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“Eterno visionario”, Pirandello aiuta ad attraversare il caos odierno. La recensione di Alberto Crespi

FEDERICA DI BENEDETTO 

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Michele Placido dirige Fabrizio Bentivoglio in un film sulla vita del premio Nobel
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In un periodo di identità frantumate e di crisi di valori, occorre ritrovare nel passato le figure di riferimento per orientarsi nella bufera: non è un caso che stia andando benissimo un film su Enrico Berlinguer. Sarebbe bello se lo stesso successo toccasse a Eterno visionario, nuovo film di Michele Placido che conferma – dopo La stranezza di Roberto Andò, uscito due anni fa – la bruciante attualità di Luigi Pirandello: drammaturgo, romanziere, intellettuale ma potremmo dire filosofo assai utile per decifrare il caos odierno.

Intercettiamo Pirandello nel 1934, sul treno per Stoccolma che lo porta a ricevere il Nobel. Da lì comincia un andirivieni nel tempo che ci riporta a vari episodi della sua vita, in primis l’incontro con la giovane attrice Marta Abba che diventa la sua musa. Largo spazio è dedicato alla tormentata vita familiare: il problematico rapporto con la moglie, a un certo punto reclusa in manicomio, e con i figli.

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In un periodo di identità frantumate e di crisi di valori, occorre ritrovare nel passato le figure di riferimento per orientarsi nella bufera: non è un caso che stia andando benissimo un film su Enrico Berlinguer. Sarebbe bello se lo stesso successo toccasse a Eterno visionario, nuovo film di Michele Placido che conferma – dopo La stranezza di Roberto Andò, uscito due anni fa – la bruciante attualità di Luigi Pirandello: drammaturgo, romanziere, intellettuale ma potremmo dire filosofo assai utile per decifrare il caos odierno.

Intercettiamo Pirandello nel 1934, sul treno per Stoccolma che lo porta a ricevere il Nobel. Da lì comincia un andirivieni nel tempo che ci riporta a vari episodi della sua vita, in primis l’incontro con la giovane attrice Marta Abba che diventa la sua musa. Largo spazio è dedicato alla tormentata vita familiare: il problematico rapporto con la moglie, a un certo punto reclusa in manicomio, e con i figli.

©AZZURRA PRIMAVERA 2023 

Scritto da Placido assieme a Toni Trupia e a Matteo Collura (autore de Il gioco delle parti, libro a cui il film liberamente si ispira), il film ha una struttura complessa (pirandelliana?) ma si segue con piacere. Dopo L’ombra di Caravaggio è un altro ritratto di artista tormentato, ed è interessante mettere a confronto Fabrizio Bentivoglio, bravissimo, con il Toni Servillo di La stranezza: qui c’è più dolore, forse meno ironia e meno ricerca della somiglianza fisica. Placido si ritaglia il ruolo di Saul Colin, l’agente che accompagna lo scrittore verso il Nobel. Nel resto del cast troneggia Valeria Bruna Tedeschi nei panni della moglie Antonietta: dopo L’arte della gioia di Valeria Golino, è un altro ruolo estremo, tutto sopra le righe, un’acrobazia senza rete; ma bisogna dire che nessun’altra attrice italiana sa fare la pazza con lo stesso equilibrio fra strazio e senso del grottesco.

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