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Dario Argento: “Halloween l’ho inventato io. Conosco tante streghe, ma i vampiri sono più chic”

Dario Argento (fotogramma)

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Il maestro dell’horror ricorda il primo incontro, anni fa in America, con le zucche e i ragazzi mascherati. “Tornai in Italia e lanciai la moda dal mio negozio”. E annuncia che tornerà sul set: “Sarà un film terribilmente angoscioso. Mica penserete che abbia smesso di farvi paura?”
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Dario Argento riemerge da una mattinata spesa nell’orrore della burocrazia digitale, “non riesco a fare lo spid, il mio passaporto non ha chip, per fare la carta d’identità elettronica ci vogliono mesi. Stiamo cercando di venirne a capo con la mia segretaria”. Intervistare l’ottantaquattenne maestro mondiale del cinema da paura, alla vigilia di Halloween, è un piacere e un dovere, visto che a importare e diffondere la festa in Italia è stato lui.

Tutto è cominciato quando stava lavorando negli Stati Uniti.

“Vivevo a Los Angeles, lavoravo alla postproduzione di un film, forse Trauma, inizio anni 90. Ero in un bell’albergo a Santa Monica. Erano i giorni di Halloween ma non sapevo cosa fosse. Vedo per le strade sfilate di ragazzi mascherati, gruppi che andavano nelle case a rompere Ie scatole, io per fortuna ero in albergo. Ma mi incuriosisco, chiedo al montatore, mi spiega della festa, le zucche, dolcetto o scherzetto, i demoni, i mostri, le streghe. Mi ricordo che uno dei due aeroporti…

Dario Argento riemerge da una mattinata spesa nell’orrore della burocrazia digitale, “non riesco a fare lo spid, il mio passaporto non ha chip, per fare la carta d’identità elettronica ci vogliono mesi. Stiamo cercando di venirne a capo con la mia segretaria”. Intervistare l’ottantaquattenne maestro mondiale del cinema da paura, alla vigilia di Halloween, è un piacere e un dovere, visto che a importare e diffondere la festa in Italia è stato lui.

Tutto è cominciato quando stava lavorando negli Stati Uniti.

“Vivevo a Los Angeles, lavoravo alla postproduzione di un film, forse Trauma, inizio anni 90. Ero in un bell’albergo a Santa Monica. Erano i giorni di Halloween ma non sapevo cosa fosse. Vedo per le strade sfilate di ragazzi mascherati, gruppi che andavano nelle case a rompere Ie scatole, io per fortuna ero in albergo. Ma mi incuriosisco, chiedo al montatore, mi spiega della festa, le zucche, dolcetto o scherzetto, i demoni, i mostri, le streghe. Mi ricordo che uno dei due aeroporti veniva chiuso e lì si riversavano migliaia di bambini e adolescenti. Era impressionante. E così, tornato in Italia, ho pensato che fosse una cosa perfetta per il mio negozio, Profondo rosso. Ho scritto un paio di articoli su qualche giornale spiegando di Halloween, ho iniziato a riempire il negozio di zucche e tutto l’armamentario. Nessuno lo faceva, prima, in Italia”.

La locandina del film "Trauma" 

Il negozio si è affollato presto.

“Si, sono iniziate a arrivare intere famiglie, ragazzi. E i giornali ne hanno parlato. Non era una folla. Però la voce è passata e l’Halloween successivo il numero era triplicato, la fila bloccava la strada e la crescita da quel momento è stata continua. Era diventato un rito, passare al negozio mascherati prima di andare alle feste notturne. Io purtroppo dallo scorso anno non partecipo, perché mi sono preso la polmonite. Sono guarito, ma non posso rischiare quella montagna contagiosa di baci, abbracci, mani strette. Anche se mi mancano”.

Scherzetto o dolcetto?

“Sul set non ho mai amato scherzare, girare un film è complicato, ci vuole rigore. Quanto ai dolci, non sono un mangione, un ossessivo. Mi piace la crema pasticcera”.

(afp)

Che film consiglia di vedere nella notte di Halloween?

“C’è stata una generazione di registi horror americani potente. Di sicuro in cima alla lista c’è Halloween del mio amico John Carpenter, poi tanti altri. Ogni anno ci raduniamo con I “maestri” della famosa serie tv Master of horror – da Joe Dante a John Landis - e ceniamo tutti in un ristorante italiano, hamburger e panini, io non amo gli hamburger e sono celiaco. Però parliamo, ci divertiamo. Discutiamo di cinema horror”.

