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Espinosa in sala con ‘Madame Luna’: da Hollywood alla Calabria per raccontare i migranti

La storia di una giovane eritrea con un passato oscuro che viene arruolata da una famiglia calabrese per gestire i lavoratori dei campi. Il regista cileno: “Questo film inizia là dove finisce ‘Io Capitano’”
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TAORMINA – Madame Luna inizia là dove finisce Io capitano: una giovane eritrea sbarcata illegalmente in Italia, un passato oscuro fatto di addestramento militare. Poliglotta, viene rapidamente arruolata da una famiglia locale come aiuto per gestire i migranti sfruttati con crudeltà nel lavoro dei campi. Lo gira Daniel Espinosa, da una sceneggiatura di Massimo Braucci. Il regista di origine cilena, cresciuto in Svezia, si è fatto notare per la sua capacità di raccontare il mondo criminale, trovando l’umanità in personaggi compromessi. Nel 2010 c’è stato Easy Money e Hollywood lo ha chiamato. Un crescendo di film, di budget e di star: Denzel Washington, Tom Hardy, Jack Gyllenhaal e Jared Leto, fino alla costruzione costosissima e vuota di Morbius, gran fallimento di due anni fa.
In questo nuovo film, in arrivo in sala, ha una protagonista carismatica, l'esordiente Meninet Abraha Teferi, per una operazione decisamente più interessante.
Sul progetto, in sala dal 18 luglio, incontriamo Espinosa al Taormina Film Festival.

Lei si definisce un migrante.

“Sì, sono un migrante dal Cile. Sono andato in Svezia nel 1976 a causa del colpo di Stato. Mio padre è stato preso dai militare, faceva parte del movimento di resistenza. Lui e mia madre sono stati torturati. Mia madre è dovuta fuggire attraverso il Cile, in tutta l’America Latina per arrivare fino al Venezuela, e da lì un volo verso l’Europa. Quindi siamo scappati, proprio come molte persone dall'Africa, ma non abbiamo lottato nel mare come hanno fatto loro, non siamo passati attraverso l’illegalità”.

Da cosa è partito per raccontare questa storia?

“Da come le persone rappresentano i migranti, come ci trattano. Il problema è che vogliono sempre dipingerci come santi innocenti, mentre siamo esseri umani complessi, come tutti. Rendere qualcuno innocente significa disumanizzarlo. Penso che essere umani non significhi solo avere una grande etica, ma anche un’etica problematica. Gli esseri umani sono fatti come personaggi complessi, con pensieri contraddittori. Troppo spesso, quando veniamo raffigurati, o siamo il nemico o il santo. E volevo fare un film su di noi come esseri umani che lottiamo con la nostra moralità, proprio come tutti”.

Di Io Capitano cosa pensa?

“Sono grande ammiratore di Matteo Garrone, è uno dei miei idoli. E ho amato il finale, questo migrante che perde l’innocenza, cresce e trova la forza. Ma mi oppongo a come i due ragazzi sono presentati all’inizio, quasi come ideali”.

D’altra parte c’è un forte pregiudizio negativo contro i migranti, cavalcato da alcune parti politiche.

“Il cinema richiede allo spettatore uno passo avanti di comprensione: per umanizzare i migranti diamo loro grandi valori da ammirare. Da migrante non vorrei essere considerato un grande uomo, semplicemente, appunto, un essere umano”.

Come è arrivato a dirigere questo film?

“Il mio produttore stava sviluppando un documentario con un giovane regista, mi ha chiesto di dargli consigli. Quattro anni dopo hanno scritto la sceneggiatura con la scrittrice palestinese Suha Arraf. Era molto poetica. Mi hanno chiesto se fossi interessato a girarla e ho risposto: mi piace la storia, ma vorrei fare un film sugli immigrati ispirato a Taxi Driver. Il produttore è scomparso, poi è tornato dicendo che aveva trovato la storia giusta. E ho incontrato Maurizio Braucci, che ammiro infinitamente ed è lo scrittore perfetto per questo tipo di storie: vive ancora a Napoli. Lavora con i migranti. Mi serviva il suo sguardo vicino alla società”.

Questo film rappresenta una grande fuga da Hollywood.

"Assolutamente. Il mio problema è che vengo da una famiglia della classe operaia. Il cinema è anche un mestiere, a cui sono grato e mi piacciono tutti i generi. Quando mi hanno detto: vuoi fare un film d'azione con Denzel Washington? Ho risposto sì, certo. E poi: vuoi fare un film spaziale? Non potevo di re di no a Ridley Scott. E così sono andato avanti. E poi, quando ho fatto Morbius, sono arrivato al punto in cui ho perso la mia anima. Quando mi sono seduto a chiacchierare con Maurizio mi son ricordato perché ho iniziato a fare film. E l’ho fatto perché ero un migrante. E perché in Svezia, allora, non c'erano registi migranti. Io e un mio amico siamo stati i primi due in Svezia. Volevo rappresentare la realtà che conoscevo. E mentre lavoravamo alla sceneggiatura ho capito: in America, pieghiamo la realtà per adattarla alla storia, in Europa cambiamo la storia. per adattarla alla realtà”.

Che significa dirigere Denzel Washington?

“E’ semplicemente il miglior attore con cui abbia mai lavorato, E sono state grandi esperienze condividere il set con Gary Oldman, Vincent Cassel, Tom Hardy. Guardarli è stato appassionante. Per la mia protagonista, per il modo di portare il suo dolore, con orgoglio, abbiamo guardato proprio a Denzel. Gli anni americani sono stati una scuola di cinema. Sono tornato qui e non avevo produttori, studio, una piccola troupe. Tutto era sulle mie spalle e per la paura avevo i sudori alla schiena. Ma poi ho avuto bellissimi collaboratori”.

Com’è stato il set italiano?

“Ho lavorato con Alessio Genovese che aveva collaborato con Io Capitano, trovando I rifugiati che erano nella barca. E abbiamo avuto una idea simile: trovare persone che conoscessero la realtà che raccontavamo. Avevamo bisogno e ci siamo confrontati con i loro racconti. E’ stato come fare un documentario all'interno della struttura di un film noir, in un certo senso”.

Racconterà una storia sulle sue origini?

"Sto girando un film sulla fine della Resistenza in Cile, nel 1975. Tre leader rimasero in una casa a parlare tra loro per due mesi, su cosa avrebbero dovuto fare e sulle ragioni del fallimento. Ma i soldati hanno attaccato e loro sono dovuti fuggire. E nella discussione sono pessimisti, poi nella fuga sono aiutati per settimane dal popolo cileno. E questo dimostra che c'era una ragione per fare resistenza. A volte il tuo lavoro come essere umano non è quello di vincere, ma solo di alzarti e dire: questo non è corretto. Poi forse muori, ma mostri all'umanità e alla Storia, che è possibile alzarsi e dire che no”.

Pablo Larrain ha raccontato gli orrori della dittatura in Cile. Cosa ne pensa?

“E’ un bravo regista. Ma per lui è difficile: se vivi a Santiago e ci sono quattro strade intitolate alla famiglia Larrain, che è stata importante. Suo zio è stato uno dei grandi generali dell’oppressione. Sinceramente penso che Larrain dovrebbe fare un film sulla sua storia, su una famiglia fascista e gli orrori che ha attraversato: come si dorme la notte facendo questo? Sarebbe interessante. Se volgesse gli occhi verso sé stesso, la sua famiglia, il suo passato, Pablo potrebbe fare il suo film più grande” .

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