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Rocco Papaleo: “Sono un infedele sia con le donne che con il calcio”

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L’attore è tra i protagonisti di “Us Palmese”, il film del Manetti Bros in sala dal 20 marzo: “Durante le riprese Palmi mi ha dato un calore speciale. Il Sud è la mia fonte di ispirazione”
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Nella favola calcistica dei Manetti Bros — U.S. Palmese, in sala il 20 — Rocco Papaleo è un pensionato che convince il suo paese, Palmi, a ingaggiare nella squadra locale un turbolento campione francese appena squalificato: «La sfida è stata allontanarmi da me stesso — racconta — per via del dialetto, per l’anagrafe e l’essere zoppo. Ho vissuto a lungo sul posto per interiorizzare la parlata di Palmi».

Da attore e regista lei è un cantore del Sud.

«Voglio dare una suggestione positiva. Offrire al pubblico delle carezze, delle spinte verso il meglio. Non puoi scaricargli addosso solo la negatività delle problematiche, che pure esistono. Ho scelto un’altra strada: di tirar fuori la poesia, la luce. Palmi mi ha accolto in modo speciale. Forse perché vengo percepito come qualcuno che ha nel Sud il bacino di ispirazione».

I momenti migliori?

«Le mattinate prima del set: sveglia presto, caffè con l’amico macellaio, a cui ripe…

Nella favola calcistica dei Manetti Bros — U.S. Palmese, in sala il 20 — Rocco Papaleo è un pensionato che convince il suo paese, Palmi, a ingaggiare nella squadra locale un turbolento campione francese appena squalificato: «La sfida è stata allontanarmi da me stesso — racconta — per via del dialetto, per l’anagrafe e l’essere zoppo. Ho vissuto a lungo sul posto per interiorizzare la parlata di Palmi».

Da attore e regista lei è un cantore del Sud.

«Voglio dare una suggestione positiva. Offrire al pubblico delle carezze, delle spinte verso il meglio. Non puoi scaricargli addosso solo la negatività delle problematiche, che pure esistono. Ho scelto un’altra strada: di tirar fuori la poesia, la luce. Palmi mi ha accolto in modo speciale. Forse perché vengo percepito come qualcuno che ha nel Sud il bacino di ispirazione».

I momenti migliori?

«Le mattinate prima del set: sveglia presto, caffè con l’amico macellaio, a cui ripetevo le battute, cercando di dominare il dialetto. A volte urlavo e qualche auto si fermava».

Manetti Bros.alla Festa di Roma con 'U.S. Palmese': "La nostra favola calcistica in un Sud inusuale, sognando che il campionato schiacciato dal business torni ad essere sport"

Il suo rapporto con il calcio?

«Di gran trasporto, purtroppo. Tifo per la Roma, il che significa soffrire un po’ di più, vinciamo poco. Fino a diciott’anni è stata la grande passione, giocavo a livello agonistico. Tra i ricordi migliori il debutto nella prima squadra: una domenica, ho segnato due gol nei primi venti minuti».

In che ruolo?

«Quello che oggi viene chiamato falso nueve, una volta era “punta di manovra”. Non ero fermo in avanti ad aspettare la palla, andavo incontro al gioco. Con il calcio ho imparato l’idea della squadra e lo spogliatoio, le docce, dove ci si mostrava nudi senza problemi, mi hanno tolto il pudore».

Perché tifa per la Roma?

«Sono un tifoso atipico, sono diventato romanista per cattive compagnie, Valerio Mastandrea, mi ha irretito. In Basilicata nessuna squadra ha mai giocato in Serie A. Da ragazzo ero tifoso dell’Inter. Poi, iniziando a recitare, mi sono disinteressato al calcio ed è come se fossi tornato vergine. In questi 50 anni a Roma gli amici mi hanno contagiato. È strano che uno cambi squadra, no? Nella vita magari cambi partner … ma la squadra resta la stessa. Io invece sono stato infedele non solo con le donne, ma anche con le squadre di calcio».

Infedele per vocazione?

«Sì. Ho sessantasei anni e sono solo, in questo momento della vita, proprio perché le mie storie sono sempre state un po’ a orologeria. La più lunga è durata tre anni. Non proprio una banderuola ma...».

Che succede?

«L’abitudinarietà, la convivenza. Sono double face: fuori casa do la sensazione di essere piacevole, simpatico, dentro casa sono uno che nelle relazioni si annoia un po’. Poco propositivo e molto pigro».

I film sul calcio che ha amato?

«Su tutti Fuga per la vittoria. Mi piace lo sport che diventa metafora di vita, obiettivi, fatica».

La partita del cuore?

«La finale di Italia-Germania, Tardelli che esulta dopo il gol. Il primo tempo l’ho visto a casa con mia madre, temevo di non reggere l’emozione in gruppo. Ma al gol di Tardelli sono scappato dagli amici, arrivando prima del replay… il record mondiale dei cento metri».

“U.S. Palmese” parla anche del sistema calcio, eccessi, soldi...

«È ovvio che il business ha deturpato il calcio, vale anche per il cinema. Il denaro distorce. Ma resta sempre una poesia, sopra o sotto. E ci sono giornalisti che riescono a raccontare quell’anima del calcio. Al di là della frenesia, dei miliardi, della polemica».

Il suo narratore preferito?

«Beppe Viola, nel suo raccontare il calcio sempre con il sorriso e con rispetto. Anche della sconfitta».

Il campione?

«Ne ho avuti tanti, nei vari periodi storici. Da ragazzo, pur tifando l’Inter, avevo un’ammirazione strana per Rivera, che era del Milan. Attratto dal tradimento, anche qui. Poi Paolo Rossi, eroe dei Mondiali ’82. Da romanista ovviamente Totti. Ma preferisco De Rossi, anche come persona. Lo conosco, quando è stato esonerato dalla Roma, per me è stata una tragedia».

Cambiando campionato, “Follemente”è ancora primo.

«Con questo film c’era un’alchimia fortunata. È un piccolo miracolo quando un film riesce a raccogliere tanta attenzione».

Ha scritto un libro, “Perdere tempo mi viene facile”.

«È una provocazione. Perché per perdere tempo, bisogna trovarlo. La mia vita è stata piena, ho sempre lavorato. Ma l’ozio, lo stare sul divano a riflettere, è stato un nutrimento. Sono figlio unico, da bambino passavo inverni interi a casa da solo, a fantasticare. Anche il fatto di essere molto miope — ora mi sono operato — mi ha dato una mano a immaginare le cose».

Il mondo con la nuova vista?

«È cambiato. Il vento in faccia, non filtrato dagli occhiali, mi ha reso più intraprendente e coraggioso».

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