Tra i suoi film in particolare?

“Suspiria, senza dubbio”.

Una scena del film "Suspiria" 

Una trilogia che ha fatto la storia del cinema horror, quella delle “tre madri”.

“All’inizio pensavo di fare solo un film, poi ho continuato, ispirandomi allo scrittore inglese Thomas de Quincey e alle tre mater. Ho approfondito e fatto ricerche come credo nessun altro, girato Paesi per capire come le streghe vengono presentate, raccontate. In Belgio, in Francia, molto in Svizzera, in Grecia. In Belgio c’è un grande culto della stregoneria, lì ho capito meglio cosa fanno. E ho cercato di incontrarne”.

C’è riuscito?

“Sì. Mi affidavo agli amici cineasti, che si davano da fare. Ne ho incontrate tante che si dicevano streghe. A Monaco una sera, dopo la cena, andammo a casa di questa strega – una bellissima donna – e del marito. Iniziammo a bere e bicchiere dopo bicchiere iniziò a raccontare storie che le erano successe, incontri, esperienze sovrannaturali. Il marito s’era addormentato di sasso. Io le chiesi “ma lui cosa dice nel sentirle fare questi racconti?”, e lei sogghignò lasciando intendere che fosse opera sua. E ricordo due streghe in Grecia, anziane, le voci stridule, le facce maligne. E tante altre, le loro case sepolte di libri sull’occultismo. Si conoscevano, si scrivevano attraverso i Paesi, oggi immagino che il contatto sia facile, tra loro”.

Lei ci crede alle streghe?

“No. Mi incuriosivano molto alcune di loro, orgogliose di essere streghe, a volte mi inquietavano. Ma ho sempre percepito qualcosa di falso, anche se molte di loro erano convinte sinceramente di esserlo”.

Dopo i suoi film l’hanno contattata?

“Qualche strega italiana sì, mi hanno scritto per spiegarmi quello che secondo loro era giusto o sbagliato nel film. Ma è stata un’esperienza interessante, la stregoneria la vedo come un fenomeno culturale. Che riempie pagine di letteratura, e di opere d’arte. Nella pittura le streghe sono presenti in modo massiccio, tutti i più grandi pittori se ne sono occupati, non solo come soggetto diretto ma a margine di opere che raffigurano altro”.

Il regista con la figlia Asia Argento 

Il suo preferito?

“Il meraviglioso affresco nel Duomo di Orvieto sulla fine del mondo, sotto ci sono un numero enorme di streghe e diavoli, sembrano creature di un altro mondo, di fantascienza. È uno dei quadri più belli della pittura italiana. Molti colleghi registi, specie quelli che si occupano di queste tematiche, vengono in Italia a vederlo e ne restano affascinati”.

L'altro filone classico è quello dei vampiri. Anche lei ha fatto un Dracula.

“I vampiri sono spettacolari, glamour, grandi castelli, maggiordomi, saloni. Il vampiro è più elegante e caciarone. Le streghe sono silenziose, agiscono in modo sotterraneo, maligne… fanno più paura”.

Daria Nicolodi in "Profondo rosso" 

Che registi horror le piacciono delle nuove generazioni?

“Italiani ne vedo pochi, più i francesi, tra l’altro in Francia sono ancora diffuse le fanzine, e molti mi vengono a trovare, penso a Pascal Laugier, il regista di Martyrs che era un buon film. Ma se devo dire la verità mi piacciono gli horror coreani e giapponesi, e su tutti i messicani, sono fortissimi e hanno una tradizione antica di horror stregonesco. L’esponente di punta è Guillermo Del Toro”.

Che si definisce un suo allievo e ammiratore.

“Sì. E poi gli spagnoli, che però sono un po’ pasticcioni, fin troppo solari, ci mettono sempre dentro qualcosa che fa ridere”.

Lei cosa prepara?

“Mi ha contattato una produttrice americana. Ma io ho un progetto francese che ho dovuto rimandare quando sono caduto in casa, rompendomi il femore. Dopo una pausa lunga ci devi rimettere le mani parecchio, entrare nello spirito. Ma sono quasi pronto a girare”.

Non ci può dire nulla?

“Solo che è un ritorno all’horror, terribilmente angoscioso. Magari l’anno prossimo ad Halloween ci diamo appuntamento. Mica penserete che abbia smesso di farvi paura?”.

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