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Toni Servillo ai giovani di Giffoni: “Altro che drink e feste, recitare è sacrificio. Restate umani”

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L’attore parla ai ragazzi: “Abbiate rispetto della vita”. E introduce il nuovo film con Paolo Sorrentino, “La Grazia”, che aprirà la Mostra di Venezia: “È la settima volta insieme sul set e l’atmosfera è sempre quella di una volta: ci facciamo del bene a vicenda”
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Giffoni (Salerno) – L’antiDivo Toni Servillo regala ai giovani giurati cinquanta minuti di passione e sincerità: nessun orpello affabulatorio, zero narcisismo o semplificazioni. L’attore, che aprirà la Mostra di Venezia con La grazia, precede l’arrivo al Giffoni film festival di Paolo Sorrentino: «È il settimo film insieme, ma l’atmosfera resta quella della prima volta. Un produttore amico ci disse che ci siamo fatti del bene reciproco. Tra noi c’è un legame profondo. Gli devo moltissimo, il primo ruolo da protagonista. È uno sceneggiatore e un dialoghista eccezionale. Avverte forse la mia docilità ad adattarmi al suo universo, ci soccorriamo a vicenda».

Affrontando il tema di questa edizione, sul diventare umani, parte dal personaggio del Pisapia perdente (Andrea Renzi) de L’uomo in più, un uomo che paga la propria rettitudine: «I valori umani contano moltissimo. Perciò vanno raccontati anche - o soprattutto - quando v…

Giffoni (Salerno) – L’antiDivo Toni Servillo regala ai giovani giurati cinquanta minuti di passione e sincerità: nessun orpello affabulatorio, zero narcisismo o semplificazioni. L’attore, che aprirà la Mostra di Venezia con La grazia, precede l’arrivo al Giffoni film festival di Paolo Sorrentino: «È il settimo film insieme, ma l’atmosfera resta quella della prima volta. Un produttore amico ci disse che ci siamo fatti del bene reciproco. Tra noi c’è un legame profondo. Gli devo moltissimo, il primo ruolo da protagonista. È uno sceneggiatore e un dialoghista eccezionale. Avverte forse la mia docilità ad adattarmi al suo universo, ci soccorriamo a vicenda».

Affrontando il tema di questa edizione, sul diventare umani, parte dal personaggio del Pisapia perdente (Andrea Renzi) de L’uomo in più, un uomo che paga la propria rettitudine: «I valori umani contano moltissimo. Perciò vanno raccontati anche - o soprattutto - quando vengono calpestati. Paolo raccontava personaggi nel momento in cui stanno per raggiungere il successo, ma poi conoscono il declino. E insieme al declino personale, si diffonde anche un senso di smarrimento collettivo, sociale». Ragiona sul presente: «Viviamo un momento terribile che riguarda la vostra generazione, ma anche la mia. Un tempo in cui bisogna farsi carico, con urgenza, di un valore fondamentale: la vita. Perché da tanti punti di vista oggi la vita è oltraggiata, messa in pericolo, negata. Non si riconosce più il diritto alla vita. Si arriva a uccidere per nulla. Ci sono vittime innocenti di qualcosa che le sovrasta e che pagano con la propria esistenza».

A chi gli chiede della carriera risponde: «Non ho mai pensato di averne una. Con degli amici abbiamo scoperto il teatro durante l’adolescenza: abbiamo fondato una compagnia senza aspettarci nulla. Con il tempo si capisce se hai un talento e se può essere utile agli altri. Immaginarlo come un’occupazione è un’illusione». Ha spaziato tra personaggi reali e non. «È più difficile interpretare chi è esistito, smarcandoti dall’idea preconfezionata del pubblico. Non bisogna imitare, ma restituire. Film come Il Divo, Loro o La stranezza non sono biopic: Sorrentino o Andò isolano frammenti di vita dei protagonisti per creare dei simboli in grado di parlare a tutti. Con Il Divo Sorrentino voleva raccontare l’impatto dello stragismo nella politica italiana, nel caso di Loro, invece, l’invasione della propaganda, dello spettacolo della televisione nel linguaggio della politica».

Ugualmente interessanti i personaggi «frutto della poetica di un autore. Per tanti, Jep Gambardella de La grande bellezza, è una figura in carne ed ossa e questo per me è straordinario». Rivendica - a chi gli chiede di elencare i migliori film che ha girato - la libertà di scelta, l’assenza di condizionamenti da parte del mercato. E quindi esprime amore per tutto ciò che ha fatto: «Con Sorrentino parliamo de Il divo, ma sono felice di aver fatto Qui rido io con Martone, Ariaferma con Di Costanzo, Viva la libertà con Andò». Il palcoscenico è la grande passione: «A Eduardo De Filippo, alla soglia degli ottant’anni, prima di entrare in scena batteva il cuore e tremavano le gambe. Louis Jovet, grande attore francese, spiegava ai giovani “la paura arriva con il talento”. Il teatro ti regala sacrificio e solitudine, camere d’albergo spoglie altro che drink e feste. Ti obbliga ad avere freschezza mentale e prontezza fisica. Un attore è un atleta del palcoscenico». Soprattutto, però, il teatro «ti aiuta a restare umano. È una delle ultime esperienze affidate alla condivisione. Grazie a questo si sviluppa un pensiero critico. C’è chi ha interesse a tenerci chiusi in casa, da soli, a guardare contenuti interrotti da spot. Quello ci disumanizza. Ci fa sembrare che la guerra sia qualcosa che appartiene alla rappresentazione e non alla realtà, così da lasciarci indifferenti». Il teatro è l’opposto: «Eduardo credeva che si possa ottenere il massimo della verità dalla massima finzione. Oggi vogliono farci credere che la finzione di certi orribili reality sia vera. L’attore è l’antitesi di questo. Lavora sulla finzione per ottenere la realtà».

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