Luca Zingaretti: “Per scovare storie io e Luisa leggiamo a letto”
di Arianna FinosMr. Zingaretti, i suppose. Montalbano ha consegnato l’immagine di Luca Zingaretti alle masse televisive e al resto del mondo tanto tempo fa, e lui lo capì quando a Londra lo fermò un flemmatico fan britannico. Ma quell’avventura, anche se l’ha tenuto un po’ lontano dal cinema - “ammetto che avrei voluto frequentarlo di più”, ci racconta Zingaretti - è stata prodromica all’arrivo di La casa degli sguardi, che firma come sceneggiatore e regista, oltre che attore, alla Festa di Roma.
“Era da tanto tempo che leggendo delle scene mi veniva naturale pensare a come l’avrei girata. Poi sul set di Montalbano accadde che Alberto Sironi si sentì male e non tornò più. Dovetti prendere in consegna il timone e portare la barca al porto. E questo mi rassicurò. Nella vita sono da profilo basso, non fare le cose se non sei all’altezza. A quel punto ho pensato: se hai voglia di raccontare una storia ci devi provare. È accaduto quando ho …
Mr. Zingaretti, i suppose. Montalbano ha consegnato l’immagine di Luca Zingaretti alle masse televisive e al resto del mondo tanto tempo fa, e lui lo capì quando a Londra lo fermò un flemmatico fan britannico. Ma quell’avventura, anche se l’ha tenuto un po’ lontano dal cinema - “ammetto che avrei voluto frequentarlo di più”, ci racconta Zingaretti - è stata prodromica all’arrivo di La casa degli sguardi, che firma come sceneggiatore e regista, oltre che attore, alla Festa di Roma.
“Era da tanto tempo che leggendo delle scene mi veniva naturale pensare a come l’avrei girata. Poi sul set di Montalbano accadde che Alberto Sironi si sentì male e non tornò più. Dovetti prendere in consegna il timone e portare la barca al porto. E questo mi rassicurò. Nella vita sono da profilo basso, non fare le cose se non sei all’altezza. A quel punto ho pensato: se hai voglia di raccontare una storia ci devi provare. È accaduto quando ho letto questo romanzo di Daniele Mencarelli".
Perché?
“Mi hanno sempre commosso le storie in cui c’è una speranza in fondo al tunnel, la gente che cade e si rimette in piedi, che riflette sul senso della vita. E parla di una classe sociale che è stata raccontata nei primi anni del Dopoguerra, non solo dal cinema neorealista. Poi ce la siamo dimenticata a favore della piccola, media, alta borghesia o addirittura della criminalità. In questo film racconto una classe che ha una cultura radicata e ben precisa, una dignità e una sua etica. Che magari fatica ad arrivare a fine mese, e si fa un vanto di esserci arrivata in maniera onesta. Una classe di persone che aborrisce venir meno alle regole sociali, a delinquere. E ancora oggi rappresenta una straordinaria ricchezza in un Paese come il nostro, dove il senso etico è labile, il confine tra lucido e illecito sempre più sottile e indefinito. Ed è una classe che riesce a mantenere una cultura antica riconosciuta da tutti come propria”.
È la storia di un figlio-poeta ventenne, alcolista, che ritrova la strada lavorando in ospedale e di un padre che cerca di stargli accanto, anche quando è difficile.
“È ambientato all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. Da romano sono stato paziente lì da bambino, ci sono stato con i miei figli. È un luogo speciale, perché tu pensi che sia il centro del dolore del mondo – non è sopportabile l’idea di un bimbo che debba soffrire, ammalarsi – eppure c’è un’atmosfera che ti lenisce il dolore, è un luogo che ti fa sentire sicuro, in cui i problemi si possono risolvere. Ovviamente abbiamo girato anche in altri posti, per non disturbare persone che hanno problemi. E che fanno un lavoro pazzesco tutti: dottori, infermieri, suore, ausiliari, sono eroi, è quanto più vicino all’essenza della vita il dolore, soprattutto in una società che lo ha bandito, demonizzato. E loro ci convivono, cercano di lenirlo. La troupe aveva adottato alcuni bambini molto malati, ma noi andavamo via la sera dopo essere stati insieme a loro, con la sensazione di esserci arricchiti. Ed è una follia la volontà dei vari governi che si sono succeduti di smantellare il Sistema sanitario nazionale. Teniamocelo stretto il nostro sistema. Un personaggio molto importante, di un Paese importante, ancora ringrazia il Signore di essersi sentito male in Italia, perché dice ‘sono stato curato come da nessun'altra parte, gratis per di più’.
