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Ivano De Matteo: "Nel mio film un padre e il coraggio del perdono”

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Al cinema dal 24 aprile “Una figlia”, il rapporto tra un padre e una ragazza che commette un reato gravissimo. Il regista: “Ho una figlia della stessa età, mi sono chiesto come mi comporterei se sbagliasse, si perdesse, se fosse diversa da quella che immaginavo”
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ROMA – Ivano De Matteo torna a indagare nella complessità dolorosa e a volte oscura del rapporto tra genitori e ragazzi. Nel nuovo film, Una figlia, in sala da oggi con 01, scritto con Valentina Ferlan, compagna d’arte e di vita, affronta il dramma di una adolescente (Ginevra Francesconi) colpevole di un crimine e del padre, Stefano Accorsi, che le resta accanto.


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Con uno sguardo lucido, profondamente umano, De Matteo si addentra nel sistema della giustizia minorile italiana e nella possibilità della riparazione e del reinserimento, senza mai mettere in campo il giudizio: «Ho diretto questo film da regista e da padre, ho una figlia della stessa età, spesso mi chiedo come mi comporterei se sbagliasse, si perdesse, fosse diversa da quella che immaginavo».

Il regista Ivano De Matteo 

Da dove …

ROMA – Ivano De Matteo torna a indagare nella complessità dolorosa e a volte oscura del rapporto tra genitori e ragazzi. Nel nuovo film, Una figlia, in sala da oggi con 01, scritto con Valentina Ferlan, compagna d’arte e di vita, affronta il dramma di una adolescente (Ginevra Francesconi) colpevole di un crimine e del padre, Stefano Accorsi, che le resta accanto.


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Con uno sguardo lucido, profondamente umano, De Matteo si addentra nel sistema della giustizia minorile italiana e nella possibilità della riparazione e del reinserimento, senza mai mettere in campo il giudizio: «Ho diretto questo film da regista e da padre, ho una figlia della stessa età, spesso mi chiedo come mi comporterei se sbagliasse, si perdesse, fosse diversa da quella che immaginavo».

Il regista Ivano De Matteo 

Da dove è partito?

«L’idea è nata quando abbiamo ascoltato le dichiarazioni del padre di Erika De Nardo, di Novi Ligure. Diceva “se continuo, continuo per lei, è rimasta solo lei, mia figlia: che faccio?”. Andava a trovarla in carcere, si sono riavvicinati. Ci interessava il punto di vista del genitore. Poi abbiamo trovato un libro, Qualunque cosa accada di Ciro Noja, che ricordava quel caso e abbiamo rielaborato il personaggio: era molto cruento, noi abbiamo lavorato su una ragazza che sì, commette un reato gravissimo ma impulsivo, non premeditato. Ci interessava il percorso di ricostruzione, anche all’interno del sistema giudiziario».

Che ricerche ha fatto?

«Ho lavorato per oltre quattro mesi, aiutato dal Cgm, il Centro di giustizia minorile. Ho fatto sopralluoghi negli Ipm, gli istituti penali minorili, uno ha fatto anche da set, così come ho girato in un centro di prima accoglienza a Roma e in una comunità di recupero. Ho parlato con penalisti, giudici minorili, educatori. Per i passaggi tecnici ci confrontavamo con loro: lasciavo il materiale scritto e ce lo restituivano con le espressioni esatte, perché è un lavoro delicato, importantissimo».

Il film esce dopo il clamore suscitato dalla serie “Adolescence”. Perché quel racconto ha avuto tanto impatto?

«Ho visto Adolescence di recente, anche noi, già con I nostri ragazzi, avevamo affrontato un tema simile ispirandoci al romanzo di Herman Koch in cui due adolescenti commettono un crimine, e il conflitto si sposta sulle famiglie: coprire o denunciare? Lì, come nel nostro film, si osserva il punto di vista dei genitori. Ma ciò che ci interessava era il concetto di riparazione, un termine tecnico, cioè il percorso di un adolescente che, dopo un reato, attraversa tappe precise per rientrare nella società».

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Il suo film mostra, almeno in parte, un sistema che funziona.

«Funziona ma potrebbe funzionare meglio. Ci sono molte persone che lavorano con passione con i ragazzi. Le educatrici sono fondamentali. Alcune creano un vero rapporto con i detenuti, altre meno. Nel film abbiamo voluto mostrare una di queste figure, che entra in sintonia con la protagonista pur riconoscendo la gravità del suo gesto. Alcune ragazze passate dal carcere ci hanno spiegato come si vive là dentro».

È interessante l’uso del suono.

«È una colonna sonora non di sola musica. In carcere ho usato le chiavi, i cancelli, le battiture, sono parte della narrazione come i silenzi e i rumori assordanti».

Lo sguardo è sui genitori: adulti disorientati, lontani dal mondo dei figli. E il tema dei social, del bullismo online?

«Il tema dei social lo avevamo affrontato in Mia, il nostro film precedente, dove andavamo a fondo sul revenge porn. In Una figlia lo sfioriamo, seguiamo il percorso, quasi infernale, di questa ragazza. Un film sull’amore, sulla rinascita, sulla vita. Perché alla fine, senza svelare troppo, lei ricomincia. Da bambina diventa donna, prende coscienza di ciò che ha fatto. E il rapporto con il padre è amaro, destinato a una grande sofferenza».

Un finale non conciliante, ma coerente.

«Una ragazza come la nostra protagonista, dopo quello che ha fatto, non può che scegliere di separarsi dal padre. Averlo vicino significherebbe avere il passato costantemente davanti agli occhi. Una scelta dura, ma coerente».

Quali sono, secondo lei, le difficoltà maggiori per un adolescente oggi? E quali per un genitore?

«Da genitori, a volte ci si sente impotenti, inadeguati. Con la mia compagna cerchiamo un dialogo diretto con i nostri figli. Il pericolo è l’incomunicabilità: se non si parla in casa, i ragazzi cercano risposte altrove».

Ogni film è un viaggio anche interiore. Qual è stato l’incontro, la testimonianza più forte?

«Dovrei fare un passo indietro e parlare di Mia. Dopo le proiezioni, alcune ragazze in sala raccontavano le loro esperienze. Una disse di aver vissuto la stessa storia, un’altra, di 14 anni, raccontò che il suo ragazzo non voleva che uscisse o si vestisse in un certo modo. Sono momenti che ti colpiscono. Per Una figlia stiamo organizzando le proiezioni per le scuole, da settembre. Ma ho già parlato con alcune ragazze e mi hanno dato tanto, umanamente oltre che per la messa in scena. È questo lo scambio più prezioso».

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