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Venezia, gran finale: un bilancio della Mostra. Più che un toto-Leone, ecco il nostro palmarès ideale

Adrien Brody e Felicity Jones in 'The brutalist', in pole per il Leone d'oro 

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La durata (eccessiva) dei film e i titoli deludenti, le opere non in gara che avrebbero meritato un premio e quel numero troppo alto di italiani. In attesa della cerimonia, l’elenco dei “nostri” vincitori
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VENEZIA – Saremo banali: alla fine, anche il nostro Leone di Venezia 81 è The Brutalist. È il Leone di tutti, o quasi. È un filmone, potente, visionario. Certo, dura un bel po’. Ma è l’era dei film fluviali. Sarà che le piattaforme vogliono prodotti un tanto al chilo per riempire i menu, sarà che registi e scrittori hanno un potere contrattuale che non era tale ai tempi dei grandi produttori, ma fin dalla vigilia il concorso di Venezia era terrorizzante se si guardava alle durate dei film.

Naturalmente c’è lunghezza e lunghezza. La nascita di una nazione di Griffith, il primo grande lungometraggio del cinema americano, durava tre ore. La prima versione di Lawrence d’Arabia durava 222 minuti, la “extended version” Blur…

VENEZIA – Saremo banali: alla fine, anche il nostro Leone di Venezia 81 è The Brutalist. È il Leone di tutti, o quasi. È un filmone, potente, visionario. Certo, dura un bel po’. Ma è l’era dei film fluviali. Sarà che le piattaforme vogliono prodotti un tanto al chilo per riempire i menu, sarà che registi e scrittori hanno un potere contrattuale che non era tale ai tempi dei grandi produttori, ma fin dalla vigilia il concorso di Venezia era terrorizzante se si guardava alle durate dei film.

Naturalmente c’è lunghezza e lunghezza. La nascita di una nazione di Griffith, il primo grande lungometraggio del cinema americano, durava tre ore. La prima versione di Lawrence d’Arabia durava 222 minuti, la “extended version” Bluray di Il Signore degli anelli - Il ritorno del re ne dura 263. Dipende da cosa racconti, e soprattutto da come lo racconti.

Altro esempio: uno dei film più belli di Venezia è di gran lunga il cinese Youth: Homecoming, diretto dal sommo documentarista Wang Bing. Dura solo 152 minuti, per la Mostra di quest’anno è quasi un cortometraggio. Ma è in realtà l’ennesimo capitolo di una saga filmica che racconta la vita dei lavoratori nelle industrie tessili di Zhili, la “città della seta”, il luogo da cui vengono tutti gli abiti made in China venduti nel mondo. Se uno volesse capire la Cina di oggi, il suo neo-capitalismo, quindi il mondo (esageriamo, ma appena un po’) dovrebbe vedersi tutti i film di Wang Bing in un binge watching – bisticcio involontario, ma affascinante – che durerebbe qualche settimana. Sarebbe molto proficuo.

Una scena di 'Youth: Homecoming', diretto dal documentarista Wang Bing 

Giocando a creare un nostro palmarès, abbiamo assegnato la regia a Gianni Amelio per Campo di battaglia (è nei cinema, andateci) perché è il film più minimale e più diretto che il regista calabrese abbia girato da anni.

Alessandro Borghi, alla Mostra con "Campo di battaglia" di Gianni Amelio: "A mio figlio insegnerò che tutti possiamo fare qualcosa contro la guerra"

Per quanto riguarda le interpretazioni, Fernanda Torres nel film brasiliano Ainda estou aqui si porta sulle spalle il dramma di una famiglia e mezzo secolo di storia del Brasile; il film di Walter Salles è bello, molto classico, magari non bellissimo ma l’attrice non può non aver colpito un’illustre collega come la presidente di giuria Isabelle Huppert.

Isabelle Huppert, presidente della giuria del concorso (ansa)

Come attore scegliamo invece il Joker, Joaquin Phoenix, che come nel primo film riesce a dar corpo a un personaggio con migliaia di sfumature e qualche dozzina di identità: e lui riesce a farle vedere anche pronunciando una battuta di due parole. Ma chi vincerà davvero? È sempre impossibile dirlo. Decide una giuria, non la critica né il tam-tam festivaliero. The Brutalist sembrerebbe nettamente in pole-position, per il suddetto tam-tam, ma chi può dirlo?

Joaquin Phoenix in 'Joker: folie à deux' 

Possiamo invece dire che il concorso è stato mediamente modesto, che alcuni film molto attesi – a cominciare dal primo Almodóvar anglofono, troppo “scritto”, troppo di testa – non hanno mantenuto le promesse. A costo di sembrare snob diciamo tranquillamente che i due film più belli sono stati, per noi, due documentari non in concorso. A differenza di Wang Bing, che in concorso era, e che lavora sulla vita quotidiana delle persone, i due film che stiamo per citare partono dagli archivi, dal repertorio, dal “già girato”; ma lo fanno in modo profondo, intelligente, accattivante. Il primo è Riefenstahl di Andreas Veiel, ritratto finalmente veritiero di una delle cineaste, anzi, di una delle donne più incredibili e controverse del Novecento: Leni Riefenstahl, la regista del nazismo. Il secondo è One to one. John & Yoko di Kevin MacDonald, che grazie ai filmati conservati dalla famiglia Lennon/Ono (mica gente qualsiasi…) ricava un affresco al vetriolo sull’America dei primi anni 70.

L’altro, microscopico bilancio che si può trarre da queste giornate lagunari è che, per l’ennesima volta, i film italiani in concorso erano troppi. Quest’anno erano cinque, uno in meno rispetto al 2023: sempre troppi. Soprattutto quando si ha la netta sensazione che un paio di titoli esclusi – segnatamente il toccante Il tempo che ci vuole di Francesca Comencini, dedicato al suo grande papà Luigi – meritavano la competizione più di due-tre dei cinque selezionati. L’anno scorso, dei sei in lizza, solo Io capitano di Matteo Garrone ha poi avuto un’importante vita in sala, fino alla candidatura all’Oscar. Inzeppare la Mostra di film italiani – anche nelle altre sezioni – non fa bene alla Mostra e non fa bene al cinema.

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