Luca Guadagnino: “Il mio cinema sfida i tabù. L’arte deve essere sempre sovversiva”
di Arianna FinosMILANO – Queer di Luca Guadagnino, dal romanzo di William S. Burroughs, è una struggente storia d’amore e un viaggio nel linguaggio del corpo, del cinema e della politica del desiderio. Ambientato nel Messico degli anni ’50, segue il travagliato rapporto tra Lee, un espatriato americano incarnato da Daniel Craig, e lo sfuggente, giovane Allerton, in un gioco di seduzione, dipendenza e ossessione. Dalla scorsa Mostra di Venezia il film ha attraversato il mondo e torna ora in Italia, (film Fremantle, prodotto da The Aparment e Frenesy) e sarà in sala il 17 aprile con Lucky red.
Guadagnino, cos’ha scoperto in questo viaggio?
“Molte cose. Che ho una sorta di spirito ingenuo dentro di me. Bones and all per me era una storia d’amore, quando il film è uscito ho scoperto che era un film di cannibali, almeno nello sguardo degli altri. Cosa che ha prodotto una sorta di rifiuto, paura, disinteresse per il film. C'era qualcosa di i…
MILANO – Queer di Luca Guadagnino, dal romanzo di William S. Burroughs, è una struggente storia d’amore e un viaggio nel linguaggio del corpo, del cinema e della politica del desiderio. Ambientato nel Messico degli anni ’50, segue il travagliato rapporto tra Lee, un espatriato americano incarnato da Daniel Craig, e lo sfuggente, giovane Allerton, in un gioco di seduzione, dipendenza e ossessione. Dalla scorsa Mostra di Venezia il film ha attraversato il mondo e torna ora in Italia, (film Fremantle, prodotto da The Aparment e Frenesy) e sarà in sala il 17 aprile con Lucky red.
Guadagnino, cos’ha scoperto in questo viaggio?
“Molte cose. Che ho una sorta di spirito ingenuo dentro di me. Bones and all per me era una storia d’amore, quando il film è uscito ho scoperto che era un film di cannibali, almeno nello sguardo degli altri. Cosa che ha prodotto una sorta di rifiuto, paura, disinteresse per il film. C'era qualcosa di irriducibile rispetto al tabù che non avevo previsto, perché per me il tabù era una metafora. Non faccio mai discorsi di natura revanscista o tematicamente militante, ma io pensavo che Queer sarebbe stato percepito come una nuova messa in opera, dopo Il pasto nudo di Cronenberg, di un altro grande libro di Burroughs in chiave di storia d'amore. Invece ho sentito che c'è stata una resistenza molto forte alla messa in opera di un amore omosessuale e una sorta di stupore, alle volte ostile: abbiamo dovuto mettere un po’ di persuasione rispetto alla forma del film essendo burroughsiana, non convenzionale".
In che senso dice che non era sua intenzione fare un film militante?
"Dire che un film è stato rifiutato per la sua dimensione omoerotica potrebbe sembrare una lamentela militante, come se dicessi che è stato respinto per una sorta di omofobia latente. Io invece vedo una forma di militanza anche nel fatto che questo film rivendica la libertà in un momento storico molto particolare. Il film è militante nella rivendicazione del cinema come linguaggio e come arte. Oggi il cinema viene spesso spogliato della sua natura e ridotto a un prodotto di intrattenimento stagionale. Io sono cresciuto amando il cinema come linguaggio e cerco sempre di realizzarlo in questa prospettiva”.
Daniel Craig: “In Queer, come in Bond, c'è sempre una grande storia d'amore"
E’ un film molto caldo.
“Il cinema è caldissimo. Uno dei più grandi film mai fatti è quello di due carcerati innamorati l’uno dell’altro, che comunicano in tutti i modi possibili. Un chant d'amour di Jean Genet o Il tè nel deserto di Bernardo Bertolucci, dove la crisi esistenziale degli americani all’estero, schiacciati dal loro spleen di fronte alla vastità dell’Africa, prende forma attraverso il potere del melodramma, del cosmopolitismo e della performance, di cui Bertolucci era maestro assoluto. Il cinema non è freddo, non è una riflessione cerebrale o intellettuale. Il cinema ti invita a un corpo a corpo con le emozioni che provi dentro di te, non attraverso il tema che stai guardando sullo schermo, ma attraverso il modo in cui ti viene raccontato".
Il film arriva in un momento in cui negli Stati Uniti c’è un presidente che, come prima cosa, ha attaccato pesantemente la comunità lgbtq+ e in generale tutti i protocolli più inclusivi delle società.
“In tutti i progetti, nelle storie, nei personaggi, ho messo in atto ogni politica che si possa definire di diversità, equità, inclusione. Questa torsione bigotta della politica è preoccupante, ma la risposta è continuare a fare le cose come sempre. E così sarà per il mio prossimo film. Ma non ci sono solo gli Stati Uniti. Queer doveva essere presentato a un festival a Istanbul ma è stato bandito dalle autorità turche come immorale e degenerativo. Mi sono sempre chiesto se lo avessero visto o se lo abbiano giudicato solo sulla base di una sinossi letta da qualche burocrate turco. C’era già stato un precedente: alla Duma di Mosca un deputato mi attaccò personalmente, ai tempi di Chiamami col tuo nome, dicendo che rappresentavo una delle possibili fonti di corruzione della gioventù russa, perché il film poteva essere considerato propaganda. Quando arrivano reazioni virulente nei confronti di un testo che è innocuo nella sua disarmata sincerità, vuol dire che temono quella cosa. Ogni forma di censura, da un certo punto di vista, è benvenuta: risveglia violentemente la consapevolezza che un’opera d’arte è necessaria per permettere una trasformazione interiore. L’indifferenza è la cosa peggiore”.
