Paolo Cognetti in “Fiore mio”, regista tra le montagne. “Senza l’uomo la natura si salverà”
di Luigi BologniniMILANO — La montagna non è solo un luogo, è anche se non soprattutto uno stato d’animo. Dallo scorso decennio, dopo aver abbandonato Milano, Paolo Cognetti ne ha fatto prima casa, poi oggetto di narrazione e di divulgazione nel senso migliore del concetto. Finora però l’aveva fatto da scrittore (Le otto montagne, La felicità del lupo, Giù nella valle) e da commentatore proprio per Repubblica, ora lo fa anche da attore e regista, con Fiore mio, nelle sale da domani a mercoledì.
Un film che non si dovrebbe neanche definire tale, semmai documentario, «però la produzione ci tiene che lo si definisca film», sorride lo scrittore. Che non è un dilettante allo sbaraglio, come a volte capita agli uomini di lettere che si mettono dietro la macchina da presa, perché …
MILANO — La montagna non è solo un luogo, è anche se non soprattutto uno stato d’animo. Dallo scorso decennio, dopo aver abbandonato Milano, Paolo Cognetti ne ha fatto prima casa, poi oggetto di narrazione e di divulgazione nel senso migliore del concetto. Finora però l’aveva fatto da scrittore (Le otto montagne, La felicità del lupo, Giù nella valle) e da commentatore proprio per Repubblica, ora lo fa anche da attore e regista, con Fiore mio, nelle sale da domani a mercoledì.
Un film che non si dovrebbe neanche definire tale, semmai documentario, «però la produzione ci tiene che lo si definisca film», sorride lo scrittore. Che non è un dilettante allo sbaraglio, come a volte capita agli uomini di lettere che si mettono dietro la macchina da presa, perché alla fine dello scorso millennio, quando ancora era un ragazzino e viveva a Milano, si diplomò alla Civica scuola di cinema della sua città. Poi però la scrittura aveva preso il sopravvento. Fino a che proprio da un libro, Le otto montagne, era stato tratto da Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch un film vincitore del premio della Giuria a Cannes 2022. «E da allora Samarcanda Film mi ha sollecitato proposte».
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Attesa breve: nell’estate di quello stesso anno arriva una siccità tale che per la prima volta si esaurisce la sorgente della sua casa a Estoul, il piccolo borgo valdostano dove vive, a 1700 metri. E a lui viene voglia di raccontare, stavolta per immagini, la bellezza delle montagne, a cominciare dal Rosa, prima che sia troppo tardi.
Se la memoria ha un futuro, la filosofia è quella di tramandare ai posteri qualcosa che probabilmente non avranno modo di conoscere di persona. Roba tipo i ghiacciai, ad esempio, o le vecchie tradizioni locali, il dialetto, il profumo del legno vecchio. «Ma la montagna continuerà sempre a esistere, come tutto, ma come tutto cambierà, e temo proprio non in meglio. Finché magari la natura si scrollerà di dosso, un po’ infastidita, la razza umana, e così si salverà. Le avvisaglie non mancano».
Non siamo però alla sfilata di meteorologi e tuttologi assortiti che sfornano dati sempre più catastrofici e moniti sempre più duri, «tra l’altro mi innervosisce che si parli del cambiamento climatico restando in città, bisogna andare in quota e usare gli occhi per capire davvero». E per chi non può o non vuole andarci, ma anche per chi sembra parlare più perché è di moda che per un reale convincimento, Cognetti ha scattato questa poetica fotografia in movimento.
Tre mesi di riprese per le vette incontrando amici e convalligiani, contadini, alpinisti, boscaioli e guide. «Gente a cui piace pensarsi un po’ come custode della montagna, nel senso di osservatrice della sua vita». Gente mai banale, comunque, a volte quasi incredibile, «perché la montagna quelli un po’ strani spesso li attira». Tipo Marta Squinobal, che gestisce il rifugio Orestes Huette praticando yoga e cucina vegana. O tipo Sete, sherpa che nel suo Nepal ha scalato tre Ottomila, Everest, Manaslu e Daulaghiri, e che sei mesi all’anno vive e lavora in un rifugio sul Monte Rosa.
Ma è un soggetto mica male anche Vasco Brondi. Il cantautore ferrarese, una volta noto come Le luci della centrale elettrica, oltre a fare una comparsata e schitarrare un po’, ha scritto la colonna sonora di Fiore mio e una canzone inedita, Ascoltare gli alberi, intrisa di malinconia, ma anche di un vago ottimismo che è raro nella sua produzione. «E le parole mi sono venute di getto proprio quando mi trovavo a casa di Paolo a Estoul. Gli lasciai la prima strofa scritta su un foglietto e fermata con un sasso. Che poi è un piccolissimo pezzo di montagna, in fondo». Proprio la montagna che ha fatto diventare amici i due, «ma in fondo è come se ci conoscessimo da sempre: quando ci siamo incontrati, a un festival culturale, lui aveva in mano un mio disco e io un suo libro», dice il cantante. Cognetti precisa sogghignando: «Abbiamo letto gli stessi libri e amato le stesse donne. E poi sono testimone diretto di una sua passione quando in quota vede un laghetto gelido: denudarsi e tuffarsi».
Scena che non è stata ripresa, privilegiando immagini estetiche, per cercare una risposta che forse neppure esiste alla domanda se la montagna, e il viverci, sia una dolce condanna o un amaro privilegio. «Probabilmente entrambe le cose — conclude Cognetti — ma può essere anche solo una circostanza casuale oppure una scelta, come nel mio caso. Di certo è un posto dove si impara a stare soli, pur non essendolo mai davvero, e dove si ritrovano i silenzi, anche se la natura non tace mai, fuori e dentro di te».