David, il mondo del cinema al Quirinale: “Trump e la minaccia dei dazi sono spaventosi”
di Arianna FinosROMA – Al Quirinale, in una mattinata di sole, pioggia e venticello freddo, la fotografia del cinema italiano attraverso la cerimonia 70 dei David di Donatello. La festa e i sorrisi, soprattutto quelli di una nuova schiera di attori e autori, la minaccia trumpiana dei dazi del 100 per cento, la crisi economica profonda e le “incomprensioni”, con la politica, per usare una frase del discorso del ministro della Cultura Alessandro Giuli, accolto dall’espressione perplessa di molti attori e registi: “Noi ci stimiamo meno di quanto ci rispettano nel mondo”. Ricorda Mel Gibson che girerà il sequel su Gesù Cristo a Cinecittà, poco prima Geppi Cucciari ha fatto notare che gli stabilimenti sono vuoti, perché le agevolazioni fiscali di Paesi che secondo Trump “rubano il lavoro al cinema americano”, riguardano meno il nostro.
Sergio Mattarella, insignito del …
ROMA – Al Quirinale, in una mattinata di sole, pioggia e venticello freddo, la fotografia del cinema italiano attraverso la cerimonia 70 dei David di Donatello. La festa e i sorrisi, soprattutto quelli di una nuova schiera di attori e autori, la minaccia trumpiana dei dazi del 100 per cento, la crisi economica profonda e le “incomprensioni”, con la politica, per usare una frase del discorso del ministro della Cultura Alessandro Giuli, accolto dall’espressione perplessa di molti attori e registi: “Noi ci stimiamo meno di quanto ci rispettano nel mondo”. Ricorda Mel Gibson che girerà il sequel su Gesù Cristo a Cinecittà, poco prima Geppi Cucciari ha fatto notare che gli stabilimenti sono vuoti, perché le agevolazioni fiscali di Paesi che secondo Trump “rubano il lavoro al cinema americano”, riguardano meno il nostro.
Sergio Mattarella, insignito del David speciale dalla presidente dell’Ente David Piera Detassis, auspica che vengano corrette le “incertezze normative” che penalizzano i produttori indipendenti e i giovani, e che non vengano meno le misure per attirare produzioni internazionali, sottolinea la necessità di difendere le sale dall’erosione. Chiede alla politica dialogo e soluzioni. Giuli parla della “precarietà e confusione del settore”, sottolinea che “il disegno correttivo del tax credit ha recepito le istanze di chi ha bisogno di chiarezza e trasparenza. Le incomprensioni hanno sopravanzato la reale qualità e quantità degli accordi stabiliti, il settore va riconfigurato”, insiste con la necessità di regolarità e trasparenza di ogni forma di incentivo: “Non creiamo aree di privilegio, favoriamo l’accesso alle nuove generazioni, ai nuovi Sorrentino che non sanno ancora di esserlo”.
Dura la replica, dopo la cerimonia, di Elio Germano, candidato come miglior attore per il Berlinguer di La grande illusione. “Vorrei che il ministro si confrontasse con i diversi rappresentanti della nostra categoria. Il cinema è davvero in crisi e noi crediamo per grossa responsabilità del ministero della Cultura. Sentirci dire che le cose vanno bene, in questo modo tra l’altro bizzarro, è dal mio punto di vista fastidioso. Mi piacerebbe che invece di piazzare i loro uomini nei posti chiave come fanno i clan si preoccupassero di fare il bene della nostra comunità mettendo le persone competenti nei posti giusti, incontrando i rappresentanti di categoria. Non solo le armi aumentano il Pil del Paese, per ogni euro investito nel cinema rientrano 3-4 euro allo Stato”.
David di Donatello, Elio Germano: "Fatico ad ascoltare il ministro Giuli"
Pupi Avati, salutato dal ministro come “maestro che mi onora della sua amicizia”, ha proposto l’istituzione di un ministero per il Cinema ma “la mia proposta dovrebbe andare avanti un po’ più spedita. Abbiamo qualche resistenza da parte di alcuni partiti che non hanno una grande consuetudine con il cinema italiano, che hanno un po’ di diffidenza. Pensano che il cinema sia tutto di sinistra, e questo pregiudica le proposte”. Non ne parlerà, qui, col ministro Giuli: “No, ne ho già parlato tante volte”. Riguardo ai dazi di Trump: “Per me è solo una dichiarazione ad effetto, perché il cinema italiano negli Stati Uniti non ha una grande diffusione, per cui non è che cambi la storia. Aggrava una situazione che è già gravissima. È una mancanza di rispetto nei confronti di un cinema che nel dopoguerra è stato grande, è arrivato in tutto il mondo… allora sì che sarebbe stata una cosa tremenda”.
