Un debutto che si è fatto notare, quello di Giovanni Tortorici, alla scorsa Mostra di Venezia. Diciannove, un film fortemente autobiografico di crescita e tormenti di uno studente fuori sede, è stato accolto da buone recensioni, specie dalle testate internazionali come Variety e Screen International. In sala il 27 febbraio con Fandango, è prodotto dalla Frenesy di Luca Guadagnino, che è stato mentore del giovane cineasta.
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Diciannove racconta del giovane Leonardo, che nel 2015 lascia Palermo per raggiungere la sorella a Londra, dove intende studiare Business. Capisce presto che si tratta di una routine che non gli appartiene, scomoda e superficiale, così si sposta a Siena e si iscrive a Letteratura. Ma non incontra professori stimolanti, né studenti con cui legare, tanto meno con le coinquiline che occupano la cucina a colpi di ragù e così lui, che è vegetariano, è costretto a utili…
Un debutto che si è fatto notare, quello di Giovanni Tortorici, alla scorsa Mostra di Venezia. Diciannove, un film fortemente autobiografico di crescita e tormenti di uno studente fuori sede, è stato accolto da buone recensioni, specie dalle testate internazionali come Variety e Screen International. In sala il 27 febbraio con Fandango, è prodotto dalla Frenesy di Luca Guadagnino, che è stato mentore del giovane cineasta.
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Diciannove racconta del giovane Leonardo, che nel 2015 lascia Palermo per raggiungere la sorella a Londra, dove intende studiare Business. Capisce presto che si tratta di una routine che non gli appartiene, scomoda e superficiale, così si sposta a Siena e si iscrive a Letteratura. Ma non incontra professori stimolanti, né studenti con cui legare, tanto meno con le coinquiline che occupano la cucina a colpi di ragù e così lui, che è vegetariano, è costretto a utilizzare un fornellino in camera in compagnia delle lettere classiche.
Ad accompagnare il racconto, gli inserti animati di Margherita Giusti e le illustrazioni di Nori.
Perché ha scelto questo titolo e questa storia per il suo film, che segna il suo debutto da regista?
“È difficile rintracciare il motivo preciso. Mi trovavo in una situazione in cui desideravo fare questo mestiere, quindi stavo pensando a un film da scrivere e poi da dirigere. Ho sempre avuto un po’ il pallino dell’autobiografico sin dai primi esperimenti e, tornando al passato della mia vita, soffermandomi su quel periodo del primo anno universitario a Siena, ho trovato che fosse molto interessante dal mio punto di vista. E anche un po’ strambo. Ho iniziato a fare un percorso di autoanalisi di quel periodo e di quelle memorie, e sempre più mi sembrava un caso da analizzare, che meritava di essere approfondito in quanto ricco di sintomatologie per me interessanti".
Descrive un momento della vita di uno studente fuori sede, una condizione che influenza largamente chi la vive. E a viverla sono tanti ragazzi in Italia.
"Sì, era un periodo che ritengo particolarmente critico e delicato, perché si esce da poco dalla scuola e ci si ritrova ad affrontare i primi anni da adulti con un bagaglio che i professori e i genitori, negli ultimi anni di liceo, iniziano a caricare di grande aspettativa. Ti dicono che da quella scelta dipenderà per sempre la tua vita, e questa pressione psicologica è forte. Mi interessava raccontare la fragilità e la difficoltà di questo momento".
Spesso leggiamo storie di ragazzi che, sotto il peso di questa pressione, si ritrovano a inventarsi un’altra vita rispetto a quella che vorrebbero i genitori. È ciò che fa anche il protagonista del film. E a volte purtroppo leggiamo di casi di cronaca in cui la pressione e il castello di menzogne diventano insostenibili.
“Anche questo racconta il film. Il protagonista, quando parla con sua madre e i genitori al telefono, dopo un esame, dice di aver preso un voto più alto di quello che ha realmente ottenuto, anche se poi lo rifiuta. Dice che frequenta le lezioni, mentre in realtà non le segue. Le bugie diventano un metodo di fuga da una pressione eccessiva, un modo per alleggerire il peso di tutto questo”.
Parlando della passione e ossessione del protagonista per gli autori pre-manzoniani, anche lei è in qualche modo “figlio delle parole”. È arrivato al cinema passando per un’esperienza universitaria simile a quella che racconta nel film: la frustrazione di avere una grande passione e di non trovare, nel luogo che dovrebbe esserne il tempio, alcuna connessione o partecipazione da parte dei docenti.
