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Cristiana Capotondi: “La mia tesi su cinema e fascismo, lo schermo racconta che la Storia siamo noi”

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L’attrice è la madrina del Torino Film Festival. I suoi ricordi alla rassegna, gli incontri, i progetti. E sul Centro sperimentale: “Si può imparare a fare il manager, ma se non hai una visione nessuno te la può insegnare”
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Cristiana Capotondi, lei è la madrina del Torino Film Festival, edizione numero 42, con la direzione artistica di Giulio Base. Oggi si parte. Pronta?

“Felice. Prima di tutto sono molto legata alla città di Torino, qui ho fatto una prima esperienza importante, poi nel 1994 una serie con Gigi Proietti e Nancy Brilli, quattro mesi, d’estate. Era l'anno dei Mondiali che perdemmo in finale con il Brasile, ma ricordo comunque Torino che festeggiava il secondo posto dell'Italia. Poi ci ho girato altri film. È una città che ho frequentato tanto anche per andare a vedere la Juventus allo stadio, non che io sia juventina ma insomma quello stadio lì, nuovo, è stato un luogo di grandi gite calcistiche per me. E poi, avendo lavorato da poco con Base, ed essendosi creata una bellissima amicizia, quando è stato nominato alla direzione del Torino Film Festival ci siamo sentiti: da torinese era emozionato, è nata l’idea di accompagnarlo in questa sua prima direzione. Ne sono onorata. È bello che la ra…

Cristiana Capotondi, lei è la madrina del Torino Film Festival, edizione numero 42, con la direzione artistica di Giulio Base. Oggi si parte. Pronta?

“Felice. Prima di tutto sono molto legata alla città di Torino, qui ho fatto una prima esperienza importante, poi nel 1994 una serie con Gigi Proietti e Nancy Brilli, quattro mesi, d’estate. Era l'anno dei Mondiali che perdemmo in finale con il Brasile, ma ricordo comunque Torino che festeggiava il secondo posto dell'Italia. Poi ci ho girato altri film. È una città che ho frequentato tanto anche per andare a vedere la Juventus allo stadio, non che io sia juventina ma insomma quello stadio lì, nuovo, è stato un luogo di grandi gite calcistiche per me. E poi, avendo lavorato da poco con Base, ed essendosi creata una bellissima amicizia, quando è stato nominato alla direzione del Torino Film Festival ci siamo sentiti: da torinese era emozionato, è nata l’idea di accompagnarlo in questa sua prima direzione. Ne sono onorata. È bello che la rassegna sia dedicata a Marlon Brando, immagino queste dediche sempre come una chiamata di angeli custodi, credo porterà belle cose. In questa edizione. Sono previsti bellissimi incontri e c’è una selezione più ampia rispetto agli ultimi anni. Sarà un festival pieno di star internazionali”.

I suoi ricordi al Festival?

“Venni con La mafia uccide solo d'estate, è un festival che porta bene perché quel film vinse addirittura come migliore commedia agli Efa, i premi europei del cinema. Ricordo Pif sul palco: la gente lo conosceva per Il testimone, per la tv, e lì si dimostrò autore di un gioiello che mi impressionò. Soprattutto mi colpì la presentazione del film da parte di Paolo Virzì. Mi sono goduta questa crescita autoriale di Pierfrancesco Diliberto, io poi ho una passione per le opere prime, mi piace vedere autori che nascono, che si confrontano per la prima volta con sé stessi, la propria idea, la troupe, gli attori. E vedere poi quello che accade dopo”.

Le è capitato di incontrare uno dei suoi idoli?

“E’ successo con Terry Gilliam, che sarà al Festival di Torino. Era un mio idolo assoluto, per via dei Monty Python e Brian di Nazareth. Penso a Brazil, del 1984, un film che prefigura l'enorme macchina burocratica meccanizzata, digitalizzata, di oggi. E lo stato del potere, del disarmo, della prepotenza sociale rispetto all'individuo: tutti temi ancora vivi al giorno d'oggi. Poi ho anche visto Robert Redford alla Mostra di Venezia, con il suo charme, il suo sorriso, è stato un bellissimo incontro. E tante donne che fanno il nostro mestiere: da Tilda Swinton a Julianne Moore, alla Mostra di Venezia. Ho fatto da giurata nella sezione Controcampo Italiano, qualche anno fa, con colleghi internazionali, ci siamo divertiti. Abbiamo fatto una scorpacciata di film italiani ed era l'anno di Scialla!, il debutto da regista di Francesco Bruni, che abbiamo fatto vincere perché era delizioso. Con la giuria non trovavamo una sala per la riunione finale, ci siamo ritrovati sopra una lancia vicino all’Excelsior, ma venimmo interrotti perché la lancia vicina aveva un motore in avaria e scaricarono altri ospiti internazionali da noi. Eravamo in 19 su una lancia in una situazione surreale che solo a Venezia poteva capitare. Li accompagnamo alla terraferma e finiamo la nostra riunione sulle strisce pedonali di fronte all'Excelsior, dandoci appuntamento per un pro forma finale”.

ANSA (ansa)

I cinque film della sua vita?

“C'era una volta in America per me è stata l'esperienza cinematografica più immersiva, coinvolgente, emotiva di tutta la vita. Non ho più trovato quello che ho provato con quel film. La ragazza delle balene, film neozelandese, storia di una bambina che si sente ad un certo punto investita di un dono speciale, e in parte vuole averlo perché il nonno è disperato all'idea che il suo popolo non abbia una guida. Quel ruolo sarebbe dovuto spettare a un maschio, quindi è proprio il viaggio dell'eroe al femminile. Poi Le grand bleu, perché io sono un'amante del mare e quel film trasuda passione. Guardo e riguardo Il divo di Paolo Sorrentino: in quel film per me c’è il senso del rock. 8 e 1/2 mezzo di Federico Fellini è un brivido, scene meravigliose che appartengono al mondo notturno. Io sono una persona diurna. La notte dormo, dormo bene, tanto, mi piace dormire. Ma quando c'è quella notte, viene voglia di viverne una così”.

