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“28 anni dopo”, l’unica cosa sbagliata è Danny Boyle. La recensione di Alberto Crespi

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Una bella sceneggiatura di Alex Garland per una regia ipertrofica e una messinscena troppo “urlata”. Il film è divertente ma potrebbe esserlo tre volte di più
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In un tempo imprecisato, un luogo molto preciso: le isole Britanniche vengono colpite da un’epidemia di rabbia che trasforma le persone in zombie. 28 anni dopo, solo un’isoletta collegata alla Gran Bretagna da un istmo è rimasta immune. Il resto d’Europa pattuglia le coste per evitare che l’epidemia si propaghi, mentre gli abitanti dell’isoletta, divenuti una comunità autonoma in stile Hobbit, ogni tanto si recano sull’isola madre a caccia di zombie armati di arco e frecce. Il film è la storia di Spike, un ragazzino che va tra i mostri due volte: la prima con il padre, la seconda con la madre. Vedendo il film capirete perché.

28 anni dopo si basa su una bella sceneggiatura di Alex Garland (Civil war) purtroppo diretta da Danny Boyle (Trainspotting, The millionaire), uno dei registi più ipertrofici ed esibizionisti su piazza. Il film è iperdiretto, con inquadrature sghembe e gratuite che dovrebbero creare tensione anche …

In un tempo imprecisato, un luogo molto preciso: le isole Britanniche vengono colpite da un’epidemia di rabbia che trasforma le persone in zombie. 28 anni dopo, solo un’isoletta collegata alla Gran Bretagna da un istmo è rimasta immune. Il resto d’Europa pattuglia le coste per evitare che l’epidemia si propaghi, mentre gli abitanti dell’isoletta, divenuti una comunità autonoma in stile Hobbit, ogni tanto si recano sull’isola madre a caccia di zombie armati di arco e frecce. Il film è la storia di Spike, un ragazzino che va tra i mostri due volte: la prima con il padre, la seconda con la madre. Vedendo il film capirete perché.

28 anni dopo si basa su una bella sceneggiatura di Alex Garland (Civil war) purtroppo diretta da Danny Boyle (Trainspotting, The millionaire), uno dei registi più ipertrofici ed esibizionisti su piazza. Il film è iperdiretto, con inquadrature sghembe e gratuite che dovrebbero creare tensione anche quando sullo schermo non sta succedendo nulla. Peccato perché in realtà succede di tutto, e il film, che è molto divertente, potrebbe esserlo tre volte di più con una messinscena meno “urlata” e dei trucchi un po’ meno splatter.

Aggiungiamo un finale alla Last of us che rischia di banalizzare l’idea di fondo, che è poi una metafora — poco fine ma assai potente — sia della Brexit, sia della pandemia da covid 19. Alex Garland avrebbe dovuto dirigerselo da solo.

28 anni dopo

Regia di Danny Boyle

VOTO: 3 stelle su 5

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