"Sì, ho cercato di riprodurre la mia esperienza universitaria. Ero estremamente studioso e avevo una fortissima passione per la letteratura. Ma nel momento in cui mi sono confrontato con il mondo accademico, gli entusiasmi si sono smorzati. La mia era una passione idealistica e passionale, mentre l’università era fatta di professori molto cattedratici, pedanti, con un’erudizione un po’ oziosa, fatta di dettagli che trovavo poco interessanti. Come succede nel film, ho preferito chiudermi nel mio appartamento e avere un rapporto diretto con i testi che amavo. Spesso il sapere universitario era filtrato dalla bibliografia: si leggeva poco Dante e molta critica dantesca, spesso e volentieri scritta dagli stessi professori. Per me era terribile”.
E però questo l’ha portata al cinema. Com’è stato il passaggio dalla parola all’immagine?
"Il passaggio al cinema è figlio di quell’anno che ho vissuto a Siena. Volevo lasciare l’università, non volevo proseguire quel percorso. Era stato un anno intenso e anche un po’ deprimente, nel senso più letterale del termine: immaginavo che la mia vita sarebbe rimasta quella, e ho iniziato a cercare qualcosa di alternativo. Ho iniziato a pensare a racconti, narrazioni che volevo costruire attraverso le immagini. Questo mi ha dato sollievo, e così ho lasciato Lettere per dedicarmi al cinema. Non è stato uno stacco netto, perché volevo scrivere i miei film, ma ci è voluto del tempo prima di lasciarmi andare completamente al mezzo cinematografico. Venivo da un gusto letterario molto preciso, forte, anche un po’ anacronistico, non legato al Novecento. Il passaggio è stato graduale”.
Quanto è stato importante e necessario che il protagonista del film non cercasse di essere gradevole o empatico, ma qualcosa di diverso?
“Nei racconti autobiografici non mi piace quando si tende a idealizzare sé stessi, trovo che rovini la narrazione. Ho cercato di essere il più possibile esterno al me stesso di quell’epoca, rappresentandolo con la massima sincerità possibile. Non ho voluto idealizzare le sue manie e fissazioni, né giustificarle, ma esporle quasi scientificamente, senza coinvolgimento emotivo. Ho cercato di essere equo: così come non ho fatto sconti ai personaggi che lo circondano, non ne ho fatti nemmeno al protagonista. Sono contento che questa scelta sia stata colta”.
Che tipo di reazioni ha ricevuto? Ha già presentato il film nelle università o intende farlo?
"Sono molto contento della reazione del pubblico giovane. Ho parlato con ragazzi universitari e persino liceali, e ho riscontrato connessioni emotive forti. Il film simpatizza con questa fase della vita e rappresenta le pressioni che gravano sui giovani. È bello quando qualcuno si riconosce nel film o acquisisce una nuova consapevolezza sulla propria situazione. Per ora non ci sono state proiezioni nelle università, ma dovrebbe succedere a Siena. Sono curioso di vedere la reazione degli studenti”.
Uno dei produttori del film è Luca Guadagnino, con cui ha iniziato, prima nella serie We are who we are, e poi girando il backstage di Bones and All. Quanto è stato importante, sia nel mostrarle una strada, sia nel lasciarle preservare la sua visione personale?
"È stato fondamentale. Ho iniziato a lavorare sui suoi set, prima come stagista nella serie tv, poi facendo il backstage. Anche quando ero solo uno stagista, mi ha dato la possibilità di assistere da vicino ai processi creativi: a volte mi invitava in montaggio o alle prove degli attori. Vedere da vicino la messa in opera di un lavoro così importante è stato incredibile. Oltre all’aspetto professionale, c’è stato anche un rapporto interpersonale molto formativo. Luca ha una capacità di analisi incredibile: in pochi incontri aveva già capito chi ero, smascherando rigidità e insicurezze che ancora avevo. È stato molto maieutico, mi ha aiutato a crescere e a guardarmi in faccia".
Manfredi Marino, il protagonista debuttante, è molto bravo. Come si sono incrociate le vostre strade? E la sua carriera di attore sta proseguendo?
"Abbiamo lavorato con Chiara Polizzi, una bravissima casting director che ha collaborato con registi importanti come Matteo Garrone. Abbiamo fatto molto street casting e, grazie al passaparola, un professore di filosofia di un liceo palermitano ci ha segnalato Manfredi. Fin dall’inizio ci ha convinti, e dopo un lungo lavoro di prove abbiamo capito che era lui. Ha una grande sensibilità e intelligenza, anche rispetto alla sua età. Inizialmente pensava di fare il regista più che l’attore, ma questa esperienza lo ha segnato profondamente. Ora ha un agente importante e sta lavorando per continuare questa carriera".