ROMA – Il giovane, viso tatuato e capelli platino, cammina veloce in manette verso la gazzella, ignorando le urla del piccolo gruppo che lo insegue. A fare le veci della stazione dei carabinieri di Colleferro, in questo pomeriggio assolato di riprese, c’è la romana scuola primaria C. H. Andersen, quartiere Trionfale. Il set è quello di 40 secondi e ricostruisce le 24 ore prima del pestaggio letale di Willy Monteiro, morto a 21 anni il 6 settembre del 2020.
Il film, diretto da Vincenzo Alfieri, uscirà in sala il 20 novembre poi inizierà un percorso nelle scuole. Produce Roberto Proia di Eagle, alle spalle il fenomeno Il ragazzo dai pantaloni rosa su Andrea Spezzacatena, il quindicenne attaccato dai cyberbulli, morto suicida nel 2012. «Film e genere sono diversi, ma comune l’intento — spiega Proia — l’idea era di partire da un caso singolo per raccontare il disagio di molti. Ogni diciassettenne si è trovato di fronte a scene di violenza, prevaricazione, bullismo. Non volevamo vedessero in Willy una vittima, una figurina da videogame ma un esempio in cui identificarsi. Sfido chiunque, vedendo questo film, a non parteggiare per la sua bella normalità, e per quel suo gesto: il coraggio, davanti a un sopruso grande o piccolo, di fare qualcosa».
Dall’altra parte i fratelli Bianchi, di Artena, condannati all’ergastolo (Marco) e a 28 anni (Gabriele), 23 anni a Francesco Belleggia, 21 a Mario Pincarelli. «Era fondamentale — continua Proia — togliere ogni patina glamour alla violenza grafica, alla ferocia di questi personaggi». 40 secondi nasce dal libro inchiesta omonimo di Federica Angeli «che ci ha aiutato a essere il più fedeli possibile. A differenza di Teresa Manes, la mamma di Spezzacatena, la famiglia di Willy ha voluto tenersi in disparte, ed è comprensibile».
Il regista Vincenzo Alfieri ci raggiunge in un una pausa dalle riprese. «Pensavo che sulla vicenda fosse già stato detto tutto, ma la domanda che Angeli si pone ha riacceso la miccia: come avranno iniziato la loro giornata Willy, Belleggia, Pincarelli, i Bianchi? Questa cosa in apparenza banale — svegliarsi, mandare un messaggio, salutare la mamma, andare al lavoro — mi ha fatto capire che non volevo raccontare un omicidio, ma una giornata di ordinaria follia. Capire come questi ragazzi si siano incastrati e siano arrivati a fare qualcosa di terribile. Abbiamo scelto di raccontare i diversi punti di vista. Era anche l’occasione di fotografare la generazione del 2020, chiusa in casa per mesi a causa del Covid. Abbiamo intervistato amici di Willy, ma anche della controparte. Ragazzi normali, solo i Bianchi avevano precedenti». Il film indaga come la violenza possa esplodere in un contesto ordinario, «parla anche di escapismo, l’aspettare il sabato sera per ubriacarsi, una routine che ti uccide dentro. La violenza non è tanto fisica quanto psicologica».
Fondamentale trovare i non attori giusti: Willy è arrivato con Justin De Vivo, «abbiamo incontrato le comunità capoverdiane del Lazio — spiega Alfieri — in lui, che fa il visual merchandiser, c’era quella dolcezza. Un’amica della mamma di Willy, quando lo ha visto, si è commossa». Il giovane inteprete ai ragazzi di Giffoni ha confessato: «Willy mi ha lasciato dentro una parte di lui». Per i fratelli, due pugili scoperti per caso: «Uno lo abbiamo fermato allo stadio — continua il regista — l’altro tramite un annuncio in una palestra. Abbiamo lavorato su tatuaggi e capelli ma di base si somigliano». Il film li ha trasformati dentro. «Uno non capiva cosa significasse avere un sogno, due mesi dopo mi ha detto “per la prima volta mi viene voglia di fare qualcosa di bello”, l’altro ha ripreso ad allenarsi. Ho cercato persone senza sovrastrutture, volevo verità».
Ha registrato le interviste ai ragazzi veri «riscrivendo i dialoghi in base al loro linguaggio: i ventenni devono riconoscersi». Nel cast Francesco Gheghi, Enrico Borello, Francesco Di Leva, Sergio Rubini, Maurizio Lombardi. Gheghi (Familia) è il terzo condannato, «un codardo, un camaleontico, quello in cui molti ragazzi potrebbero riconoscersi. È inquietante, ma è così». Enrico Borello (La città proibita) il quarto aggressore: «Mi ha colpito la banalità con cui da un momento all’altro la vita può cambiare per sempre. La violenza che nasce dal niente, l’assenza di consapevolezza delle conseguenze, la cultura maschile della sopraffazione che oggi sfocia nei femminicidi. Era importante entrare in questa storia attraverso la prospettiva della superficialità del male». Beatrice Puccilli, attrice e sceneggiatrice (Una sterminata domenica) interpreta la giovane che subì gli apprezzamenti non richiesti e li ignorò, disinnescando la dinamica, ed è vista come oggetto del contendere. «Ma lei non ha scelto di essere questo — ancora Alfieri — raccontare quella passività in modo attivo era la sfida. Ha vinto una borsa di studio, vuole andarsene, salvarsi, e questo la rende potente».
Come per Il ragazzo dai pantaloni rosa, le musiche sono centrali. Proia: «Abbiamo chiesto agli attori cosa ascoltano, cosa li influenza, ma ogni brano nel film, rap, trap, drill, deve venire da artisti che non abbiano espresso posizioni transfobiche, sessiste, omofobe maschiliste, affinché il messaggio sia coerente».