Daniel Craig consegna una delle sue prove migliori, stupisce non abbia avuto una candidatura all’Oscar".
“Intanto, bisogna considerarla per quello che è: un contesto di gioco. È come una serata con gli amici in cui si partecipa a un gioco da tavolo. Magari perdi subito, esci fuori e chiacchieri ai lati del tavolo, mentre gli altri continuano a giocare. È una questione di contingenza”.
O forse anche un indicatore?
"Di un’aria dei tempi, sì. Di ottusità, dal punto di vista della percezione. Possiamo fare tutte le analisi che vogliamo su come è composta l’Academy: sono 11.000 persone, non poche ma nemmeno tantissime, da tutto il mondo. Ma davvero una delle interpretazioni più importanti della carriera di Daniel è stata marginalizzata dal fatto che non sia stato candidato agli Oscar? Direi proprio di no. Anzi, nel tempo potrebbe diventare un modo di dire: “Un’interpretazione pazzesca di Craig, ignorata dagli Oscar”. Quando portai il copione a Tilda Swinton di The protagonisti e le chiesi se le fosse piaciuto, lei mi guardò e mi disse: “Non è una questione di piacere. È una questione di voler fare un film che possa rimanere nel tempo”.
Il suo rapporto con il pubblico italiano si è rafforzato.
"Non mi interessa il box office. Ma verso Challengers avevo sentito affetto forte di pubblico e critici. E ho scoperto solo ieri a cena da amici che il film ha incassato quattro milioni”.
In rete ci sono stati molti commenti su una sua dichiarazione: ha detto che “tutti i bei film sono gay” o “tutti i bei film sono queer”?
"Non ricordo la domanda che mi hanno fatto, ma per me il grande cinema sfida l’idea di normalità. Il cinema di Walter Hill, per esempio, è queer nel senso di non essere conforme alla norma, pur non essendo legato all’identità sessuale. Lo stesso vale per Bergman: il suo cinema non è gay, ma è completamente sovversivo nelle forme”.
Quando la parola “queer” è entrata nel suo vocabolario?
"Quando ho letto il libro Queer di William Burroughs. Ho scoperto che la parola, inizialmente usata in epoca vittoriana per indicare eccentricità, divenne un insulto negli anni ’50, fino a essere poi riappropriata dalla comunità lgbtq+”.
Lei si definisce queer?
"No, odio essere agito dal linguaggio del senso comune. Non mi applico etichette".
L’idea di romanticismo ha un posto nel suo cinema?
"Sì, anche se il mio cinema è più complesso di una semplice definizione romantica. Ma amo la passione e l’intensità del racconto cinematografico. Se per romantico intendiamo qualcosa di vasto, senza compromessi emotivi, sì”.
Com’è stato l’incontro con Daniel Craig?
“Quando io e Daniel ci siamo parlati, abbiamo entrambi capito che il film non poteva essere la storia di un vecchio predatore che cerca di attrarre un giovinotto a tutti i costi. Al contrario, doveva essere un film struggente, romantico, su due persone che si amano, ma sono fuori sincrono nel trovare il modo di amarsi. Subito lui ha detto: “Ok, faccio il film”. Sul c’era questa distanza di rispetto, molto formale, quasi antica. Come i francesi che ti danno del “voi”, anche tra marito e moglie. Ma al contempo c’era, e c’è per sempre, un senso di gratitudine, un amore totale per Daniel".
Il momento perfetto?
"Più di uno, tutti. Anche solo come camminava… Ma penso al momento in cui io e lui aspettavamo che la scena fosse pronta. La luce doveva essere sistemata ed eravamo seduti, lui un po’ avanti, io un po’ indietro. Lui leggeva il suo libro, io il mio. C’era una calma, fatta di controllo assoluto. Non avere l’ansia di dover sapere cosa succede, affidarsi alla macchina del cinema. E poi, pronti, in piedi. Quei momenti silenziosi, in cui ognuno era assorto, o chiacchierava con altri, quella prossimità pudica, la trovo meravigliosa”.
Quanto la sua ossessione per il cinema è permeata dal mondo che ci circonda?
"Nel 2008 ho girato Io sono l’amore. Parla di una famiglia di imprenditori tessili che decide di trasformare l’azienda familiare in una multinazionale, seguendo l’intuizione del figlio maggiore: capisce che i loro tessuti possono essere convertiti per l’industria della difesa. Inventa un tessuto che potrebbe rivoluzionare la produzione delle tute militari. Per sigillare questo passaggio, arriva un americano a casa loro per una cena d’affari. C’è una scena in cui parla con Tilda Swinton e le dice una frase che avevamo tratto dal libro Iraq di Slavoj Žižek. Le prende la mano e dice soave: “Suo figlio ha avuto un’intuizione geniale. Questo tessuto che permette azioni di guerra più pulite, perché tutto va via quando sparano addosso, respinge ogni liquido, ci ha fatto capire che la guerra è democrazia”. In queste settimane ho ripensato molto a quella scena”.