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Alberto Barbera: “Le serie tv d’autore hanno la nobiltà del cinema”

Alberto Barbera è il direttore della Mostra del cinema di Venezia 

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L’intervista di Natalia Aspesi al direttore della Mostra del cinema di Venezia, che nella passata edizione ha presentato quattro titoli di alto livello. “I grandi autori trasferiscono nella serialità il bagaglio di esperienze estetiche e creative che hanno maturato facendo film”
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MILANO – Così è stato Alberto Barbera, l’anno scorso, alla 81esima Mostra del cinema di Venezia, a inserire le serie dette d’autore malgrado il borbottio di una parte dei critici presenti. Per la prima volta si sono viste, a una grande biennale, le serie — scelte con grande cura — di Alfonso Cuarón (Disclaimer), Rodrigo Sorogoyen (Los años nuevos - Dieci capodanni), Thomas Vinterberg (Families like ours) e Joe Wright, quest’ultimo autore di M. Il figlio del secolo, mandata in onda lo scorso gennaio da Sky con grande successo, il racconto dell’ascesa di Mussolini, dal primo romanzo di Antonio Scurati, protagonista Luca Marinelli.

'M - Il figlio del secolo', Luca Marinelli diventa Benito Mussolini - Il trailer

Quest’anno, alla 82esima edizione della Mostra del cinema, ci saranno sempre serie? Alberto Barbera vestito con un brillante color beige e l’emblema dei giovinetti, …

MILANO – Così è stato Alberto Barbera, l’anno scorso, alla 81esima Mostra del cinema di Venezia, a inserire le serie dette d’autore malgrado il borbottio di una parte dei critici presenti. Per la prima volta si sono viste, a una grande biennale, le serie — scelte con grande cura — di Alfonso Cuarón (Disclaimer), Rodrigo Sorogoyen (Los años nuevos - Dieci capodanni), Thomas Vinterberg (Families like ours) e Joe Wright, quest’ultimo autore di M. Il figlio del secolo, mandata in onda lo scorso gennaio da Sky con grande successo, il racconto dell’ascesa di Mussolini, dal primo romanzo di Antonio Scurati, protagonista Luca Marinelli.

'M - Il figlio del secolo', Luca Marinelli diventa Benito Mussolini - Il trailer

Quest’anno, alla 82esima edizione della Mostra del cinema, ci saranno sempre serie? Alberto Barbera vestito con un brillante color beige e l’emblema dei giovinetti, le scarpe da tennis bianche, è un bell’uomo, e dico bello perché si muove da ragazzo, con l’aria felice di chi si è dimenticato di avere 75 anni. A casa sua ha una moglie giovane e due piccini, uno di pochi mesi e uno di qualche anno.

Al festival di Cannes resistono, nell’edizione appena finita non ci sono state serie tv.

«Dovremmo definirle “quella parte di cinema chiamata serialità”, perché ormai è così. Quando Cuarón fa una serie per Apple, in realtà fa un film che dura cinque ore e mezza. Xavier Giannoli ha fatto una serie bellissima, Of money and blood, storia vera della più grande truffa ai danni dello stato francese, ed è un thriller pazzesco di dieci ore. D’altronde quando Bela Tarr aveva girato Satantango, che durava sette ore e mezza, nessuno metteva in dubbio che non fosse cinema. L’unica differenza è che sono film che non si vedono in sala ma su una piattaforma. Ma dal punto di vista del linguaggio, della produzione, estetico, dei mezzi tecnici a disposizione, è cinema. Questi autori trasferiscono nella serialità tutto il bagaglio di esperienze estetiche e creative che hanno maturato facendo film».

Vincent Lindon in "Of money and blood" 

Inserire nel programma della Mostra le serie, come nella passata edizione, può cambiare il tuo modo di vedere il cinema? In questa stagione ho visto “Adolescence”, che ha suscitato curiosità e discussioni, e “Ripley”, bella serie in bianco e nero da “Il talento di mr. Ripley” di Patricia Highsmith.

«Alla Mostra non vengono proposte serie di ogni tipo ma solo d’autore; se sono d’autore le prendo in considerazione, le programmo. La maggior parte delle serie ha sviluppato un linguaggio ad hoc molto stereotipato, un po’ come erano un volta i film commerciali, di genere. È la differenza, che rende le serie importanti: così come il cinema ha influenzato il linguaggio e l’estetica di certe serie, è vero anche il contrario. Il linguaggio della serialità sta influenzando quello cinematografico. A partire dalla durata: il 90 per cento dei film che si fanno oggi dura più di due ore, quelli di 90 minuti sono un rarità. La durata è legata a una nuova modalità di narrazione e i registi hanno imparato a usarla. Una volta funzionava il principio della sintesi, ora devi diluire tutto, spiegare».

Andrew Scott in "Ripley" 

Molti attori noti del cinema hanno privilegiato la serialità.

«Anche perché oggi ci sono molti più soldi nella produzione delle serie che nel cinema».

Approvi il cambiamento?

«Come sempre, i cambiamenti sono frutto di trasformazioni. Iniziate quando Netflix, la piattaforma più importante del mondo, lasciandosi dietro tutti gli altri ha imposto il nuovo standard».

I protagonisti di "Dieci capodanni" 

Loro sono ricchi come sono ricchi quelli di oggi, cioè ricchissimi. E in più hanno anche la capacità di fare film brevissimi.

«In Cina, ad esempio, c’è la tendenza a realizzare cortometraggi che durano cinque minuti, al massimo dieci, da distribuire solo sulle piattaforme e a pagamento. Gli utenti li guardano in metropolitana, in autobus, mentre si spostano. Costano poco e rendono tanto».

Ci sono bravi critici che non riescono ad accettare nemmeno le serie d’autore.

«Una parte dell’establishment culturale cinematografico tradizionale è restio a misurarsi con le novità e ad accettarle. Quando vedo un film, anche io sono felice ma allo stesso tempo bisogna fare i conti con quello che è il cinema oggi».

Barbara Chichiarelli (Margherita Sarfatti) e Luca Marinelli (Benito Mussolini) nella serie "M. Il figlio del secolo": l'anteprima al Lido nel 2024 

Allora perché la gente non va più al cinema o comunque sempre meno?

«È troppo comodo vedere film a casa, senza uscire. Lo si fa una volta ogni tanto, con i titoli di grande richiamo. Con la piattaforma puoi vedere ogni cosa e, se non ti piace, cambi».

Pensando alla prossima Mostra di Venezia che comincia a fine agosto e sarà l’82esima, sei già a buon punto della tua ricerca?

«Da gennaio non faccio altro che vedere film e me ne mancano ancora 1500. Dopo il Covid la produzione è incredibilmente aumentata: ci sono più soldi, le piattaforme, c’è il tax credit, ci sono le sovvenzioni delle film commission. Oggi produrre un film non comporta quasi alcun rischio. Che vada bene o male non importa, perché è pagato in anticipo».

A Venezia avrai qualche serie?

«Una l’ho già invitata, è una miniserie italiana che dura quattro ore e mezza. Altre devono arrivare: se saranno buone, le prenderò. L’anno scorso è stato straordinario, con quelle quattro serie davvero molto belle».

Non hai mai sentito una forma di rifiuto nei confronti della serialità?

«No, perché quando sono belle sono belle. Il fatto che siano lunghe è impegnativo però ti prende, non riesci a mollarle. Ti catturano. Entri in questo universo ricreato e vuoi vedere come va a finire. E quindi sono belle, non c’è niente da fare».

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