Mondadori Portfolio/Archivio Marilla Sicilia/Marilla Sicilia 

Sta seguendo le vicende del Centro sperimentale e la presidenza vacante? Lei è stata nel cda ai tempi della gestione Donzelli, e si è dimessa con lei nell’agosto 2023.

“Certo, noi eravamo nel cda. Per me parlare del Centro sperimentale significa parlare di Andrea Purgatori. E ringrazio ancora il ministro Franceschini per avermi dato la possibilità, dando una indicazione, a cui sono seguiti voto e nomina dalla Camera e dal Senato. Non scorderò i confronti appassionati, l’idea di dare un'impronta di un certo tipo, definita dalla presidente Donzelli. Quello che sta accadendo mi spiace perché il Centro ha bisogno di riferimenti, però posso capire anche la decisione di un presidente artista, attore, regista di lasciare, perché avendolo in parte vissuto capisco che sia un lavoro che ti porta via tanto tanto tempo”.

Ma, secondo lei, ci vuole più un presidente manager o autore?

“È chiaro che servirebbe un ibrido. L'autore ha una visione sull'opera della Cineteca nazionale e della scuola. Da un punto di vista artistico quella è una parte molto importante. Però dall'altro lato c'è tutta quella, gestita dalla direzione amministrativa, che bisogna conoscere. Ma è una cosa che si impara. La visione invece ce l’hai o no. È chiaro che Donzelli aveva una conoscenza manageriale forte, perché è una produttrice, ma aveva anche una parte di visione: da produttrice non solo produce e rende possibile l'opera, ma la sceglie sulla base di una visione sua della realtà. Basta pensare al film La grande ambizione su Berlinguer che ha appena realizzato”.

Lei a cosa sta lavorando ora?

“Sto facendo la nuova serie di Giacomo Campiotti, una commedia che ha come protagoniste due donne. E sto portando a teatro un monologo che si chiama La vittoria è la balia dei vinti, diretto e scritto da Marco Bonini. È la storia di una mamma che racconta una favola a sua figlia. In realtà si tratta del racconto favolistico di una storia successa alla nonna della bambina quando era appena nata, durante il bombardamento su Firenze, nel 1943. Attraverso una storia personale, quella della neonata che si trova sotto i bombardamenti con sua madre nel rifugio di Palazzo Chigi, raccontiamo cosa accade all'Italia dopo la Seconda guerra mondiale, i rapporti umani, la differenza di classe nella struttura sociale. La rete sociale è distrutta dai bombardamenti, dalla guerra, e la città e il Paese si devono reinventare. La mia tesi di laurea è stata Il cinema italiano racconta il fascismo, l’idea era che attraverso il cinema si possa capire la Storia. Non solo i grandi rivolgimenti storici, ma anche la Storia dal basso. Pensiamo a Una giornata particolare di Ettore Scola, a quello che la Storia fa nella vita delle persone, a come le persone vengono attraversate dalla Storia. Questo mio monologo è in commedia, leggero, ma affronta temi drammatici. È un movimento che ha come cornice il racconto di una di una favola familiare, ma c'è dentro tutto”.

Oltre alla passione per la recitazione, e l’impegno in prima linea per i diritti degli attori con UNITA, ha anche una componente di riflessione e approfondimento ampia. Quando è nata questa curiosità?

“Alcune passioni le avevo fin da bambina, la curiosità, la tendenza all’approfondimento. Anche per cultura familiare. Con il tempo, studiando, leggendo, ma anche solo avendo l'opportunità di interpretare dei personaggi, mi rendevo conto che non mi bastava la sintesi fatta dall'autore. Che avevo bisogno di studiare, approfondire. Mi hanno affibbiato la nomea di secchiona, sono solo appassionata rispetto ad alcune cose che mi piacciono. Il grande valore del mio lavoro è anche la possibilità di scoprire mondi, persone, idee che non avrei conosciuto. È un mestiere che ti fa crescere, incontrare persone, storie, racconti testimonianze. Un arricchimento unico”.

E poi c’è la sua grande passione per il calcio.

"Che è una cosa davvero di pancia. Con gli anni mi sono anche un pochino raffreddata, ma il calcio è grande amore e un modo di segnare i ricordi. Dicevamo di Torino e del Mondiale del ‘94 quando Roberto Baggio e Franco Baresi sbagliarono il tiro. Quello del ’90, a cui ho pensato quando, da poco, è morto Salvatore Schillaci. Quel lutto mi ha riportato indietro alle estati in piazza San Cosimato, Trastevere, con i televisori in strada, noi bambini tutti sudati ad aspettare le partite che si giocavano nei nostri stadi, che erano tutti tirati a lucido. Avevo dieci anni, sognavo un’Italia che vincesse ai Mondiali. Per me è lo sport più bello del mondo. Ce ne sono altri. La vela mi piace moltissimo, mi piace il tennis, anche se non ci capisco niente perché non ho mai giocato. Mi piacciono nuoto e atletica. Ma quando c’è un rettangolo di gioco con una palla al centro, tutto cambia. Le cito una frase attribuita a Maradona e che sento profondamente mia: “Se io fossi ospite a un matrimonio e fossi vestito di bianco e vedessi arrivare dall'alto una palla sporca di fango, la stopperei di petto”. Quando arriva la palla, chi se ne importa del resto?”.

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