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Ozpetek: “Soffro per i cinema chiusi, ultima frontiera di cultura”

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Il regista prende posizione sulla “svendita” di ex sale romane che potrebbero diventare supermercati: “Penso che debbano adeguarsi ai tempi e prevedere una parte degli spazi per bar e ristoranti”
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«Le sale cinematografiche sono tra gli ultimi avamposti di cultura, in una società che sta diventando post umana. Dobbiamo salvaguardarle a ogni costo». I Diamanti di Ferzan Ozpetek sono i due milioni e trecentomila spettatori che sono andati finora a vedere il suo film (ancora in 270 sale). «Mi fa impressione pensare a tutte queste persone che sono uscite di casa, hanno preso la macchina, si sono riunite. Da cinque anni non portavo un film nei cinema. Dopo La dea fortuna ho fatto una serie, e poi Nuovo cinema Olimpo, che ha avuto complicazioni distributive ed è uscito in piattaforma. Ho accompagnato Diamanti in 40 città, 80 sale. È una sensazione stupenda, come condividere il cibo a tavola».

C’è una mobilitazione di artisti contro la “svendita” di…

«Le sale cinematografiche sono tra gli ultimi avamposti di cultura, in una società che sta diventando post umana. Dobbiamo salvaguardarle a ogni costo». I Diamanti di Ferzan Ozpetek sono i due milioni e trecentomila spettatori che sono andati finora a vedere il suo film (ancora in 270 sale). «Mi fa impressione pensare a tutte queste persone che sono uscite di casa, hanno preso la macchina, si sono riunite. Da cinque anni non portavo un film nei cinema. Dopo La dea fortuna ho fatto una serie, e poi Nuovo cinema Olimpo, che ha avuto complicazioni distributive ed è uscito in piattaforma. Ho accompagnato Diamanti in 40 città, 80 sale. È una sensazione stupenda, come condividere il cibo a tavola».

C’è una mobilitazione di artisti contro la “svendita” di ex sale romane chiuse, che potrebbero diventare supermercati. Ma, secondo la legge 171 proposta dalla giunta della regione Lazio, anche quelle attualmente aperte, dopo una chiusura di 15 anni perderebbero il vincolo di destinazione. E la quota di attività commerciali potrebbe superare il 50 per cento della superficie.

«Penso che le sale oggi debbano adeguarsi ai tempi. Contemplare una parte degli spazi a ristoranti, bar, può essere una cosa utile. Negli ultimi anni ci sono stati tanti film di successo e incasso, il pubblico è tornato. C redo nel rilancio della sala, che va sostenuto: a Parigi le sale sono affollate, ma credo abbiano il giusto sostegno. Spero che questa crisi sia occasione di risveglio collettivo».

Il Comune propone invece un vincolo del 70 per cento della superficie a cinema, il restante 30 alle attività commerciali, con possibile aumento di cubatura.

«Io farei ottanta e venti. E non mi importa se i compratori siano internazionali, purché rispettino il vincolo di destinazione. E tuttavia quel venti per cento è importante per creare un punto di aggregazione. Le faccio un esempio. Dopo aver presenziato tre proiezioni a Milano, ero stanchissimo, mi hanno chiesto di presentare il film la sera al cinema Moretto di Brescia. Ero di malumore, invece sono arrivato lì e ho trovato una festa: un bar con gente che prendeva cocktail tra chiacchiere e risate, una sala che sembra un salotto, uno schermo stupendo. È stata una serata gioiosa. Le sale devono essere belle, comode, diventare spazi vissuti: mangi, bevi, parli, vedi un film, esci, rientri, ne vedi un altro. Ci sono realtà come questa, L’Anteo di Milano, il Modernissimo di Bologna. Ci sono esercenti appassionati. A Palermo il gestore mi ha ringraziato “con gli incassi di Diamanti riparo il soffitto del corridoio”. Mi sono commosso».

La sala diceva, tra gli ultimi avamposti culturali e umani.

«Sì. Siamo in un mondo che ha perso umanità e materialità. Siamo risucchiati dai social, dai cellulari. C’è una visione continua, ma non una condivisione, la gioia di vedere un film insieme agli altri. Io vado spesso al Farnese, che considero il cinema di quartiere, vicino casa, dove trovo i miei coetanei, ma mi piace moltissimo anche il Troisi, anche se mi sento un po’ anzianotto mi piace vedere la gioia della gioventù che si raduna lì. E penso a quanto sia ancora più necessario avere questi spazi nella periferia. Vedere le sale chiuse mi fa soffrire, sembrano tombe vuote. E poi ci sono quelle che sono diventate altro, le ricordo ancora, le indico sempre a Simone (il suo compagno, ndr.): qui c’era quel cinema...».

Lei, prima che regista, è stato un frequentatore di sale.

«Sì, in Nuovo cinema Olimpo c’era il racconto della sessualità, ma anche il grande amore per i cinema d’essai, dove vedevi tre film diversi, entravi e uscivi, ci spendevi la vita».

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Quando è nata la passione?

«Da ragazzino, a Istanbul. I miei genitori erano amici di un esercente, entravo gratis, vedevo tre film a settimana. Tante pellicole turche, sentimentali, ma anche tanti sottotitolati, cinema francese, italiano. Ricordo la domenica le lunghe tavolate a cena, uno parlava di un film e si saltava il caffè, si racimolavano i soldi e si correva al cinema, tornava anche chi lo aveva già visto per dibatterne. A me è successo, con Napoli velata, gli spettatori rimasti fuori dal cinema a discutere del finale».

Si parla di cordate di artisti per rilevare le sale.

«Mi piacerebbe moltissimo avere una sala mia, dove proiettare ogni giorno uno di quei vecchi film così belli…»

Un sogno o ci pensa davvero?

«Nel quartiere Ostiense ho comprato un piccolo spazio, ci ho aggiunto una piccola sala e ho pensato che mi sarebbe piaciuto aprirla al pubblico. Poi c’è sempre un progetto, il film da portare all’estero, un libro…Resta un sogno, ma concreto. Perché il cinema ci unisce e crea la bella dipendenza di stare insieme agli altri».

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