Il tema della paternità è importante, per lei.
"Mutuo le parole di Recalcati; il ruolo della madre è cambiato poco negli anni dal punto di vista sociale, tanto è profondo e ancestrale, ma è cambiato moltissimo quello paterno. Non c’è più il padre autoritario, se tenti di farlo rischi anche di sentire pernacchie. I giovani si sono conquistati degli spazi. Ma allora qual è il ruolo del padre? Come quello che racconto nel film è di testimonianza, di esserci. Di non giudicare, opprimere, prendersi cura anche quando non sa troppo cosa fare. L’ho voluto tranviere, che gira su un percorso tracciato e sempre quello, il figlio sa sempre dove trovare il padre, se ha bisogno lui c’è. Il tram è una metafora”.
Di poesia si parla poco, oggi.
“Una delle cose che mi affascina. La sublimazione dell’ansia di vivere attraverso la poesia che è necessaria tanto quanto un bel piatto di spaghetti. È la riflessione, la pace, la comunicazione, un ritmo altro rispetto al nostro modo di vita. Nel film al meeting di poesia, agli intellettuali snob dice ‘a me piacerebbe che i miei versi fossero mangiati, cagati, sputati, perché c’è bisogno di poesia nella vita’”.
Lei e sua moglie Luisa Ranieri da tempo siete anche produttori. Lei ha raccontato delle serate trascorse a leggere e scambiarvi libri, idee. È successo con Lolita Lo bosco. Vi immagino nel lettone con due pile di libri sui rispettivi comodini…
“E’ così, ma penso che sia importante in tutte le coppie: leggere è anche un modo per rinnovarsi, ritrovare l’altro diverso, cresciuto, turbato, interessato, curioso. La letteratura ti dà materiale su cui costruire il tuo io, cambiare anche, confrontarti. Se poi sei una persona curiosa, come credo di poter dire di me e di Luisa, questa è proprio una roba necessaria”.
Al cinema ha lavorato con tanti autori, Montaldo, Taviani, Martone, Avati, Luchetti.
"Sono stato un grande consumatore di cinema. Ho amato il neorealismo, il cinema americano anni Settanta, Scorsese su tutti. Mi piacciono i film che sanno parlare in più lingue di più cose, e tu esce confuso dalla sala e nei giorni successivi continui a pensarci. Ammiro Paolo Sorrentino, per me il più grande autore degli ultimi cinquant’anni. Fa un cinema denso, di contenuti, significati, immagini, che stordisce”.
Un film di cui ha un ricordo importante?
"Sanguepazzo con Marco Tullio Giordana, sulla parabola dei due attori del cinema fascista Luisa Ferida e Osvaldo Valenti, anche perché arrivava in un momento particolare, avevo bisogno di confrontarmi con un grande ruolo e un grande regista. È stata una bellissima esperienza”.
Perché sognava di fare l’attore?
“E’ stata una cosa naturale, un corso di teatro al liceo, il calore che sentivo sul palco, mi sentivo bene, come pure in un racconto per immagini, mi sentivo come in un acquario, senza gravità, ogni gesto diventava importante. Ho sperato di farne una professione, il sogno si è avverato e ancora oggi sono uno che non dice no a niente. Perché sono uno curioso, a cui piace stare sul campo di battaglia”.
Il momento più doloroso di carriera?
"Sono due, chiarissimi. Uno è quando, giovanissimo, faccio il provino per una grossa fiction Rai, mi chiama nel pomeriggio il mio agente “ti hanno preso”. Due ore dopo richiama “no, il capo della fiction dice che non sei famoso e non hai santi in paradiso”. Quell’episodio mi fece dubitare della possibilità di fare il mestiere. Non ero famoso e non volevo santi in paradiso. Passai una settimana di disperazione. Poi quando feci Il branco di Marco Risi, un film fortissimo. Andammo a Venezia e, alla proiezione ufficiale al Palazzo del cinema fummo fischiati da tutta la sala. Uma Thurman aveva equivocato la storia di questo stupro di gruppo, fece una polemica tremenda. Fu una esperienza scioccante”.
Il momento più felice?
“La mia carriera è stata un passo dopo l’altro, non ho mai preso scorciatoie. È stato un lento accumulo di cose che mi hanno portato ad essere ciò che sono. Una bella carriera di bei ricordi, nessuno eclatante. Non ho vinto l’Oscar, o la mia vita non è cambiata come temevo quel giorno in cui mi fischiarono. Forse il brivido del 46 per cento di share con Montalbano in Rai. Diciamo che più che gioie violente, c’è una lunga scia di soddisfazioni”.