ROMA – A metà dei vent’anni, nei Settanta, Paul Schrader si ritrova disoccupato, separato dalla moglie e senza dimora. Su quel periodo vissuto in solitudine, alla deriva nell’alcol e nei vagabondaggi metropolitani, costruisce Taxi driver, la storia di un giovane su “una bara gialla che attraversa una fogna di città”.
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Oggi, a 79 anni, lo sceneggiatore e regista, reduce da gravi problemi di salute, ha preso a prestito la vicenda terminale del suo grande amico, lo scrittore Russell Banks (scomparso un anno fa), trasformando in cinema il romanzo I tradimenti (in sala il 16 gennaio), protagonista Richard Gere. «Russell era un uomo brillante, simpatico e generoso - ci racconta Schrader con piglio energico - aveva una casa negli Adirondacks, e ogni estate andavo a trovarlo. Poi veniva a New York, ci vedevamo. Era una parte importante della mia vita. L’ultima volta che l’ho sentito, mi dis…
ROMA – A metà dei vent’anni, nei Settanta, Paul Schrader si ritrova disoccupato, separato dalla moglie e senza dimora. Su quel periodo vissuto in solitudine, alla deriva nell’alcol e nei vagabondaggi metropolitani, costruisce Taxi driver, la storia di un giovane su “una bara gialla che attraversa una fogna di città”.
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Oggi, a 79 anni, lo sceneggiatore e regista, reduce da gravi problemi di salute, ha preso a prestito la vicenda terminale del suo grande amico, lo scrittore Russell Banks (scomparso un anno fa), trasformando in cinema il romanzo I tradimenti (in sala il 16 gennaio), protagonista Richard Gere. «Russell era un uomo brillante, simpatico e generoso - ci racconta Schrader con piglio energico - aveva una casa negli Adirondacks, e ogni estate andavo a trovarlo. Poi veniva a New York, ci vedevamo. Era una parte importante della mia vita. L’ultima volta che l’ho sentito, mi disse che non avrebbe potuto ospitarmi perché stava facendo la chemioterapia. È stato allora che ho iniziato a pensare di fare un film basato su uno dei suoi libri».
Ha scelto I tradimenti, la storia di uno scrittore tormentato dal passato che, in punto di morte, racconta la sua vita da disertore, uno dei sessantamila statunitensi rifugiatisi in Canada per evitare la guerra in Vietnam.
«Sì. Mentre scrivevo la sceneggiatura, Russell era ancora vivo. Ci scambiavamo e-mail, e lui mi disse: “Se riesco a farcela, ti garantisco una cosa: non scriverò mai più un libro su un artista che muore di cancro cercando la redenzione”. Stava morendo di cancro e affrontare quella realtà era complesso. Ma tutto è nato dalle sue scelte, dalla sua visione».
Anche la sua salute, negli ultimi anni, è stata fragile.
«Sono stato colpito dal Covid e ce l’ho fatta, ma è stato difficile. Stavo girando Il mastro giardiniere e, nell’ultima settimana, non riuscivo a camminare né a parlare. Ho continuato finché non ho potuto più, perché sapevo che se fossi andato subito al pronto soccorso, probabilmente il film lo avrei finito. Mi hanno ricoverato tre volte, durante l’ultima ho pensato: Forse è davvero finita. Avevo una polmonite bronchiale persistente, problemi respiratori, asma. E in quei momenti inizi a ragionare in termini diversi».
Ma si è ripreso bene.
«Ora la mia salute è migliorata, e mi sto preparando per quello che forse sarà il mio ultimo film”. Di che si tratta? “È un noir intitolato Non-Canon Documents. Parla di due fratelli sposati che si innamorano follemente della stessa ragazza di 25 anni. Questo manda all’aria i loro matrimoni, e la ragazza gioca con entrambi. Sì, ci sarà molto materiale per i coordinatori dell’intimità».
Ha già pensato agli attori?
«Avevo scritto una parte per Jamie Dornan, e lui aveva accettato. Poi, però, il suo manager lo ha messo in guardia: “Ci sono voluti tre anni per toglierti di dosso l’immagine di Cinquanta sfumature di grigio. Non farlo di nuovo”. Così ha cambiato idea: “Non credo che dovrei fare qualcosa di così esplicito”».
Ha sempre avuto opinioni forti sul cinema. Come vede l’industria oggi?“
«Tutto cambia continuamente. Non sappiamo più cosa definisca un film: quanto deve durare, dove lo vedrai, come verrà finanziato o monetizzato. Ogni pochi mesi qualcuno inventa un nuovo modello, e questo rende tutto instabile. Attualmente, la tv seriale sembra essere la cosa migliore, ma anche questo potrebbe cambiare».
