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Twin Peaks, gli incubi di David Lynch: quando l’inconscio diventò un luogo

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Alla fine degli anni ottanta il regista sperimenta con il format della serialità televisiva. E il risultato diventa un classico istantaneo
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Come Fellini è diventato un aggettivo, David Lynch è diventato un’atmosfera. Impalpabile, riconoscibile, una foschia che altera le prospettive. Cala su un pezzo di mondo e lo timbra. Fino all’altro ieri — quando Twin Peaks era già da un pezzo un classico — capitava ovunque che si dessero feste a tema: orrende camicie hawaiane, jeans a vita alta, impermeabili chiari. Capiterà ancora. Un dresscode che è estetica e umore esistenziale, trucco e parrucco buoni per definire un’epoca della storia e dello spirito, l’Halloween permanente della torbida scialba irrazionale provincia del mondo.

Sono gli anni 80? Qualche volta sembra molto prima. Ma la provincia funziona così, e così i sogni-incubi da svegli, che non hanno date. Povera Laura Palmer! Ragazza pop e irrequieta finita male — ridotta da morta a un “caso” nelle mani dell’agente Cooper e tradotta da Lynch in un inconsueto genere-non genere, soap più noir più horror più so…

Come Fellini è diventato un aggettivo, David Lynch è diventato un’atmosfera. Impalpabile, riconoscibile, una foschia che altera le prospettive. Cala su un pezzo di mondo e lo timbra. Fino all’altro ieri — quando Twin Peaks era già da un pezzo un classico — capitava ovunque che si dessero feste a tema: orrende camicie hawaiane, jeans a vita alta, impermeabili chiari. Capiterà ancora. Un dresscode che è estetica e umore esistenziale, trucco e parrucco buoni per definire un’epoca della storia e dello spirito, l’Halloween permanente della torbida scialba irrazionale provincia del mondo.

Sono gli anni 80? Qualche volta sembra molto prima. Ma la provincia funziona così, e così i sogni-incubi da svegli, che non hanno date. Povera Laura Palmer! Ragazza pop e irrequieta finita male — ridotta da morta a un “caso” nelle mani dell’agente Cooper e tradotta da Lynch in un inconsueto genere-non genere, soap più noir più horror più sovrannaturale più boh. Da lì pescano X-Files e Stranger Things. I volantini con la scritta “Have you seen this man?”, il nastro giallo delle indagini, le tende rosse, il pavimento a zig zag, le lacrime, il caffè, il caffè soprattutto, nero come una notte senza luna, i donut.

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E la gente strana che ci abita accanto, la gente strana che dunque siamo. Il delirio che preme dietro una quiete solo apparente. L’inconscio che diventa un luogo, uno spaziotempo eccentrico ma visibile, gli alberi, le villette con giardino, il locale che puzza di carne alla griglia, la Loggia Nera che non ha indirizzo, che forse è una sala d’attesa. O un confine: fra il non più e il non ancora, fra il sonno e la veglia, fra il cinema e noi.

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