Gianni Amelio prende la parola. Non per candidarsi alla presidenza del Centro sperimentale di cinematografia, anzi, per tirarsi indietro. Spiega il regista, 79 anni: “Ho letto il mio nome fatto da Pupi Avati nell’intervista a Repubblica. E’ chiaro che mi ha fatto piacere essere considerato da qualcuno che conosce il proprio mestiere, il proprio ambito, da tanti punti di vista. Ed che ti proponga per un lavoro impegnativo e importante. Il fatto che qualcuno riconoscesse in me queste qualità mi ha spinto a stare un po’ in silenzio, finché non avessi avuto una proposta, una telefonata, qualcosa di ufficiale”.
C’è stata la lettera al Ministro Giuli da parte di tutte le associazioni di autori italiane, oltre 1.500 autori, per sostenere il suo nome.
“Io sono stato al Centro come docente. Ne conosco tutti problemi, non solo legati all’insegnamento, ma anche al funzionamento di una macchina che è difficile da governare. Il regista è anche un po’ un organizzatore, produttore, fa tante cose. Quindi non è che mi sentissi fuori posto, quando Avati per primo ha lanciato il mio nome e l’idea che potessi fare bene il presidente. Però non ci siamo capiti. Io sono stato colpevolmente discreto, avrei forse dovuto dire con più forza quel che sentivo: quando lo ringraziavo, non mi riferivo al fatto che ci fosse per me la possibilità di occupare una poltrona prestigiosa, ma per la fiducia e la stima che mi veniva dimostrata. Poi si è mosso Francesco Martinotti (Anac, ndr), che in buona fede ha frainteso sulla mia disponibilità. Un equivoco per cui per primo chiedo scusa”.
Perché non vuole fare il presidente?
“Semplice: perché voglio continuare a fare il regista, a dirigere film. Ed è lo stesso motivo per cui Pupi Avati, a suo tempo, ha rifiutato di fare il presidente”.
Il Csc lei lo conosce come pochi.
“Non solo ho insegnato quarant’anni, ma ho anche scritto un libro, L’ora di regia, a quattro mani con Francesco Munzi, mio allievo, sul rapporto tra docente e studenti”.
Il suo nome è stato fatto dalle associazioni anche perché secondo molti il presidente deve essere un autore e non un manager. Si fa riferimento a Roberto Rossellini e ad altri registi.
“Rossellini non è stati presidente ma commissario straordinario, nel 1968, in un momento assai delicato non solo per il Csc. Non si è mai preoccupato della natura organizzativa e burocratica del centro, ha lasciato libertà totale agli studenti e, di conseguenza, li ha responsabilizzati. Io c’ero, avevo allievi amici che sono diventati registi importanti. Rossellini avrà messo piede al Csc non più di tre, quattro volte. In tempi più recenti anche Lina Wertmüller è stata commissaria”.
Ma deve essere più una figura autoriale o manageriale?
“Secondo me il presidente è più un manager che un cineasta. Ma la persona va scelta nell’ambito del cinema, non al di fuori. Più che registi o attori, penso piuttosto a un direttore o ex di un festival: figure che hanno la competenza per riconoscere la qualità di una iniziativa, ma anche quel saper navigare dentro un mondo che ha molto a che fare con la politica. Un dialogo di cui non si può fare a meno perché ci sono iniziative che costano, bilanci, richieste”.
Quali sono i criteri con cui va scelto?
“Io credo che la competenza debba essere messa al primo posto da un ministro che deve decidere qualcuno che diriga una macchina complessa come la figura del presidente. Ed è una figura che dall’esterno è equivocata: si tratta di qualcuno che ha a che fare con i rapporti esterni al Centro, lo scioglimento di nodi burocratici e non con l’insegnamento del cinema”.
Ma la scelta va concertata dal ministro con il mondo del cinema?
“La competenza a largo raggio deve essere messa al primo posto perché il ruolo di presidente è l’immagina della scuola, una macchina complessa che ha bisogno di un capitano abile da tanti punti di vista. Ed è una figura che viene spesso equivocata da chi guarda da fuori: il presidente è qualcuno che ha molto a che fare con i rapporti esterni, lo scioglimento di tanti nodi burocratici e non con l’insegnamento del cinema”.
Ma la scelta va concertata dal ministro con il mondo del cinema?
"Certo. Ma questo vale per tutti i settori, dall’istruzione ai trasporti. A guidare la scelta è sempre il criterio della competenza”.
Nell’agosto 2023 è stata esautorata Marta Donzelli, costretta a dimettersi, ora si è tirato indietro Castellitto. Si è spesso lamentata, anche in passato, l’ingerenza politica al Csc.
“Questo non vale solo per il Csc. La politica entra comunque nella vita civile, ma non deve farlo in modo arrogante e autoritario. Deve farlo con serietà e senso. Di sicuro il cambio repentino di tanti presidenti deve essere legato a qualcosa di poco cristallino, ma il nostro è un Paese complesso”.
Agli allievi del Centro cosa consiglia?
“I problemi possono essere ottime occasioni per crescere. Se non avete un presidente, uscite dal Centro e guardate la gente. Questo è un mestiere che si impara sempre a metà: la scuola è una scuola, ma i ragazzi devono muoversi anche nella vita di tutti i giorni, con gli ostacoli che questo comporta. Saper reagire è un passo per essere più consapevoli di quello che viene dopo, una volta usciti dall’ambito protettivo dei banchi. Il mestiere di regista è fatto di lotte, non te lo regala nessuno”.