I dolori del giovane Trump. E i suoi primi passi verso il The Donald che conosciamo, sotto l’influenza del mefistofelico avvocato Roy Cohn: già consigliere del senatore Joseph McCarthy durante l’isteria anticomunista degli anni 50, lo stesso spietato procuratore che mandò sulla sedia elettrica i coniugi Rosenberg accusati di essere spie sovietiche, salvo poi diventare il difensore di feroci mafiosi di New York e, appunto, dei palazzinari del Queens Fred e Donald Trump.
Eccola, in estrema sintesi, la trama di The Apprentice, l’apprendista, il film del regista iraniano (naturalizzato danese) Ali Abbasi che approda oggi nelle sale italiane, dopo essere stato presentato a Cannes. Ispirato agli anni giovanili del tycoon, si concede numerose licenze (lo denuncia a inizio pellicola, “alcuni eventi sono stati romanzati per esigenze cinematografiche”). E pazienza se il titolo prende spunto dal celebre reality di cui l’ex preside…
I dolori del giovane Trump. E i suoi primi passi verso il The Donald che conosciamo, sotto l’influenza del mefistofelico avvocato Roy Cohn: già consigliere del senatore Joseph McCarthy durante l’isteria anticomunista degli anni 50, lo stesso spietato procuratore che mandò sulla sedia elettrica i coniugi Rosenberg accusati di essere spie sovietiche, salvo poi diventare il difensore di feroci mafiosi di New York e, appunto, dei palazzinari del Queens Fred e Donald Trump.
Eccola, in estrema sintesi, la trama di The Apprentice, l’apprendista, il film del regista iraniano (naturalizzato danese) Ali Abbasi che approda oggi nelle sale italiane, dopo essere stato presentato a Cannes. Ispirato agli anni giovanili del tycoon, si concede numerose licenze (lo denuncia a inizio pellicola, “alcuni eventi sono stati romanzati per esigenze cinematografiche”). E pazienza se il titolo prende spunto dal celebre reality di cui l’ex presidente a caccia di nuovo mandato è stato a lungo protagonista, la serie andata in onda fra 2004 e 2015 che ha trasformato l’imprenditore idolo degli yuppies — compreso dell’“American Psyco” Patrick Beteman, il serial killer partorito dalla fantasia dello scrittore Breat Easton Ellis, che nel romanzo ne ha la foto in camera da letto — in un personaggio pop. Il cui mantra era “You are fired”: il “sei licenziato” pronunciato alla fine di ogni puntata per eliminare gli aspiranti collaboratori (ne è esistita anche un’edizione italiana condotta da Flavio Briatore). Ebbene, di quel personaggio lì, nel film non c’è traccia: il protagonista è semmai un “Trump prima di Trump” e tutto termina agli albori dell’uomo che è oggi. Ovvero, alla vigilia della pubblicazione del suo “L’arte di fare affari”, il best-seller scritto dal ghostwriter Tony Schwartz, giornalista del New York Mag, che nel 1987 ha fatto di Trump la celebrity che appariva ovunque, compreso un cameo nel cult-movie “Mamma ho perso l’aereo”.
Il Trump di Abbasi (interpretato da Sebastian Stan) è timido e grassoccio, dal linguaggio più ricco e articolato del Donald reale, sottomesso a due figure maschili: papà Fred, nella realtà molto più duro di come lo descrive il film, convinto che il mondo si divide in killer e looser, assassini e perdenti (fra questi il figlio maggiore Fred Jr, morto alcolizzato). E lo spietato Cohn (Jeremy Strong) che insegna al suo “apprendista” tre regole fondamentali: attaccare, negare, non ammettere mai la sconfitta. In pratica, le basi dello stile politico del leader repubblicano. Per Abbasi è «solo una storia umana». Eppure ha fatto di tutto per farlo arrivare nei cinema prima del voto del 5 novembre: «Nessuno ha mai fatto un film su una persona mentre è in corsa per la presidenza, perché dovevo lasciarmi sfuggire questa opportunità?», ha detto.
Ammettendo però la difficoltà di trovare distributori: «Dopo l’applauditissima première di maggio pensavo avrebbero fatto a gara per accaparrarselo. Invece le piattaforme streaming lo hanno snobbato e ho faticato a portarlo in sala». Le perplessità di molti a farlo uscire prima delle elezioni, sono d’altronde comprensibili. Certo, il film non è esattamente una lettera d’amore per Trump: che vediamo trasformarsi in mostro vorace sullo sfondo di una molto ben descritta New York a cavallo degli anni 70 e 80, tutta corruzione e crimine. E infatti uno dei finanziatori del progetto, il miliardario trumpiano Dan Snyder, (che ha investito in The Apprentice tramite la società di produzione Kinematics del genero Mark Rapaport) ha preso così male il film da tentare di bloccarne la diffusione negli Stati Uniti, «Era convinto fosse un ritratto lusinghiero del 45° presidente» scrive, a tal proposito Variety. Svelando come sia rimasto basito nello scoprire che si mostra l’amico mentre assume anfetamine, si sottopone a liposuzione, e addirittura violenta la prima moglie Ivana (episodio da lei denunciato durante il divorzio e poi ritrattato: «Non intendevo in senso letterale»). Di sicuro è girato in modo da creare una certa empatia verso il protagonista: in fondo, un giovane molto ambizioso impegnato a far carriera come ne abbiamo visti in tanti altri film.
Mettiamola così: nell’America che arriva al voto più divisa che mai, difficilmente sposterà voti. Chi già detesta il repubblicano, infatti, lo trova qui ancor più spregevole. Chi lo sostiene, non ne è turbato. A @realDonaldTrump, come il tycoon si fa chiamare sui social, proprio non è piaciuto: «È un attacco basso, diffamatorio, disgustoso, fatto uscire alla vigilia delle elezioni per danneggiare il Più Grande Movimento Politico nella Storia del nostro Paese. Falso e privo di classe, farà un tonfo». Almeno per quel che riguarda gli Stati Uniti, sembra avere ragione. Uscito l’11 ottobre, non ha sfondato: probabilmente perché gli spettatori dem non hanno voglia di andare al cinema a confermare ciò che già pensano, e quelli trumpiani lo boicottano. Chissà se avrà più fortuna in Europa