Dopo il passaggio al Festival di Cannes e le anteprime sold out dedicate ai giovani, Parthenope arriva in sala (con la neonata Piper Film) in cinquecento copie, il 24 ottobre.
Paolo Sorrentino, cosa le resta di questo film che consegna al pubblico?
“Una grande commozione verso un racconto apparentemente ambizioso, in realtà molto semplice. Un film sentimentale su ciò che rappresentano le tappe della vita. La giovinezza (che ha il volto di Celeste Della Porta, ndr.), in cui se siamo fortunati afferriamo momenti in cui ci sentiamo vivi che più vivi non si può. E il passaggio all’era della responsabilità, quel diventare adulti in cui invece di abbandonarsi si ha la percezione sottile che è la vita che ci sta abbandonando. Da giovane ti sembra di toccarla, da adulto provi a vederla ma è lei che ti volta le spalle. Ma il pessimismo e la malinconia sono smentiti dal meraviglioso sospiro di Stefania Sandrelli nel finale, davan…
Dopo il passaggio al Festival di Cannes e le anteprime sold out dedicate ai giovani, Parthenope arriva in sala (con la neonata Piper Film) in cinquecento copie, il 24 ottobre.
Paolo Sorrentino, cosa le resta di questo film che consegna al pubblico?
“Una grande commozione verso un racconto apparentemente ambizioso, in realtà molto semplice. Un film sentimentale su ciò che rappresentano le tappe della vita. La giovinezza (che ha il volto di Celeste Della Porta, ndr.), in cui se siamo fortunati afferriamo momenti in cui ci sentiamo vivi che più vivi non si può. E il passaggio all’era della responsabilità, quel diventare adulti in cui invece di abbandonarsi si ha la percezione sottile che è la vita che ci sta abbandonando. Da giovane ti sembra di toccarla, da adulto provi a vederla ma è lei che ti volta le spalle. Ma il pessimismo e la malinconia sono smentiti dal meraviglioso sospiro di Stefania Sandrelli nel finale, davanti alla città di Napoli, come a dirci: è andata così”.
A proposito di Napoli e com’è cambiata. Silvio Orlando ha detto: il turismo cerca la bellezza e poi la uccide.
“E’ una frase bellissima. Io non so quanto sia diversa la città, l’ho lasciata nel 2007, sono tornato per i due film. Vedo il turismo, il cambiamento merceologico massiccio, il centro pieno di ristoranti. Ma al di là di quest'aspetto di facciata, mi sembra che Napoli conservi intatta la sua identità. Ha resistito a dominazioni di francesi, spagnoli, l’arrivo degli americani. Penso che resisterà tranquillamente anche ai turisti”.
Lei ha detto: Parthenope sono io.
“L’ho detto per atteggiarmi”.
Ha anche detto del suo cinema: lasciatemi fare quello che da ragazzo non ho potuto fare.
“Per ragioni anagrafiche sono dovuto diventare responsabile abbastanza presto, a sedici anni. Avrei voluto vivere come molti quel momento di spensieratezza, quella vertigine dell'abbandono che spesso accompagna dei momenti della giovinezza. Io non li ho potuti vivere. Nel passaggio da adolescente a giovane ho dovuto stare attento a non fare errori irreparabili. Gli sbagli a quarant'anni sono riparabili, perché si è più attrezzati; a 17, se non hai le spalle coperte, rischi di farne di fatali. Il cinema mi dà la possibilità di fingere che tutto, che tutta la spericolatezza e irresponsabilità del mondo si può vivere”.
Lei non aveva le spalle coperte, i parenti consigliavano lavori sicuri.
“Infatti ho studiato Economia e commercio. Per questa mentalità piccolo borghese di qualche anno fa, che magari persiste anche ora: meglio un lavoro sicuro. Per un periodo ho seguito il consiglio, poi ho cambiato strada, quando ho iniziato a pensare in grande autonomia”.
E ha deciso di fare il cinema.
“Ho provato a farlo, è andata bene. Una cosa è decidere, altra riuscire”.
I dolori hanno contribuito alla sua sensibilità artistica, l’hanno resa ciò che è.
“Edna O'Brien, scrittrice meravigliosa, dice: il prezzo che si paga per essere scrittori è essere continuamente assillati dal passato, ricordi, sogni, delusioni ti martellano tutti i giorni. E’ il prezzo che paghi per un lavoro artistico anche gratificante, effervescente, divertente. La vita è così, da qualche parte ti dà e da qualche parte ti fa pagare la gioia che ti sta dando”.
All’inizio di ‘L’uomo in più’ c’era una frase di Pelé: “Il pareggio non esiste”. Ne è ancora convinto?
“Forse all'epoca ragionavo ancora in termini di chi vince, perde, pareggia. Ora questo modo di ragionare, per raggiunti limiti di età, mi appartiene molto meno. È una frase divertente, a effetto e che andava bene perché il film parlava di calcio. Oggi non mi interessa più”.
Quel film fu un esordio folgorante. Che ricordo ne ha?
“Bello. Ricordo le ansie, con le opere prime sei in bilico per lungo tempo: si fa, non si fa, riesce, non riesce, ci sono abbastanza soldi… Un salto nel buio. Non sapevo se fossi in grado di sostenere un lungometraggio. Avevo ventinove anni e mezzo, lavoravo con Toni Servillo, che era già un attore di teatro affermato, autorevole, la cosa mi spaventava. Ma è stata un'avventura esaltante, tutto era nuovo, scoprivi il mistero di che cos'è il cinema e di come farlo”.
Lei definisce il suo cinema lento, ma le anteprime dedicate ai giovani sono andate bene.
