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Maura Delpero, Leone d’argento per ‘Vermiglio’: “Racconto la mia famiglia in un tempo che non ho conosciuto”

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La regista premiata per il suo secondo film, in cui racconta la storia della sua famiglia
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Venezia — Il Leone d’argento italiano è incarnato dalla volitiva Maura Delpero, 48 anni. Vermiglio è la sua opera seconda: le quattro stagioni d’un paesino della Val di Sole, 1944, il tema delle radici, l’epica intima e rigorosa di olmiana memoria al servizio di una storia di maternità e sacrificio. Il pubblico potrà vederlo presto, in sala dal 19 settembre.

Sul palco, racconta Maura Delpero: “Questo film è nato da un sogno, non sapevo sarei finita in un sogno come questo. Grazie alla Val di Sole per averci aperto le porte e le famiglie per averci affidato i loro bambini. Il film è stato realizzato con il sostengo pubblico e senza questi fondi avrebbe dovuto tradire sé stesso, non sarebbe stato usato il dialetto, che fa paura al botteghino e così il film sarebbe stato senza la sua musica interna. Non avrei potuto scegliere ogni volto perché lo spettatore viaggiasse nel tempo e lo spazio, piuttosto grandi attori da incasso, ma senza le facce giuste. Bisogna fomentare il dialogo tr…

Venezia — Il Leone d’argento italiano è incarnato dalla volitiva Maura Delpero, 48 anni. Vermiglio è la sua opera seconda: le quattro stagioni d’un paesino della Val di Sole, 1944, il tema delle radici, l’epica intima e rigorosa di olmiana memoria al servizio di una storia di maternità e sacrificio. Il pubblico potrà vederlo presto, in sala dal 19 settembre.

Sul palco, racconta Maura Delpero: “Questo film è nato da un sogno, non sapevo sarei finita in un sogno come questo. Grazie alla Val di Sole per averci aperto le porte e le famiglie per averci affidato i loro bambini. Il film è stato realizzato con il sostengo pubblico e senza questi fondi avrebbe dovuto tradire sé stesso, non sarebbe stato usato il dialetto, che fa paura al botteghino e così il film sarebbe stato senza la sua musica interna. Non avrei potuto scegliere ogni volto perché lo spettatore viaggiasse nel tempo e lo spazio, piuttosto grandi attori da incasso, ma senza le facce giuste. Bisogna fomentare il dialogo tra chi fa cinema indipendente e le istituzioni, per difendere la cinematografia e la bellezza. Grazie a mia figlia di pochi mesi che ha sopportato la mamma regia, il papà attore. E al conciliare lavoro e famiglia, cosa difficile in particolare per le donne. Spero che la società senta il problema come suo e non lo lasci solo alle donne”.

L’emozione più forte, in questo momento?

«Entusiasmo, gratitudine e anche un senso di riconoscimento per un lavoro nel tempo. Arriva, questo film, dopo tanti anni di lavoro: piccolo in crescita, sono partita dal nulla e sono arrivata in un luogo che mi dà una grande gioia».

Che viaggio è stato, quanta fatica, impegno, passione?

«Vermiglio è nato da un moto dell’anima: la morte di mio padre e poi il sogno di lui, bimbo di sei anni, nella casa d’infanzia. Racconto la mia famiglia in un tempo che non ho conosciuto, dialogando tra intimità e spazio per l’immaginazione. Sono un piccolo mulo che lavora a testa bassa. Ed è la mia forza. Amo moltissimo lavorare. E scelgo di raccontare cose che mi appassionano e che non mi stancano: non smetterei di elaborare, a volte il problema è chiudere i film. Faccio un po’ come uno scultore, un po’ michelangiolesco, sentire con lo scalpello che c’è una pietra e che lì sotto c’è la statua, questo prende tempo. Ed è però un lavoro che mi rende stanca ma felice. E in qualche modo permea tutta la vita. È un lavoro-vita».

Questo film ricrea un mondo in cui noi spettatori ci sentiamo completamente immersi.

«Mi fa piacere che lei dica che si riesce a sentire questo mondo perché era il mio primo obiettivo. L’idea di sedersi al cinema ed essere in una cucina di montagna, quindi con un lavoro sensoriale. E allo stesso tempo la grande domanda è sempre stata nel potenziale universale della storia. Non tanto per la volontà di fare un film attuale, ma proprio perché mi piace lavorare sull’umano nei suoi momenti capitali, che in qualche modo possono dialogare - anche attraverso le epoche, lo spazio e il tempo - ma che interroghino in continuazione. Mi piace lavorare con lo spettatore mettendo sulla potenziale tavola che c’è in mezzo qualcosa che mi ha emozionato, di cui parlare».

(ansa)

C’è stato un lungo processo di documentazione.

«Per muoversi attraverso il tempo, ovviamente, c’è stato un grande lavoro documentario e filologico, per cui ho lavorato moltissimo con interviste, viaggi fotografici e soprattutto stando nel posto. È un posto che conosco benissimo fin da bambina, in qualche modo era dentro di me. Ho lavorato in parte con una memoria filogenetica, qualcosa che sta dentro, e allo stesso tempo con una reimmersione. Faccio cose che sembrano anche un po’ new age: sono andata a dormire nel letto dove mia nonna ha partorito dieci figli, che poi sono nel film, un letto che c’è ancora. Toccare il passato un mio modo per astrarmi e stare dentro le cose. E poi faccio un lungo lavoro da sola, sono stata tantissimo da sola in quei luoghi».

È un film popolato di anziani e bambini, come ha interagito con la comunità?

«In questa lunga permanenza ho fatto una sorta di pre-casting, pre-scout. Dopo ho lavorato con I direttore di casting. Ma ho bisogno io di andare nei luoghi, in questo caso era importante andare a cercare i volti, cercare persone che non si sarebbero mai presentata alle audizioni. Andare in un bar a bere le grappe con i signori che ancora sembrano del 1944. Non è stato semplice, perché ero incinta, e mi offrivano tante grappe, però ci sono riuscita lo stesso. Quindi sì, un grande lavoro sul territorio».

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