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Alba Rohrwacher e gli allievi del Csc: “Studiare, gioire e accedere alla parte segreta di sé”

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Desideri, paure, sogni e speranze della nuova generazione di studenti del Centro Sperimentale di Cinematografia. E con la loro direttrice artistica
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Shakespeare a colazione, oggi. Tre giorni con gli allievi attori del terzo anno al Centro Sperimentale di Cinematografia. Le prove per il saggio al Teatro India: L’Amleto, il debutto, regia di Gianluca Lumiento, ciascuno dei sedici attori a misurarsi con più ruoli. Le prove serrate, la fatica, la crisi, gli applausi a fine spettacolo. E, dopo, l’intervista collettiva, i ragazzi seduti in semicerchio nel teatro della sede centrale sulla Tuscolana, insieme a loro la tutor Valeria Benedetti Michelangeli. Vite in formazione, personalità forti, talenti spiccanti e acerbi, il sogno e il pragmatismo necessario in un orizzonte che spazia tra cinema e serie tv, palcoscenico e social. Sotto lo sguardo affettuoso ed esigente della direttrice artistica Alba Rohrwacher, si raccontano, ognuno è un vissuto e un frammento della condizione dell’attore in questi tempi complicati.

Francesco Carnevale parte dal saggio: L’Amleto è stato un lavoro complesso, “un testo a più livelli per ogni personaggio. …

Shakespeare a colazione, oggi. Tre giorni con gli allievi attori del terzo anno al Centro Sperimentale di Cinematografia. Le prove per il saggio al Teatro India: L’Amleto, il debutto, regia di Gianluca Lumiento, ciascuno dei sedici attori a misurarsi con più ruoli. Le prove serrate, la fatica, la crisi, gli applausi a fine spettacolo. E, dopo, l’intervista collettiva, i ragazzi seduti in semicerchio nel teatro della sede centrale sulla Tuscolana, insieme a loro la tutor Valeria Benedetti Michelangeli. Vite in formazione, personalità forti, talenti spiccanti e acerbi, il sogno e il pragmatismo necessario in un orizzonte che spazia tra cinema e serie tv, palcoscenico e social. Sotto lo sguardo affettuoso ed esigente della direttrice artistica Alba Rohrwacher, si raccontano, ognuno è un vissuto e un frammento della condizione dell’attore in questi tempi complicati.

Francesco Carnevale parte dal saggio: L’Amleto è stato un lavoro complesso, “un testo a più livelli per ogni personaggio. L’ambizione di portarlo in scena in una maniera contemporanea per arrivare a chiunque, mi piace l’idea di portare il pubblico dentro la scena. Non ho combattuto l’emozione, l’ho lasciata fluire nel testo. Il primo giorno c’era tutta la mia famiglia, poi tutti gli amici. Mi hanno chiesto il perché di quei capelli”. Le acconciature, in realtà, sono frutto del laboratorio fatto da un esempio di eccellenza italiana nel mondo, Francesco Pegoretti.

Per Agnese Graziani, la voce tremante, “il debutto è stato destabilizzante, il feedback bellissimo: mi hanno detto che ero irriconoscibile.” Alle spalle qualche esperienza di set, “su cui portavo la mia semplicità, sentendomi inadeguata in un posto in cui gli altri erano a loro agio, e comunque accoglienti. Questi anni mi hanno permesso di andare in luoghi e trovare sfumature cui non mi sarei autorizzata fuori di qui a toccare. Oggi spero di portare la stessa semplicità, ma accompagnata da una consapevolezza tecnica.” Il piano B? “Fare la biologa nutrizionista. Cosa che non escludo di continuare in futuro.”

Nessun piano B per Cesare Hary, che quando ha fatto il provino al Csc lavorava in una fabbrica di materassi a Torino. “Sono della Val di Susa. Ho detto: o questo o mi apro una tabaccheria nel paese. Non sono abituato alla città. Ho un gemello, ma al liceo lui era bravo, io ho lasciato. Mamma mi voleva mettere in un collegio in Trentino, papà ha trovato un liceo coreutico a Torino che mi impegnasse tutto il giorno e mi rendesse meno introverso”. Dopo il liceo, il primo provino al Csc, andato male. “Prendo un acting coach privata, papà dice: la paghi lavorando. Eccomi alla fabbrica di materassi, magazziniere. L’anno dopo è andata bene”.