Come funziona per lei?
«Cerco ancora di fare film per le sale. Sono fortunato a trovare finanziamenti, ma i margini sono stretti. Ho anche rifiutato alcuni progetti da piattaforma, non mi entusiasmano. Non voglio essere intrappolato nel sistema dello streaming, anche se è veloce e redditizio”.Parlando di eredità, quale lascia la sua generazione di cineasti?“Non so come sarà ricordata. Sidney Lumet una volta mi disse: “Chi se ne importa dell’eredità? Non sarò qui per vederla”. Ma sapevamo che stavamo facendo qualcosa di nuovo. Siamo stati la prima generazione a uscire dalle scuole di cinema e a lavorare con un approccio più tecnico e intellettuale. Parlare di cinema era la nostra ossessione».
Com’è cambiato il suo approccio alla regia nel corso degli anni?
«Ovviamente sono cambiato fisicamente, come tutti. Ma dentro mi sento ancora lo stesso: continuo a scrivere, a immaginare nuovi film. Ho scritto tre sceneggiature l’anno scorso, ed è il modo in cui mi vedo ancora in gioco. Però, con il passare del tempo, ogni film che faccio lo considero come il mio ultimo film. Questo cambia il calcolo delle scelte: vuoi che il tuo ultimo film sia qualcosa di significativo, che dica qualcosa di importante. Non vuoi chiudere la carriera con qualcosa di trascurabile».
Sua moglie ha il morbo di Alzheimer: pensa di raccontarlo al cinema?
«Certo, è una realtà che mi ha influenzato. Qualcuno una volta ha definito l’Alzheimer come “una vita senza fine”, e penso che sia una descrizione accurata. È difficile vedere una persona che ami perdere i suoi ricordi senza mai arrivare a una vera chiusura. Questo dolore e questa complessità si riflettono nei miei lavori. Nel mio nuovo film c’è un personaggio con demenza: ha solo cinque scene, ma ripete sempre la stessa cosa, perché è così che funziona questa malattia. La demenza è qualcosa che colpisce profondamente, ma è anche difficile da rappresentare in modo realistico».
Ha voluto di nuovo al suo fianco Richard Gere, quarantacinque anni dopo “American Gigolo”. Che ricordi ha di quel tempo?“
«È stato un periodo molto interessante. All’epoca c’era un cambiamento nell’aria: la fine degli anni ’70, il post-Vietnam, un senso di rinascita ed edonismo. Ho detto a Richard Gere che stavamo cavalcando questa nuova ondata, una sorta di estetica “edoardiana”, ossessionata dalla bellezza. Lui inizialmente non era d’accordo ma poi, dopo aver girato il film, mi ha detto che avevo ragione. Quello è stato un momento speciale, in cui potevi davvero sentire che qualcosa stava cambiando nel modo in cui gli uomini e le donne venivano rappresentati sullo schermo».
Ha menzionato spesso la guerra del Vietnam nei suoi lavori. Che ruolo gioca nella sua memoria e nei suoi film?
«È un argomento che continua a tornare, ma con il tempo anche la memoria si trasforma. Per me, il Vietnam è stato una realtà quotidiana: aprivi il giornale e trovavi notizie della guerra. È stato un periodo che ha plasmato una generazione. Ma ora, 50 anni dopo, diventa sempre più difficile ricordare com’era veramente. I ricordi si confondono, e a volte ti rendi conto che stai ricordando quelli di qualcun altro. Questo è il potere e la fragilità della memoria».
Nei suoi film c’è spesso una forte connessione con temi sociali e politici. Com’è cambiato l’attivismo sociale oggi?
«E’ molto diverso rispetto a quello degli anni ’60 e ’70. Allora, le persone si giocavano la pelle davvero: i ragazzi venivano arruolati, gli amici morivano in Vietnam, e i diritti civili erano una questione di vita o di morte. Oggi, molte proteste sembrano quasi una performance, un gioco. C’è meno coinvolgimento reale, meno rischio personale. È facile partecipare a una manifestazione e poi andare a mangiare da McDonald’s. Questo non significa che l’attivismo non sia importante, ma penso che manchi l’urgenza che caratterizzava i movimenti di decenni fa».
Il suo cinema si evolverà seguendo i cambiamenti?
«Il cinema è da sempre riflesso del suo tempo, e continuerà ad adattarsi. Per me, è importante rimanere fedele alla mia visione, ma anche essere consapevole del contesto in cui lavoro. Ogni film è un’opportunità per esplorare il presente e lasciare una traccia per il futuro».