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‘Inside out 2’, il produttore Pete Docter: “Per il successo la tecnologia non basta, i film devono essere pezzi di cuore”

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Il capo creativo di Pixar e il successo del cartoon. “Dobbiamo raccontare storie che sono dentro di noi, altrimenti al pubblico sembrerà di stare davanti a uno schermo vuoto”
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Del dreamteam storico di Pixar lo spilungone Pete Docter è sempre stato l’introverso e forse il più poetico. Da quando John Lasseter lo reclutò 21enne, ha portato allo studio di Emeryville, California, nove candidature e tre Oscar: Up, Inside out e Soul. Pochi avrebbero immaginato che, quando nel 2018 Lasseter è stato costretto a lasciare per comportamento inappropriato, proprio Docter sarebbe diventato il capo creativo di Pixar, oltre che produttore esecutivo di Inside out 2.

Pete Docter 

Il primo “Inside out” era personale, ispirato a sua figlia Elie. Che ha scoperto nel nuovo?

«Abbiamo chiesto al regista Kelsey Mann di trovare una sua strada e lui è tornato con il concetto di Ansia. Quando ho girato il primo film tutti mi chiedevano a quale personaggio somigliassi di più e rispondevo di solito: io vorrei essere Gioia, ma la maggior parte del tempo sono più Paura. Ora ho scoperto che in re…

Del dreamteam storico di Pixar lo spilungone Pete Docter è sempre stato l’introverso e forse il più poetico. Da quando John Lasseter lo reclutò 21enne, ha portato allo studio di Emeryville, California, nove candidature e tre Oscar: Up, Inside out e Soul. Pochi avrebbero immaginato che, quando nel 2018 Lasseter è stato costretto a lasciare per comportamento inappropriato, proprio Docter sarebbe diventato il capo creativo di Pixar, oltre che produttore esecutivo di Inside out 2.

Pete Docter 

Il primo “Inside out” era personale, ispirato a sua figlia Elie. Che ha scoperto nel nuovo?

«Abbiamo chiesto al regista Kelsey Mann di trovare una sua strada e lui è tornato con il concetto di Ansia. Quando ho girato il primo film tutti mi chiedevano a quale personaggio somigliassi di più e rispondevo di solito: io vorrei essere Gioia, ma la maggior parte del tempo sono più Paura. Ora ho scoperto che in realtà sono più simile all’ansia, tutti noi siamo spinti dall’apprensione più di quanto vorremo. Questo personaggio oggi parla davvero alle persone, dice cose sulle loro vite. Questo cerchi nei film: esperienze in cui sei passato anche tu».

Cosa significa questo successo Pixar?

«La Pixar ne ha passate tante, come tutti. Il mondo è cambiato molto, cerchiamo sempre di stare al passo con il modo in cui le persone guardano i nuovi film, interagiscono con tutto questo. Trent’anni fa, quando uscì Toy story, fu un grande passo avanti per l’epoca. Ma ora è un vecchio cappello: tutte le cose che erano nuove per noi devono essere ripensate. Cerchiamo allora nuovi modi per sorprendere le persone. Però c’è, sempre, anche la voglia di vedere qualcosa di familiare. Non parlo solo di sequel, intendo un film che ti risuoni, catturi qualcosa che stai attraversando, altrimenti non ti entra nell’anima. Devi scegliere di vederlo mentre ce ne sono altri 100 a disposizione: Inside out 2 ha trovato l’equilibrio magico tra qualcosa a cui ci sentiamo connessi e la sorpresa, cose mai viste e stimolanti».

È ancora un fan di Miyazaki, più alla ricerca di emozioni autentiche che di mode e tecnologie?

«È un regista straordinario, non vedo l’ora di scoprire cosa ha in serbo per lo Studio Ghibli. L’autenticità è la cosa che conta di più. Se proviamo a fare film che piacciono al pubblico, falliremo. Dobbiamo raccontare storie che sono dentro di noi, sentire ciò che provano i personaggi, condividere il loro viaggio, lottare con le loro avversità. I film non sono solo macchine che mettono insieme ingranaggi, sono un pezzo del tuo cuore che strappi e metti sullo schermo. Altrimenti non è vivo».

Cosa rende speciale la Pixar oggi, rispetto alla concorrenza?

«Un gruppo straordinario di registi. E i migliori progressi tecnologici del mondo. La sfida è più difficile, abbiamo fatto 28 film e ci sono altri studi. Una ricchezza che per il pubblico è cosa buona».

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