Francesca Comencini, candidata per Il tempo che ci vuole, definisce il film una “lettera d’amore al cinema, a mio padre. Sono stati due anni complicati per il cinema italiano. E vediamo anche quello che sta succedendo in America… Il cinema è qualcosa di fragile ma anche di molto resistente. E il cinema italiano, alla fine, è qualcosa che caratterizza questo Paese, che racconta le nostre storie. Tutti i film candidati, con i quali sono onorata di essere candidata, raccontano aspetti di questo Paese. Io penso che dovrà ripartire, e che ripartirà. Do il mio sostegno a tutti i lavoratori e le lavoratrici del cinema che in questo momento lavorano di meno, però con la fiducia nella resistenza del cinema italiano”. Valeria Bruni Tedeschi, candidata per L’arte della gioia di Valeria Golino, è piena di gratitudine: “Non solo ho lavorato con una mia amica, una sorella, ma anche se l’argomento era duro, il personaggio complicato è stato allegrissimo il lavoro insieme”. Essere al Quirinale “mi emoziona, ma mi dà anche un po’ di malinconia, perché sento il tempo che passa. Sembra ieri, ma era già un bel po’ di anni fa. Ma nella vita ci sono cose difficili, questa è una cosa allegra”.
Non lo è la minaccia trumpiana dei dazi: “Terribile. Questa cosa mi ammutolisce. L’unica cosa che riesco a fare è cercare di resistere come una formichina. Ma ho molto spavento. Anche mia figlia di 17 anni è molto spaventata. È tutto molto pericoloso: per la cultura, per l’ecologia, per l’umanità, per i migranti, per tutte le minoranze. E non so come siamo arrivati a questa situazione”. Francesco Di Leva, candidato come non protagonista per Familia, dice: “Io più che dei dazi, mi interesso di Gaza. Quello che sta succedendo è grave. Ma loro devono sapere che resisteremo con le parole. Per me si chiamerà sempre Gaza. Possono abbattere muri, togliere case, ma la parola e il pensiero restano. Siamo sette miliardi di persone: possiamo continuare a chiamare quel popolo “palestinese” e quella terra “Striscia di Gaza”.
Francesco Di Leva ai David: "Più che i dazi di Trump mi preoccupa ciò che succede a Gaza"
Del film dice: “Sapevamo di raccontare una storia necessaria, vera, successa a un ragazzo di poco più di vent’anni che l’ha pagata con il carcere. Raccontare questi temi richiede delicatezza. Stare qui a rappresentare film d’autore che spesso incassano poco, ma che i distributori hanno il dovere di proporre, è importante. Dobbiamo resistere, anche col cinema d’autore”.
E poi c’è la gioia delle nuove leve. Tecla Insolia, 21 anni e una doppia candidatura, protagonista per L’arte della gioia, non protagonista per Familia: “Non ci credo neanch’io. Non vengo da una famiglia artistica, non conoscevo nessuno. Mia mamma è stata la prima persona che ho avvisato, appena ho sentito la sua risata mi sono sbloccata, ho pianto. Avere tante candidate sotto i 28 anni è una cosa bellissima. È un onore. E questo clima eterogeneo è la ricchezza del nostro settore”.
Tecla Insolia ai David a 21 anni con due candidature: "Non ci credo"
Francesco Gheghi, protagonista di Familia, film sulla violenza domestica tratto da una storia vera: “È la prima volta. Sono felice di rappresentare questo film. Guardavo i David, le dirette… sognavo col mio papà, sul divano, di essere qui un giorno. Non pensavo sarebbe arrivato così presto. Rappresenti una nuova generazione, con un film visto da tanti ragazzi, che abbiamo portato nelle scuole. Sì, è una lettera d’amore al futuro. Perché noi saremo le mamme e i papà del futuro. Cerchiamo di fare passi avanti verso un’umanità nuova”.