Maura Delpero, come ha saputo che Vermiglio era stato scelto?
«Ero dall’osteopata, talmente stanca del giro di anteprime che mi ero addormentata. E così, stordita, ho ricevuto la chiamata della commissione, tante voci allegre. Ho sentito le gambe tremare, ma è stata un’emozione bella».
'Vermiglio' a Venezia 81 la grande famiglia di Maura Delpero
Erano voci femminili? In commissione sette donne su undici.
«Anche, sì. Sono contenta che ci sia più presenza femminile in chi guarda, dirige, sceglie. Ma mi hanno votato anche gli uomini. E in giuria a Venezia erano la maggioranza».
La presidente Huppert ha detto che è un film “molto poetico”. Lanciato nella gioiosa, industriale, costosa macchina degli Oscar.
«Quella del cinema è sempre una poesia contaminata: da sempre coniugo due anime, una che sfonda nell’incon…
Maura Delpero, come ha saputo che Vermiglio era stato scelto?
«Ero dall’osteopata, talmente stanca del giro di anteprime che mi ero addormentata. E così, stordita, ho ricevuto la chiamata della commissione, tante voci allegre. Ho sentito le gambe tremare, ma è stata un’emozione bella».
'Vermiglio' a Venezia 81 la grande famiglia di Maura Delpero
Erano voci femminili? In commissione sette donne su undici.
«Anche, sì. Sono contenta che ci sia più presenza femminile in chi guarda, dirige, sceglie. Ma mi hanno votato anche gli uomini. E in giuria a Venezia erano la maggioranza».
La presidente Huppert ha detto che è un film “molto poetico”. Lanciato nella gioiosa, industriale, costosa macchina degli Oscar.
«Quella del cinema è sempre una poesia contaminata: da sempre coniugo due anime, una che sfonda nell’inconscio e recupera la poesia, l’altra quasi manageriale, allenata a difendere e negoziare. Ma ci sono esempi confortanti: penso a Ida, film polacco in bianco e nero che vinse».
Il “rivale” Paolo Sorrentino le ha fatto un bell’endorsement.
«La parte antipatica del lavoro è la competizione. Non lo conosco, ma proprio perché ha avuto moltissimo riconoscimento e ne avrà ancora, ha fatto un gesto nobile e gentile. A Venezia ci ha portato fortuna Giuseppe Tornatore, mi arrivano tanti messaggi. C’è un’energia positiva sul film, anche per la serietà e il rigore che traspaiono».
In lizza c’era Il tempo che ci vuole di Francesca Comencini, altro film sul rapporto padre figlia.
«Il suo era un padre eccezionale, il mio no. Ma il film è nato quando l’ho sognato bambino, ero materna nei suoi confronti, un cambio di ruoli che c’era stato con la sua malattia. Mio nonno era una figura straordinaria, radicato nel mondo montanaro, ma con una curiosità intellettuale che lo distingueva dai compaesani. Una figura ambigua, parte di quel patriarcato, che noi giovani abbiamo messo in discussione».
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Preparava il film che era incinta, cercava attori nei bar dove le offrivano grappe. Sua figlia neonata sul set, i nonni babysitter alla Mostra. Dura fare la madre regista?
«Tra pochi anni sarà tutto più semplice, ma la maternità mi è capitata in questo momento e mi sento dilaniata. Mi faccio in quattro per esserci, in entrambe le grandi questioni la mia vita. I nonni ci hanno salvato spesso. Ma un amico ha detto “tua figlia sarà orgogliosa di ciò che hai fatto” e, dopo i set, non ci fermano gli Oscar».
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Che Italia e che cinema Vermiglio porta a Hollywood?
«Giuseppe De Domenico, l’attore siciliano, mi ha mandato il video di un anziano a fine film: “Sono felice di trovare di nuovo un cinema classico, grande come quello di un tempo”. È buffo, somiglia a ciò che ci ha detto il distributore americano. Forse Vermiglio può essere percepito dentro una tradizione italiana di cui andiamo fieri, anche se con un linguaggio suo, dovuto al fatto che all’epoca c’erano poche registe e quindi con una diversità. A Milano le sale erano piene di giovani, alcuni con i genitori. A Toronto è stato accolto con calore, c’erano discendenti dei nostri immigrati. Nel mondo c’è grande nostalgia del popolo di migranti che siamo stati, costretti a partire per sempre. Vermiglio è un film stratificato, si muove su più aspetti, perciò ha la possibilità di toccare più persone».