Francesco Lettieri: “Il mio viaggio intimo nel mito di Pino Daniele. Non volevo essere banale”
di Carmine Saviano“Avevo paura, non volevo essere banale”. E ci è riuscito Francesco Lettieri, 39 anni, regista, Ultras, Lovely Boy e decine di video musicali, da Calcutta a Liberato, nel suo curriculum. Da oggi fino a mercoledì 2 aprile è in sala con Pino, documentario dedicato a Pino Daniele. Lo sentiamo poche ore dopo l’anteprima al Metropolitan di Napoli. “Mi sono emozionato parecchio, ho anche balbettato. C’erano quattro sale piene. In un cinema che riapriva dopo essere stato a un passo dalla dismissione”.
Lettieri, da napoletano ha messo le mani su qualcosa di mitologico.
“Prima di accettare ci ho pensato tanto. Il documentario musicale che non è proprio il mio, il giudizio di chi Pino Daniele l’ha conosciuto, il fatto che quelle canzoni hanno significato tantissimo per me”.
Poi ha deciso di farlo.
“Quando ho capito che potevo fare un mio film. Non amo i lavori su commissione, rifiuto tutto, anche cose relativamente grosse”.
Di suo c’è già tanto nella “scrittura”: immagini di famiglia, interviste molto personali, la scoperta di una canzone inedita. E i videoclip inseriti nel racconto con cui fa rivivere alcuni classici di Daniele.
“E’ un modello che avevo già utilizzato ne Il segreto di Liberato: il documentario è fatto di tanti frammenti, con questo schema si può ripartire, riprendere ritmo, dare dinamismo”.
Partiamo dall’archivio.
“Alex, il figlio di Pino, mi ha dato i suoi hard disk con centinaia se non migliaia di ore di registrazioni. L’unica cosa in più che gli ho chiesto sono stati eventuali ‘filmini’ di famiglia. Ne ha ritrovato uno nella sua casa di Formia”.
E’ l’inizio, una festa a casa Daniele.
“Organizza uno spettacolo con i suoi bambini, non si mostra mai, parla con la moglie, li prende in giro. Lì ho fatto poco: Pino fa il regista, l’operatore, anima i dialoghi”.
Si entra subito in una dimensione molto intima, inedita.
“Era quello che mi premeva. Su Pino ci sono in giro tante cose. Mancava anche a me capire veramente chi fosse l’uomo”.
La cosa che più l’ha sorpresa?
“La storia della sua famiglia. Portiamo in luce qualcosa che era stato sempre nel chiaroscuro del non detto. Pino fu quasi abbandonato dalla famiglia. Sin dalla nascita ha vissuto con le zie, nello stesso palazzo in cui vivevano anche i suoi fratelli. Li guardava dall’alto, non era con loro”.
Non era mai stato messo così visibile neanche il rapporto con il padre. L’altro dolore da cui nasce la sua vocazione artistica.
“Violento, alcolizzato, gli è sempre andato contro. E’ tornato solo in seguito, dopo il successo del figlio…”.
C’è poi la parte “al presente”. Le interviste ai colleghi, il ritrovamento dell’inedito.
“Odio le interviste ‘sedute’, mi fanno tanto talk-show, sono l’anti-cinema. Per la maggior parte ho messo solo le voci: da Vasco a Jovanotti, persone che lo hanno conosciuto realmente. Non mi interessava avere solo il loro nome sul cartellone. Mi ha accompagnato Federico Vacalebre, giornalista, ne sa cento volte più di me”.
E poi i videoclip. Da Cammina cammina a Allora sì.
“E quando mi capitava più. Pensi solo che Cammina cammina è il nome del mio profilo YouTube”.
Concerto omaggio a Pino Daniele, la canzone per la nonna: "Donna Concetta"
Le canzoni di Pino Daniele sono una miniera cinematografica.
“Alcune sono sceneggiature fatte e finite”.
Come ha scelto quelle per i videoclip?
“Erano quelle che secondo me parlavano di più al presente che viviamo. La solitudine degli anziani, i diritti civili, le sex workers, le transizioni di genere, i primi amori e l’impegno politico dei ragazzi. L’unica canzone a cui non ho voluto dare un video è stata Napule è…troppo…”.
Un omaggio c’era già stato in E’ stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino.
“Il finale del film. Il viaggio in treno verso Roma. L’ho sentita tanto quella scena: anche io sono partito da Napoli verso Roma per fare cinema. E anche Pino Daniele ha sentito l’esigenza di partire a un certo punto. Ce ne dimentichiamo: ma quante critiche ha subito Pino dai napoletani perché era andato via? O addirittura perché cantava in italiano”.
Allontanarsi da Napoli per cercare nuove forme d’espressione?
“Nel mio piccolo, che non interessa a nessuno, ho una tesi”.
Prego.
“Napoli è un porto di partenza e forse di arrivo. Ha dentro tutto, ti da la possibilità di crescere con un’identità culturale. Ma è anche una città molto provinciale. Andare fuori è necessario”.
Con quale canzone ha conosciuto Pino Daniele?
“Sto per dire una cosa che farà arrabbiare mio padre…”.
La capirà.
“A casa mia non c’erano cassette di Pino Daniele. Solo una, Che Dio Ti benedica, l’album del 1993”.
Dopo i videoclip delle canzoni di Pino Daniele, altri sogni del genere nel cassetto?
“C’è una cosa a cui non riesco ancora a pensare. Ho avuto la possibilità di girare il video dell’ultima canzone di Franco Battiato ma ho detto no, non potevo: ero sul set per Lovely Boy”.
Il primo che ha girato?
“Una cosa da poche centinaia di euro. Era Respiro di Giovanni Truppi e spero che non ci sia più su YouTube”.
Perché?
“Perché li ho fatto anche l’attore”.
C’è ancora…Infine: quanto la annoiano le domande su Liberato?
“Eh…per un periodo è stata una persecuzione. ‘Chi è Liberato?’ in ogni momento. Ma quella fase è finita. Sono solo molto contento di collaborare con lui e di esserne diventato amico”.
E adesso come farà a staccarsi da Pino Daniele?
“Sto scrivendo un nuovo film. Niente musica, niente Napoli. Vediamo se me lo fanno fare…”.