Spettacoli

Nanni Moretti e il film su Berlinguer: “Se Elio Germano e Andrea Segre avessero avuto vent’anni nel 1973 avrebbero odiato il compromesso storico”

Il regista ha ospitato la proiezione de “La grande ambizione”, che al secondo giorno è terzo negli incassi dopo “Parthenope” e “Venom”

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La grande ambizione, Berlinguer secondo Andrea Segre, è terzo negli incassi in questa prima parte di weekend. Oltre 353 mila euro, al secondo giorno di programmazione (primo Parthenope con 641 mila, secondo Venom-The last dance a 622 mila).


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Il film, che è valso al protagonista Elio Germano il premio da migliore attore alla Festa di Roma, è protagonista di un tour che attraversa l’Italia. Ieri tra le tappe il Sacher di Nanni Moretti, che ha introdotto il film a una sala affollata, con molta partecipazione. Sul palco, con il padrone di casa, Segre, Germano, Francesco Acquaroli, Paolo Calabresi, Fabrizia Sacchi. Il film racconta cinque anni della vita politica del segretario del partito comunista negli anni '70. Il momento in cui Enrico Berlinguer scelse di staccarsi dalla dipendenza dall'Unione Sovietica e cercò con Aldo Moro un accordo epocale: il compromesso storico.

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E proprio sul compromesso Moretti non rinuncia a una battuta: “Secondo me se Andrea Segre e Elio Germano avessero avuto vent’anni nel 1973, avrebbero odiato il compromesso storico”, ha detto. Germano risponde. “A proposito di questo: a noi fa piacere che questo film possa produrre discussione. Non lo abbiamo inteso come un incensamento o una mitizzazione di nessuno. Il film è stato fatto con la nostra grande ambizione di poter interrogare il presente, interrogarci ed entrare in critica con la vita che facciamo. In questo senso, da quel punto di vista, è un film extraparlamentare”.

A proposito dell’interpretazione di Germano, Nanni Moretti dice che “due possono essere i riferimenti attoriali, Mastroianni o Volonté: non esiste una terza via. Quale hai scelto, come ti sei preparato?”. ”Di pesi sulle spalle ne avevamo già tanti, senza dover andare a scomodare nostri illustri colleghi. Noi abbiamo iniziato a lavorare sui materiali di archivio che hanno nutrito anche la nostra preparazione. E grazie a questo abbiamo trovato da subito una dimensione collegiale, che ci ha salvato da questo enorme senso della responsabilità, dal chiuderci nelle paure nelle nostre performance individuali. Visto che raccontavamo un'epoca ma soprattutto un partito un gruppo di persone che si muoveva sulla collegialità e così sopportavano il peso della responsabilità. Nel momento in cui c'è una sicurezza è data dalla funzionalità del ruolo. Sono qui perché rappresento, la mia soddisfazione non è nella mia vicenda personale ma nel ruolo che nella dimensione collettiva”.

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