Riccardo Scamarcio: “Sono ancora un ribelle. Ma quando ho sbagliato l’ho fatto per passione”
di Arianna FinosROMA – In Muori di lei di Stefano Sardo, thriller e triangolo amoroso ai tempi del lockdown (in sala il 20 con Medusa), Riccardo Scamarcio è un docente diviso tra la moglie, medico eroe della pandemia e la sensuale e misteriosa vicina di casa: «È schiacciato dal senso di fallimento, il padre è morto salvando dei bimbi da un incendio, lui si sente inadeguato. Il suocero gli rinfaccia che la casa in cui vive è un regalo suo. È un uomo mite risucchiato in una situazione pericolosa, ma che gli offre l’occasione di emanciparsi».
Commette molti errori.
«Non lo giudico, cerco di farlo vivere nelle dinamiche scritte dall’autore. Proponendo idee per approfondire sfumature. Costa-Gavras mi regalava due euro quando aggiungevo qualcosa di non scritto che gli piaceva. Avevo 24 anni (il film era Verso l’Eden, 2009, ndr)».
Ha avuto t…
ROMA – In Muori di lei di Stefano Sardo, thriller e triangolo amoroso ai tempi del lockdown (in sala il 20 con Medusa), Riccardo Scamarcio è un docente diviso tra la moglie, medico eroe della pandemia e la sensuale e misteriosa vicina di casa: «È schiacciato dal senso di fallimento, il padre è morto salvando dei bimbi da un incendio, lui si sente inadeguato. Il suocero gli rinfaccia che la casa in cui vive è un regalo suo. È un uomo mite risucchiato in una situazione pericolosa, ma che gli offre l’occasione di emanciparsi».
Commette molti errori.
«Non lo giudico, cerco di farlo vivere nelle dinamiche scritte dall’autore. Proponendo idee per approfondire sfumature. Costa-Gavras mi regalava due euro quando aggiungevo qualcosa di non scritto che gli piaceva. Avevo 24 anni (il film era Verso l’Eden, 2009, ndr)».
Ha avuto tanti maestri.
«Sì, la filmografia è lunga, ormai».
In 22 anni, 69 film da attore.
«A ogni nuovo inizio penso “sarà un incubo”, arrivo sul set e sono felice. Anche se ho fatto qualche errore, non ho perso l’entusiasmo di creare qualcosa di vivo e imprevedibile».
Il ricordo più forte?
«Il set di La meglio gioventù in Toscana, con Luigi Lo Cascio e Marco Tullio Giordana. C’era un’energia magica, avevo 20 anni, studiavo al Centro sperimentale, ho pensato “è così che si fanno i film”. Al tramonto abbiamo giocato a calcio, una comunità che condivideva un’avventura».
Il film “Muori di lei” ci riporta al lockdown.
«Si svolge in quel periodo, poi prende altre strade. È vero che certe cose — disinfettare la busta della spesa o vedere in tv la conta dei contagi — mi hanno riportato a quel momento. È stato un periodo importante, l’ho vissuto in campagna vicino al mare, un posto che mi fa stare bene».
Pensavamo, allora, di essere sull’orlo del baratro. Sei anni dopo c’è una crisi diversa.
«Da una parte il conflitto tra Russia e Ucraina, dall’altra il delirio totale a Gaza. Eventi che fanno paura. Ciò che impensierisce di più è l’incapacità della politica europea. Mi preoccupo da padre: noi una bella vita l’abbiamo vissuta, i nostri figli ne hanno diritto. Se non si prendono le giuste decisioni, le conseguenze saranno devastanti».
Da produttore che pensa del cinema italiano, tra lo stallo del tax credit e gli appelli degli autori?
«Si sono fatti errori gravi. L’incertezza ha bloccato il settore e l’immobilismo dura da quasi due anni. Questo ha portato alla perdita di posti di lavoro e alla fuga di investimenti. Se gli americani o gli inglesi vogliono girare in Europa, vanno in Spagna, dove il sistema è chiaro e incentivante. Stiamo perdendo competitività».
C’è un problema più ampio?
«Sì, il cinema indipendente è in difficoltà. Per avere accesso agli incentivi serve un contratto di distribuzione già in fase di progettazione. Così si dà un enorme potere ai distributori, che decidono cosa si fa e cosa no».
Il futuro delle sale?
«Dobbiamo salvarle. È giusto impedire il cambio di destinazione d’uso non solo a Roma, ma in tutta Italia».
Per Liliana Cavani i bravi registi fanno film per la sala.
«Capisco perché lo dica e in parte lo condivido. Ma i film belli restano belli ovunque. Ho visto Elephant man a casa di mia nonna e non per questo mi ha colpito di meno. La sala ti predispone in altro modo, ma un gran film resta tale anche in tv».
Per Carlo Verdone se un film è bello la gente va al cinema.
«Sì, ma c’è un problema: la multi programmazione falsifica i risultati. Se un film è in sala, ma lo proiettano solo alle 15.30, è come non ci fosse».
Gli adolescenti vedono ancora “Tre metri sopra il cielo”.
«Impressionante. Ha saputo parlare all’anima degli adolescenti. La dinamica di un film che funziona è anche semplice, come lo era Tre metri sopra il cielo, ma che un lavoro possa colpire il cuore e restare nel tempo è cosa rara».
Quanto di quel ragazzo ha resistito al cinismo degli adulti?
«Quel ragazzo è ancora qui, vivo. Il cinismo non mi appartiene. E la diplomazia è aumentata con gli anni. Ero monello, ma era sempre una manifestazione di passione, una ribellione al conformismo. Ora sono un uomo maturo, più o meno. Ho scoperto nuove strade per esprimere la mia ribellione».
La cosa più saggia che ha fatto? E la più pazza?
«Sono la stessa. Non le dico quale, ma l’ha capita, Perché sa che sono un romantico».