Chiara Bono, invece, ha già assaggiato la recitazione da protagonista: “Il mio primo lavoro al Sistina. Avevo dieci anni, di due anni in tour con Tutti insieme appassionatamente: è nato un grande amore. I miei genitori musicisti, fin da piccola mi hanno portato a feste e matrimoni, canto”. A recitare aveva iniziato a sette anni, in una associazione di quartiere a Fiumicino. Ha recitato anche in C’è ancora domani, “Luisa, la sorella antipatica del promesso sposo di Romana Maggiora Vergara. Paola Cortellesi è immensa e Giorgio Colangeli ci ha fatto morire dal ridere. Ho finito quel set di venerdì, il lunedì ero qui al Csc.” Aveva già un mercato, ma ha scelto di investire tre anni della vita, perché non si può lavorare quando si è al Csc: “Non volevo affrontare i set con l’ansia da prestazione.” È sui social, “perché è generazionale. Ma capita troppo spesso che ai provini ti chiedono quanti follower hai su Instagram, e molte volte chi ne aveva di più mi è passato avanti.” Rohrwacher: “Se non c’è una preparazione, vi usano per il tempo di una o due stagioni, poi vi buttano via. È una verità chiara.”

Jacopo Casalino introduce il tema dell’aver iniziato tardi. Tanti nel gruppo, a vent’anni, sentono già di aver perso tempo. “Io avevo già diciott’anni. Papà voleva fare l’attore e il nonno l’ha voluto in azienda, l’ho seguito nelle compagnie amatoriali, avevo dentro questa cosa, ma mi sembrava impossibile. Poi, durante il Covid, ho divorato centinaia di film e ho capito che quella era la via. All’inizio mi hanno fregato corsi costosi e inutili, poi un coach mi ha aiutato, ho provato i propedeutici di Silvio D’Amico e Csc, mi hanno preso entrambi, ho scelto di stare qui. Il provino è stato devastante. Ho fumato un pacchetto di sigarette intero, ho avuto blackout, ho pianto, sudato, sono uscito disperato.” Ha scoperto poi che il provino era andato benissimo.

Morgana Assogna ha cominciato a dieci anni, “laboratori teatrali, danza, sport. Ma poca autostima. Il liceo Virgilio, studio delle lingue. Entrata al terzo provino, era diventata la mia ragione di vita, anche se quando mi hanno stavo quasi per arrendermi.” A lei tocca raccontare le difficoltà della scuola: “Il primo anno e mezzo in classe sono stata un fantasma, in preda al malessere interiore. Poi sono riuscita a riprendermi e questo Amleto, l’esperienza di interpretare Gertrude, mi ha fatto crescere come persona. Mi ha liberato da insicurezze. Si è visto il lavoro di questi anni.”

Romeo Perrone, da Trevignano Romano, ha un nome shakespeariano “scelto da mamma e papà in crociera quando hanno sentito una signora che chiamava così il suo cane”. Eppure la madre è nata a Stratford-upon-Avon. “Ogni film che ho visto mi ha influenzato, dopo The Imitation Game volevo fare il matematico, poi il chirurgo. Ho pensato che con l’attore posso fare tutto.” Intanto ha girato, durante le vacanze estive, un film con Salvatore Mereu: “esperienza bellissima in cui ho capito che voglio realizzare, non so se come attore, la visione del regista, magari mettendoci originalità.” Il piano B è la musica: “Suono chitarra e pianoforte, ascolto musica. Nell’Amleto suonavo il pianoforte quando i compagni facevano le scene e li caricavo.”

Andrea Galasso racconta: “Siamo rimasti spesso a scuola per scaricare la tensione, con Romeo e Xenia, trasformiamo in musica ciò che impariamo nelle lezioni, per allargare gli orizzonti, creare situazioni profonde.” È stato un percorso di crescita personale. “All’inizio sembravo supponente, ma era un meccanismo di autodifesa e gli insegnanti mi hanno aiutato ad andare in profondità.” Alle spalle “ruoli marginali in commedie con Lillo e Greg e Massimiliano Bruno, ma io volevo avere gli strumenti per poter scegliere quel che voglio davvero fare. Oggi ho affinato l’ascolto degli altri, amo gli esseri umani. Mi fanno arrabbiare, ma sono la fonte di energia che mi fanno credere e venir voglia di vivere.”

