Tax credit, stretta di Sangiuliano sugli aiuti al cinema. Le opposizioni: “Un regalo a Mediaset”
di Lorenzo De Cicco«È un regalo a Mediaset», sospettano all’opposizione. «Favorisce le major, principalmente straniere, altro che patrioti», fremono gli addetti ai lavori, piccoli e medi produttori che ballano un’estate sull’orlo del crac. Il decreto Sangiuliano sul tax credit per il cinema - ossigeno formato soldi per produzioni, distributori indipendenti e per l’esercito dei 45mila professionisti del set - lascia la sfavillante “macchina” italiana della settima arte sbalestrata e in panne. Il provvedimento appena sfornato dal ministro della Cultura di Giorgia Meloni rischia di «portare al fallimento il 90% delle piccole e medie imprese del cinema italiano», sostiene Corrado Azzollini, presidente della Confartigianato Cinema e Audiovisivo.
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«È un regalo a Mediaset», sospettano all’opposizione. «Favorisce le major, principalmente straniere, altro che patrioti», fremono gli addetti ai lavori, piccoli e medi produttori che ballano un’estate sull’orlo del crac. Il decreto Sangiuliano sul tax credit per il cinema - ossigeno formato soldi per produzioni, distributori indipendenti e per l’esercito dei 45mila professionisti del set - lascia la sfavillante “macchina” italiana della settima arte sbalestrata e in panne. Il provvedimento appena sfornato dal ministro della Cultura di Giorgia Meloni rischia di «portare al fallimento il 90% delle piccole e medie imprese del cinema italiano», sostiene Corrado Azzollini, presidente della Confartigianato Cinema e Audiovisivo.
«Con l’aria di repulisti che già si respirava da mesi, il 65% degli addetti alle troupe è a casa da gennaio», racconta Dario Indelicato, montatore, tra i fondatori di “Siamo ai Titoli di Coda”, che raduna oltre 4.500 professionisti del comparto. Perfino Michele Lo Foco, membro del Consiglio Superiore del Cinema, nominato da Sangiuliano dunque non tacciabile di faziosità, parla di un’operazione che «aiuterà solo le grandi case di distribuzione, spesso straniere, stritolando i film “difficili”, ma di grande qualità».
Per capire questa storia di balzelli e finanziamenti ministeriali tocca riavvolgere il nastro. Tornare alle regole fissate dall’ex ministro Dario Franceschini, senatore Pd. Che quei criteri avessero bisogno come minimo di un tagliando, in pochi lo mettono in dubbio, perfino nella cerchia del parlamentare dem. E Sangiuliano lo aveva promesso, sventolando numeri così: «Delle 459 opere sostenute tra il 2022 e il 2023, 345 non sono mai uscite in sala». Il sospetto di tanti addetti ai lavori - e dei loro rappresentanti - è però che quest’operazione, necessaria per stringere un po’ le maglie e scongiurare frodi, si sia trasformata in revanscismo verso un settore che FdI considera in mano «alla sinistra». Alcuni deputati di Meloni lo hanno detto dritto: «Basta col conformismo rosso», parola di Alessandro Amorese, commissione Cultura.
Rispetto al decreto Franceschini, quello di Sangiuliano, curato dalla sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni, annulla l’automatismo tra produzione e credito d’imposta. Le imprese, insomma, dovranno presentare domanda. E questo si può spiegare con l’esigenza di evitare che i soldi dei contribuenti si disperdano senza troppi vagli. Ma ad allarmare di più il settore sono altri passaggi. Per accedere al tax credit, i produttori dovranno assicurarsi un contratto con, testuale, «le prime venti società di distribuzione». Come calcola Lo Foco, membro del Consiglio superiore del Cinema, «le prime 5 società sono straniere, pur con una sede fiscale in Italia, e già coprono il 60% del fatturato italiano». Scorrendo il resto delle “top 20”, spunta la Rai, con 01, e Mediaset con Medusa. Ecco perché, aggiunge, anche se la riforma Franceschini «andava certamente cambiata, perché racchiudeva storture, alcune velenose, ora il rischio è favorire i colossi stranieri». «Le piccole e medie distribuzioni italiane sono condannate alla chiusura: quale produttore le assolderebbe, sapendo in partenza di non poter poi chiedere sostegni?», riprende Azzollini di Confartigianato Cinema. E non fuga le preoccupazioni una postilla del decreto, che delega agli uffici del Mic eventuali deroghe per società «considerate equiparabili» ai colossi. Considerate da chi? Dal governo.
Altra novità, le proiezioni da centrare per incassare il credito. Le regole di Franceschini fissavano l’asticella molto in basso: 60 proiezioni in 3 mesi per i film, 15 per i corti. Le norme del duo Sangiuliano-Borgonzoni fissano numeri da colossal Usa. Per le opere che costano più di 3,5 milioni, toccherà superare le 2.100 proiezioni in un mese. Per un film con budget inferiore, 980 proiezioni. Per un corto, 240 schermi. «Perfino Barbie - conclude Lo Foco - avrebbe avuto difficoltà, con questo tetto».
L’opposizione si sta attrezzando, in Parlamento. Per il leader dei Verdi, Angelo Bonelli, il decreto Sangiuliano «ammazza la produzione culturale cinematografica italiana, favorendo le multinazionali. E l’unica realtà italiana che avrà le caratteristiche per le facilitazioni è Mediaset». Per l’esponente di Avs, «con questi criteri metà dei film italiani presentati a Venezia non sarebbero stati realizzati».