Là dove c’era l’erba ora c’è. I veri protagonisti di Here, il nuovo film di Robert Zemeckis (in sala dal 9 gennaio), non sono Tom Hanks e Robin Wright. Il vero protagonista è un immobile. Una casa. La vita della gente ci passa dentro: il tempo vola — «il tempo vola, vero?» è una battuta ricorrente del film — e la casa resta lì. Piantata su quel terreno da cent’anni: l’affaccio dalla vetrata del salotto incorniciava un angolo di mondo più selvaggio, alberi rigogliosi, una strada sterrata. E prima di allora? Zemeckis torna indietro fin quando zampettavano i dinosauri, poi il meteorite, una crosta di ghiaccio da epoca sottozero, poi lampi di vita umana primitiva — un monile appartenuto a una coppia di Sapiens viene ritrovato migliaia di anni dopo in giardino. Segno che «le nostre vite si compiono nello spazio», in un “qui” che somiglia a un destino, o forse lo incarna.
"Here", Tom Hanks e Robin Wright tornano insieme…
Là dove c’era l’erba ora c’è. I veri protagonisti di Here, il nuovo film di Robert Zemeckis (in sala dal 9 gennaio), non sono Tom Hanks e Robin Wright. Il vero protagonista è un immobile. Una casa. La vita della gente ci passa dentro: il tempo vola — «il tempo vola, vero?» è una battuta ricorrente del film — e la casa resta lì. Piantata su quel terreno da cent’anni: l’affaccio dalla vetrata del salotto incorniciava un angolo di mondo più selvaggio, alberi rigogliosi, una strada sterrata. E prima di allora? Zemeckis torna indietro fin quando zampettavano i dinosauri, poi il meteorite, una crosta di ghiaccio da epoca sottozero, poi lampi di vita umana primitiva — un monile appartenuto a una coppia di Sapiens viene ritrovato migliaia di anni dopo in giardino. Segno che «le nostre vite si compiono nello spazio», in un “qui” che somiglia a un destino, o forse lo incarna.
"Here", Tom Hanks e Robin Wright tornano insieme nel nuovo film di Robert Zemeckis
Zemeckis è partito dalla stupefacente graphic novel di Richard McGuire, pubblicata in Italia da Rizzoli Lizard: lo stesso angolo della stessa abitazione. Il divano, un quadro alle pareti. Com’era trenta anni prima dell’istante in cui ci siamo cresciuti? E cinquanta? Come sarà quando ce ne saremo andati? Quarant’anni dopo Ritorno al futuro, il regista torna al passato, trasforma il suo racconto filmico in un corridoio, no, che dico? in un salotto spaziotemporale. Piazza la macchina da presa in un punto, l’inquadratura non cambia praticamente mai. Cambiano la carta da parati, gli oggetti sul tavolo, il telefono, le stoffe, gli abiti, le montature degli occhiali. Le facce. Zemeckis, che degli effetti speciali è stato un pioniere, si affida alla capacità dell’intelligenza artificiale di ringiovanire Hanks e compagni. E di invecchiarlo sulle battute finali, quando il tempo è volato tutto e sta per finire.
Sale una malinconia assimilabile alla fuliggine del camino o alla polvere che perennemente qualcuno ha da tirar via. Per il resto, sì, questo: polvere e fuliggine, alberi di Natale da fare e disfare, cene del Ringraziamento più o meno affollate — a un certo punto diventa la conta di chi non c’è più. Le foto di gruppo, sorrisi d’ordinanza. Ma anche o soprattutto il volume considerevole delle date qualunque: a volerla dire con un grande scrittore americano, «il segreto lavorio di certi giorni tutti uguali». Lavorio il cui esito si valuta alla distanza: lì per lì sembra che non sia accaduto niente, un silenzio, una telefonata, un pianto, qualcosa che smette di funzionare, qualcos’altro che chiede di essere riparato.
Seguendo l’intuizione di McGuire, Zemeckis non asseconda una meccanica sequenza cronologica: spariglia, muove i piani, disegna sullo schermo riquadri che sono stargate sui generis, collegano — nello stesso spazio — due punti diversi del tempo. Lo spettatore ha quel colpo d’occhio che gli è impedito di avere sul suo “qui”: e allora vede una donna che si lega i capelli nel 1974 davanti a quel benedetto camino spento, ma anche chi si godeva l’aria primaverile molti decenni prima. Siamo segmenti di tempo minimi della stessa lunghissima storia, che ci comprende e ci cancella, un flusso che ci sospinge piano ma in verità con la furia delle tempeste che si vedono dalle finestre. La furia del dileguare. La memoria trattiene qualcosa: più che alla maniera di Proust, è organizzata come le finestre che apro e chiudo su questo computer. «Vive più dimensioni contemporaneamente», mi confermò McGuire anni fa in un’intervista.
Alla coppia Hanks-Wright il regista dà qualche vantaggio: ce li fa spiare meglio, nel loro navigare insieme. Lui, come l’autore del romanzo grafico, appassionato all’arte. Lei un po’ stretta fra quelle mura che vorrebbe lasciare: a un compleanno tondo e importante, anziché spegnere le candeline, scoppia a piangere per le occasioni mancate. Quante volte avevamo detto di andare a Parigi in primavera e a Yellowstone in autunno? E adesso? Adesso non me ne importa più niente. Adesso che in certe sere ti salvano solo due tre dita di alcol.
Nella sua elegia anti-blockbuster, questo vecchio campione d’incassi si ritrova a fare un film intimista, a planimetria ridotta, un’elegia per dirci che alla fine bisogna darsi pace, è andata come è andata e sì, la vita che avremmo voluto vivere non è esattamente quella che abbiamo vissuto. Però c’è stata, nel nostro qui, che avventura — un nastro blu che perdi da bambino, e ti disperi; un giorno rispunta dallo stesso divano, eccolo, e non lo dimentichi più.