ROMA — «Una grave perdita. Un grandissimo attore, uno dei più bravi che abbiamo avuto tra gli americani». Giancarlo Giannini apprende con tristezza della scomparsa di Gene Hackman.
Lei lo aveva conosciuto.
«Sì. Ho avuto questa fortuna. Lo avevo incontrato in un locale a cena, a Los Angeles, ci facemmo una chiacchierata piena di riconoscenza, l’uno con l’altro. Ho seguito la sua carriera e in realtà non molto tempo fa l’avevo richiesto per un film, l’ultimo che ho fatto, nel 2013, Ti ho cercata in tutti i necrologi. Ma la cosa non è andata in porto e ho d…
ROMA — «Una grave perdita. Un grandissimo attore, uno dei più bravi che abbiamo avuto tra gli americani». Giancarlo Giannini apprende con tristezza della scomparsa di Gene Hackman.
Lei lo aveva conosciuto.
«Sì. Ho avuto questa fortuna. Lo avevo incontrato in un locale a cena, a Los Angeles, ci facemmo una chiacchierata piena di riconoscenza, l’uno con l’altro. Ho seguito la sua carriera e in realtà non molto tempo fa l’avevo richiesto per un film, l’ultimo che ho fatto, nel 2013, Ti ho cercata in tutti i necrologi. Ma la cosa non è andata in porto e ho dovuto sostituirlo con un altro grande interprete, mio amico, F. Murray Abraham. Mi dispiace molto per la sua morte».
Cosa aveva di speciale Hackman?
«Era, come pochi, dotato di un’incredibile presenza, sia dal vivo che sullo schermo. E poi, pur essendo un antidivo, era magico, come Jack Nicholson, di quelli nati per questo mestiere. Aveva tempi straordinari nella recitazione».
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Il film con cui lo ricorda?
«La consacrazione avvenne con Il braccio violento della legge, aveva già oltre quarant’anni. E poi, certo, Gli spietati. Ma anche molti titoli della sua filmografia sono ugualmente interessanti. È stato uno dei rappresentanti massimi della New Hollywood, che fotografava il cambiamento rispetto alla tradizione con la sua narrazione cruda, le storie realistiche, i personaggi complessi».
Si era ritirato da tanto tempo.
«Non stava molto bene. So che aveva avuto anche un problema di pelle. Ma era un attore molto semplice, simpaticissimo. Gli attori bravi ti fanno ridere quando sono a cena con te. Sono quelli che prendono il personaggio con un certo distacco, con leggerezza. È tutta una scuola diversa da quella che spesso immaginiamo».
Sentiva una vicinanza dal punto di vista attoriale?
«Diciamo che era della vecchia scuola. Io faccio parte della stessa generazione. Quella degli attori che scherzano, giocano, ti fanno ridere, poi entrano in scena con la faccia dura, drammatica, ed è lì che c’è questo cambio meraviglioso tra divertimento e intensità».
Hackman aveva una formidabile ironia.
«Era duro, ironico. Aveva ciò che Stanislavskij chiamava il “quid”. Nel teatro lo capisci subito se uno è bravo da come affronta il pubblico. Nel cinema è lo stesso: quando un attore domina lo schermo, lo percepisci. È una capacità che hanno molti attori americani, quella di adattarsi all’inquadratura. E lui era uno dei migliori in questo».
La sua scomparsa è avvenuta in circostanze misteriose.
«Gli attori come lui, a un certo punto, si ritirano. Ma ha vissuto 95 anni. Ci metterei la firma per arrivare a quell’età (l’attore ha 82 anni, ndr). Anche se della morte non ho paura. Ho qui una fotografia che feci per il film Sessomatto, in un episodio in cui venivo ucciso dalla mafia, Laura Antonelli veniva a pregare sulla mia tomba. Mi avevano scattato delle foto vere da morto, ma con le espressioni che ogni volta cambiavano, sulla tomba, mentre lei mi raccontava. Me ne sono tenuta una e ci ho scritto sopra: “Io me ne sono andato... Mi dispiace per voi.” Ogni tanto la guardo».