‘M. Il figlio del secolo’, uno spettacolo popolare e una grande lezione di Storia
di Alberto CrespiLuca Marinelli ci guarda. E con lui, sembra che ci guardi Benito Mussolini. E' quella tecnica di scrittura che in teatro si definisce "a parte": le battute che un attore pronuncia rivolgendosi al pubblico, rompendo la quarta parete, cercando complicità; e la convenzione teatrale prevede che gli altri attori in scena non sentano. E' un discorso fra noi e un personaggio, un solo personaggio. In questo caso, il duce.
'M. Il figlio del secolo', la serie a Venezia 81. Luca Marinelli: "Mussolini cercava il pubblico come fanno i politici di oggi sui social"
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Il regista Joe Wright e gli sceneggiatori Stefano Bises e Davide Serino, sicuramente di concerto con l'autore del romanzo M. Il figlio del secolo Antonio Scurati, hanno giocato una scommessa difficilissima. E l'hanno vi…
Luca Marinelli ci guarda. E con lui, sembra che ci guardi Benito Mussolini. E' quella tecnica di scrittura che in teatro si definisce "a parte": le battute che un attore pronuncia rivolgendosi al pubblico, rompendo la quarta parete, cercando complicità; e la convenzione teatrale prevede che gli altri attori in scena non sentano. E' un discorso fra noi e un personaggio, un solo personaggio. In questo caso, il duce.
'M. Il figlio del secolo', la serie a Venezia 81. Luca Marinelli: "Mussolini cercava il pubblico come fanno i politici di oggi sui social"
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Il regista Joe Wright e gli sceneggiatori Stefano Bises e Davide Serino, sicuramente di concerto con l'autore del romanzo M. Il figlio del secolo Antonio Scurati, hanno giocato una scommessa difficilissima. E l'hanno vinta: la serie targata Sky, presentata a Venezia, è di fatto un lungo film potente, spettacolare, avvincente. La scommessa è, come dicevamo, "far parlare" Mussolini: è lui a raccontarci se stesso, a commentare ciò che succede, spesso con il senno di poi, come se sapesse già come andrà a finire.
Ma. C'è un "ma" enorme, grosso come Villa Torlonia. Il Mussolini interpretato da Marinelli crede di sapere come andrà a finire. E' convinto di stravincere. Dopo il discorso con il quale sfida il Parlamento, in seguito all'assassinio di Matteotti, attende la reazione dei parlamentari, che non c'è; allora si rivolge in macchina, cioè a noi, e con aria strafottente e una credibilissima "zeta" romagnola dice "silenzio", come a dire: tacciono, li ho fregati, li ho in pugno. E' il finale della serie, che per il momento si ferma lì, a quel 3 gennaio del 1925. Ed è un grande momento di cinema, in cui Marinelli è strepitoso.
Vedendo in successione tutte le puntate, siamo stati ogni tanto sfiorati dal dubbio che M. sia non un film "su" Mussolini ma un film "di" Mussolini, visto che è sempre lui - con il volto di Marinelli - a condurre il gioco. Ma come accade quando c'è una scrittura efficace e una regia in totale controllo, è lo stile a determinare il contenuto. Marinelli gigioneggia - volutamente - e attraverso la chiave del grottesco "smonta" Mussolini. Permettiamoci un paragone ingombrante: è come Alex / Malcolm McDowell in Arancia meccanica. Nel capolavoro di Stanley Kubrick Alex racconta la propria storia, e si descrive come un bravo ragazzo: ma le fanfaronate che dice, e il tono anti-realistico con il quale McDowell (altro attore sovrumano, sia chiaro) le recita ci fanno capire che mente, che è un delinquente.
Crediamo sia altrettanto chiaro che seguendo l'autoesaltazione del duce in M., contraddetta anche dalla precisione della ricostruzione e - si spera - dalla consapevolezza storica dello spettatore, si percepisca che il fascismo è stata una tragedia e che il suo capo era un criminale. M. è una sana lezione di Storia in forma di spettacolo popolare.