TAORMINA – “Dell’Italia mi piace tutto, tranne la politica”. Catherine Deneuve è al Festival di Taormina. Occhiali da sole, caftano vivace e mocassini, sulla caviglia il tatuaggio di un’ala, “l’ho fatto per nascondere la cicatrice di una ferita”. A ottant’anni la diva di Francia riceve alla rassegna un premio alla carriera e presenta il suo ultimo film, Spirit world – La festa delle lanterne, diretto da Eric Khoo (in Italia dal 26 giugno con Europictures).
L’attrice conversa in italiano e ha le idee chiare sulle cose di cui vuole parlare e quelle che invece no. Incalzata sulla condanna a Gérard Depardieu, compagno di tanti set, spiega: “Di lui e di MeToo non voglio parlare perché le frasi vengono amplificate, distorte dai media, e ti ritrovi travolta, per cui grazie, ma grazie no. È un problema complesso. Non c’è una risposta semplice. E a volte si viene fraintesi. Io non voglio parlare o dire “non parlo”, perché anche il silenzio può diventare una dichiarazione”. E se le fanno notare che la collega Fanny Ardant ha testimoniato al processo e ora dirige Depardieu in un film, lei risponde “ognuno sceglie cosa fare”.
Deneuve ripercorre la carriera, si esprime con frasi brevi, “amo l’italiano, una lingua che ho compreso fin da subito ma non grazie al padre di mia figlia (Marcello Mastroianni, ndr.) perché lui parlava un perfetto francese. L’ho imparato perché amo il vostro paese e la vostra cultura, ho lavorato con grandi registi, da Ferreri a Monicelli”. Oggi? Se deve fare il nome di un giovane regista dice “Alice Rorhwacher, mi piace la sua originalità, la sua poesia” e il maestro “Marco Bellocchio, lo ammiro moltissimo”. Ci sono più registe donne rispetto a quando ha iniziato, “come nella società, le donne sono portatrici di valori importanti e si stanno facendo strada”.
Il passato da sex symbol? “Non mi sono mai considerata tale, non ho mai approcciato così la professione. E non mi piace la parola diva che implica capriccio, una gabbia che non mi appartiene. Io mi sono evoluta nel cinema e nella vita, come tutte le donne. Diva mi pare un concetto che porta a solitudine ma io non sono mai stata sola, ho sempre avuto accanto una famiglia, persone che amavo, di cui occuparmi”.
Dei ruoli che scarseggiano quando passa il tempo, osserva che “in America è una tendenza più accentuata, me lo dissero quando ero lì per Indocina, a me non è successo, ho cambiato i ruoli a seconda dell’età. Oggi faccio anche le nonne, ma anche quelle che hanno un compagno, non solo quelle che preparano le marmellate”. Quando era giovane non c’era l’ossessione per il la forma fisica, come oggi, “era diverso, ora il corpo è diventato troppo importante. Tutti scattano foto, tutti giudicano. Ai miei tempi non c’erano così tanti fotografi, e il rapporto con l’immagine era meno violento”. E a proposito dell’immagine di donna fredda e distaccata che hanno dato nei decenni i tabloid, “è il mio modo di avere una relazione normale – commenta – non mi piace diventare qualcosa di troppo familiare solo perché faccio un film o una foto”.
Il film che porta a Taormina racconta di fantasmi e di un mondo ultraterreno, “amo il Giappone e il cinema giapponese, come quello cinese e coreano, del resto ho girato un film con Kore’eda, ma non ero stata così tanto tempo in Giappone. Le prove a Tokyo sono state semplici ma speciali, anche se il regista è di Singapore e non parlava giapponese. Forse perché questa è una storia che porta pace e spiritualità. Mi ha colpito quante persone del pubblico siano venute a dirmi che avevano trovato grande serenità dopo aver visto questo film”.
Nel film il suo personaggio dice che il talento è come un aquilone: se c’è vento va lontano, ma se il vento cambia? Vale anche per lei, per la sua carriera? “Sì, è una metafora che mi corrisponde. Quando il vento è favorevole si vola, ma quando cambia… è difficile. E come si fa? Si va avanti. È una lotta continua. Per tutti. Anche per me. Ma si deve andare avanti, anche nelle difficoltà”.
Se le si chiede che madre sia lei, risponde “dovreste chiederlo ai figli, ma di sicuro con una figlia si crea una relazione più stretta”. Rimpianti “sì, ne ho, ma non ne parlerò qua. Ci sono cose di cui non parlo in pubblico. Né del lavoro né della vita personale”. Guardando al futuro della professione, “penso che tra dieci anni si lavorerà solo con il green screen, le voci saranno fatte dall’IA… ma manca la vita. I film devono avere la lingua, la cultura, l’uomo. Altrimenti restano meccanici, anche se perfetti”. Cosa spera per sé stessa e per il mondo? “Oggi il clima è difficile e non sono affatto ottimista, non lo sono in generale. Non rinnego il passato ma voglio vivere nel presente, vivo l’oggi”.