo in una banda di psicopatici capeggiata da Lee Marvin. M.A.S.H. gli cambiò la vita. Robert Altman capì che il suo fisico da giocatore di basket poteva diventare comico (non sono frequenti i comici alti, Keaton e Chaplin erano due piccoletti). Fu …

Non era un “bello”. Nella vecchia Hollywood sarebbe stato un villain, un cattivo. Aveva occhi diabolici che potevano diventare feroci. Era alto 1,93, era biondo ed era bravo, un attore di grande talento. Suo figlio Kiefer, bravo attore a sua volta, l’ha ricordato con parole alate: «Amava ciò che faceva e faceva ciò che amava, e non si può chiedere di più nella vita».

Donald Sutherland era nato in Canada, nel New Brunswick, il 17 luglio del 1935 ed è morto ieri a Miami, dopo una lunga malattia. Ha interpretato 199 film e il duecentesimo, Heartland, deve ancora uscire. Dopo una lunga gavetta, ci voleva la New Hollywood per fare di lui un divo. In Quella sporca dozzina (Robert Aldrich, 1967) restava all’interno di un cliché, era il più pazzo in una banda di psicopatici capeggiata da Lee Marvin. M.A.S.H. gli cambiò la vita. Robert Altman capì che il suo fisico da giocatore di basket poteva diventare comico (non sono frequenti i comici alti, Keaton e Chaplin erano due piccoletti). Fu uno dei chirurghi — l’altro era Elliott Gould — che trasformavano un ospedale militare in una sorta di Disneyland. La guerra raccontata nel film era la Corea ma sullo sfondo si aggiravano i fantasmi del Vietnam, esorcizzati con le risate. Palma d’oro a Cannes, grande successo, uno dei film che aprivano un decennio irripetibile: gli anni 70, forse i migliori del cinema americano.

Sutherland alla cerimonia degli Oscar nel 2018, quando l'Academy gli ha assegnato la statuetta alla carriera 

1971: Una squillo per l’ispettore Klute (Alan J. Pakula). 1973: A Venezia un dicembre rosso shocking (Nicolas Roeg), titolo italiano assurdo per un thriller erotico entrato nella leggenda grazie a una torrida scena di sesso con Julie Christie e alle musiche del veneziano Pino Donaggio. 1975: Il giorno della locusta (John Schlesinger). E poi arrivò l’Italia. Che già, con Venezia, aveva fatto capolino. In Novecento (Bernardo Bertolucci, 1976) era Attila, il fascista sadico, un ruolo in qualche misura logico.

Con Robert De Niro in 'Novecento' di Bernardo Bertolucci 

Il personaggio del tutto inaspettato, invece, fu Giacomo Casanova. Quando Federico Fellini annunciò, dopo mille depistaggi, che il canadese sarebbe stato il suo Casanova (1976) in molti rimasero di stucco. Non era la primissima scelta, soprattutto dopo i famosi finti provini di Sordi, Gassman, Tognazzi e Mastroianni, ma per motivi di coproduzione ci voleva un attore di lingua inglese. Fellini aveva pensato, oltre che a Volonté, a Michael Caine e a Jack Nicholson. Alla fine spuntò Sutherland, che si affidò al demiurgo riminese sottoponendosi a ore di trucco e dicendo, a riprese finite, di essersi sentito “come una geisha”.

Con Federico Fellini girò 'Casanova' (1976) (fotogramma)

A doppiarlo, altra scelta inattesa e geniale, Fellini chiamò Gigi Proietti, che se non altro era alto come lui. “Plasmato” dal prodigioso trucco di Rino Carboni, Giannetto De Rossi e Fabrizio Sforza (ci si mettevano in tre!), per non parlare dei costumi di Danilo Donati, Sutherland disegnò un Casanova che era una maschera grottesca e dolente, il cui grande dolore nella vita era l’aver dovuto abbandonare Venezia: un provinciale costretto a diventare un homo europeus, un recalcitrante cittadino del mondo. Il primissimo piano dei suoi occhi anziani e arrossati, nel finale, è un tragico commento alle assurdità della vita, una delle immagini più potenti del cinema di Fellini, quindi del cinema tout court.

L'attore è stato il Presidente Snow nella trilogia cinematografica di 'Hunger games' 

Sutherland avrebbe incrociato l’Italia altre volte. Nel bizzarro e sfortunato remake di I soliti ignoti girato da Louis Malle nel 1984 (si intitolava Crackers) riprendeva il ruolo di Vittorio Gassman. In Piazza delle cinque lune (Renzo Martinelli, 2003) era un magistrato coinvolto nel sequestro Moro. In La migliore offerta (Giuseppe Tornatore, 2013) era un pittore arrabbiato e complottista. In Ella & John (Paolo Virzì, 2017) componeva con Helen Mirren una coppia di anziani coniugi che prendono la vita per i baffi per un’ultima, tenera avventura.

Uno dei suoi ultimi film è La tela dell’inganno, diretto nel 2019 dall’italiano Giuseppe Capotondi. Curiosamente era targato Italia anche uno dei primi, Il castello dei morti vivi, un oscuro horror con Christopher Lee e Gaia Germani diretto da Luciano Ricci nel lontano 1964.

Un attore che recita in 200 film è prima di tutto un uomo che ama il suo mestiere, come ha dichiarato il figlio Kiefer. Poi, quando si fanno 200 film, una congrua percentuale di titoli dimenticabili è fisiologica. Ma il grande attore, che spicca anche in opere modeste, rimane.

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