“Siamo tutti attaccati, non solo i giovani, a questa velocità da telefonino e proprio perché trascorriamo una parte del nostro tempo ad andar veloci, sentiamo anche l'esigenza, come contrappeso, di andare lenti. E questo penso sia una direzione”.
Ha incontrato anche tanti tiktoker per parlare del film.
“Ho scoperto che molti di loro sono ragazzi bellissimi, intelligentissimi, il loro successo arriva dal fatto che sono persone che sanno muoversi. E hanno risposto al film in modo molto emotivo, sentimentale, che era quello che volevo far arrivare di questa storia”.
Ha detto di sé stesso che non è capace di raccontare al cinema ritratti sociologici e psicologici. Alcuni suo film lo sono.
“E’ un effetto di rimbalzo che a volte ci può stare. Ma non ho questa presunzione perché non penso di essere attrezzato culturalmente Io sono un autodidatta rispetto al cinema, manco di studi regolari, non sono in grado”.
Già dai tempi di ‘L’amico di famiglia’ scrivevano che lei aveva la capacità di raccontare una società deformata.
“Sarà anche per i miei riferimenti letterari, ma mi piace la deformità. Penso che la bellezza risieda nell'imperfezione. Mi deriva dal fatto che ho letto Bukowski e scrittori che trovavano la bellezza in mondi altamente imperfetti”.
Che avventura è stata ‘Il divo’, e quanto fu importante prepararlo con Giuseppe D’Avanzo?
“Un’avventura grandissima proprio grazie a tutta la fase iniziale di documentazione che ho fatto con Peppe, di cui non riesco a parlare perché mi commuovo. È stato un film fondamentale, decisivo. Il divo e La grande bellezza sono stati due film in cui c'è stata una convergenza di eventi, di energie, forza, entusiasmo mia e di tutti quelli con cui lavoravo. Una combinazione esplosiva. Avevamo la sensazione, pericolosissima ma fortunata, che tutto ci riuscisse. Uno proponeva una cosa, e gli altri: “facciamola”. E anziché una sciocchezza, si rivelava una cosa bella. Abbiamo vissuto una grande euforia”.
Andreotti lo incontrò.
“Sì, con Peppe D’Avanzo, ben due volte. Andreotti è equipaggiato come Dio. Sta fermo ma decide. Ti dava quella sensazione. Non è Dio, ma equipaggiato come”.
Come reagì al successo internazionale del film?
“Facemmo una proiezione per lui alla quale io non partecipai, ma ero in contatto telefonico diretto con il produttore che mi raccontava le reazioni. Si infastidì molto. Mi è dispiaciuto anche che il film abbia dato fastidio ai familiari, perché ero e sono un ammiratore del suo carisma. Non condividevo le sue idee politiche e certe forme di immobilismo. Che però criticavo più da ragazzo, quando hai irruenza nell’idea della politica. Col tempo capisci che certe forme di immobilismo erano necessarie, doverose, sagge. Paradossalmente io ero a favore di Andreotti, non contro”.
Tra l’altro aveva una parente che le somigliava…
“Era un gioco con mio padre, ogni volta che salutava una nostra lontana parente “ma è identica a Andreotti”, e io e mio fratello ridevamo molto”.
L’altra incursione nella politica è stata ‘Loro’, 1 e 2.
“Esperienza grande e molto impegnativa. Tutti i film che mettono il piedino dentro la politica, che riguardano i personaggi viventi, sono complicati, azzardati, creano tensioni, pressioni. Cose che ho fatto e che francamente non rifarei”.
Se Andreotti era vestito come da Dio, Berlusconi com’era vestito?
“Purtroppo quando si va a cercare delle verità dentro le persone si trova sempre qualcosa di imbarazzante, vale anche per noi stessi. E quindi questo crea malumore. Anche se non la penso come Forza Italia, devo dire che la figura di Berlusconi era animata da un vitalismo straripante, prorompente, inarrestabile. Lo ammiro perché io sono l'opposto, tendo alla pigrizia, a lasciar perdere. E invece questo suo accanimento… Non finisce mai di stupirmi quanto le persone possano essere appassionate della propria vita. Mi lascia senza fiato. Berlusconi era così”.
‘Loro’ non è disponibile su nessuna piattaforma.
“La cosa più importante per me è non lagnarsi mai. È una filosofia di vita. Non recrimino, non rimprovero, non dico, non punto il dito. O farei male il mio lavoro. E questo atteggiamento si è espanso in tutte le cose della vita. Non dirò mai nulla su Loro, vivo la cosa da solo, non ne parlo in pubblico”.
Pensa a un altro film?
“Al momento non c’è nulla. Le cose vanno cercate con calma. Ho fatto un film profondamente autobiografico, l’ho fatto di getto. Mi è stato anche utile liberarmi un po’ di certi pensieri che erano diventati ossessivi, ricorrenti. Un film aiuta perché finisci per parlarne talmente tanto, della questione, che poi ti annoia. Ma non è la mia strada quella di mettermi troppo in mezzo nel racconto di un film. L'ho fatto in due casi. Ora tornerò a fare qualcosa più distante da me”.
Quanto è importante l’autoironia?
“Veramente tanto. È l'antidoto contro tutta una serie di pesantezze che io per primo posseggo, induco continuamente in me stesso. Il momento in cui sto peggio è proprio quando smarrisco l'ironia, l'autoironia. Purtroppo alle volte l'ironia la si smarrisce, la si dimentica. E la si ritrova: ogni tanto mi ricordo di quando ero ironico: vivevo molto meglio”.