L’elemento di ribellione è sempre interessante: Rohrwacher: “Io sono stata loro, come loro mi sono ribellata. Credo che la ribellione sia sempre un atto vitale che fa parte della formazione, ma poi non deve essere cieca, contro il sistema per partito preso. Più che la ribellione, parlerei di confronto critico. Dico loro: la scuola la fate voi, siete voi che decidete cosa fare e cosa prendere. La messa in discussione fa parte del processo e aiuta la scuola a migliorare.”

È il momento dell’Amleto ribelle dello spettacolo: Ksenia Borzak “In questi anni ho messo da parte l’ego per sottostare alle leggi del gruppo, del teatro, della regia. Sei un colore dentro un quadro, bisogna dosare l’energia. L’Amleto mi ha aiutato a crescere, a fidarmi, anche se resto una ‘contro’. Fin da ragazzina ero il clown della classe, ma anche quella che si arrabbiava facilmente. Dormivo su materassi a scuola e ho contestato il cambio di Marta Donzelli, ho contestato i problemi di finanziamento per Amleto. Ho la faccia da cinema d’autore, non sono bella in modo regolare, la politica delle piccole produzioni mi interessa. Ma resto quella pronta a tutto, anche a dare fuoco alla scuola.”

Sofia Procaccio è di Potenza, “ma vivo a Roma da quattro anni. Questo posto è stato come un istruttore di nuoto bastardo: ti butta in piscina senza braccioli. Ora ho capito i codici e le regole, per non farmi male. Questo mi ha fatto dimenticare chi ero per ricominciare da capo con violenza, a colpi di scalpello. Ma oggi penso che sia una cosa che ha senso. Con Amleto per la prima volta ho portato qualcosa, con una fatica e un dolore che sono serviti e che mi hanno fatto crescere.”

Giovanni De Maria è “romano e romanista. Sono legato a Roma, ma i miei genitori sono del Nord: mia mamma è di Piacenza, mio papà è nato a Varese e cresciuto a Bologna. E a loro fa strano che i tre figli abbiano l’accento romano. Credo che il Csc abbia la responsabilità di proteggerci da un mercato contaminato da persone che c’entrano poco e niente con il mestiere in sé. Per fare l’attore, senza profondità d’animo, ormai non ci vuole nulla, se sai parlare, hai bell’aspetto e lo fai. Ma il mestiere è bello quando dai profondità artistica.” Se la sua generazione si sente in ritardo è perché “i social mettono costantemente in vetrina il successo di tutti, e se tu non fai qualcosa, la colpa è la tua.” Il momento più bello vissuto al Csc? “Un giorno ho letto alle prove e ho sentito di aver fatto bene. Piccoli complimenti che mi hanno cambiato l’umore per giorni. Ripagano da un impegno completo che mi ha fatto perdere gli amici.”

Angelica Elli: “A quattordici anni ho fatto il mio primo film con Fabio De Luigi, Dieci giorni senza mamma. Ero depressa, dopo aver smesso equitazione, ho seguito amici nelle pubblicità per bambini. Ho trovato la strada giusta.” I film sono stati alla fine tre, ma ha preferito andare al Csc “che mi ha fatto abbracciare il dolore. Avevo bisogno di mettere tutto in discussione o non sarebbe cambiato nulla. Volevo scavare, andare avanti, confrontarmi con i limiti e la disciplina.”

Chiude la sessione, mentre squilla la chiamata in mensa, Chiara Bono: “Far parte di questa generazione significa essere catapultati in un mondo che va più veloce di quanto ci permette di essere. Abbiamo un’eredità che teniamo stretta e vogliamo portare il più possibile. L’Italia ha un passato che dovrebbe essere ricordato anche con aiuti, sostegni, finanziamenti. Il mestiere è fatto a intervalli, ci sono docenti che non sanno se domani avranno il contratto, scuole piccole che arrancano e grandi produzioni che fermano tutto per il tax credit. È un appello: non spegnere i riflettori sull’arte quando siamo stati bloccati tutti. Musicisti, cantanti, artisti ci hanno tenuti vivi per due anni. Se noi siamo qui, è perché ci sono storie che vanno raccontate”.

Nel frattempo, mentre le classi del terzo anno si preparano al diploma, è stato pubblicato il nuovo bando di selezione del CSC – Scuola Nazionale di Cinema Il bando e’ relativo all’ammissione ai corsi del triennio 2025 – 2028. L’invio delle domande di ammissione sarà possibile dal 2 maggio al 3 giugno 2025 (ad eccezione dei Corsi di Documentario e Reportage audiovisivo per i quali la scadenza è fissata al 30 settembre)

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