Zvanì, la bella malinconia di Federico Cesari è al servizio del giovane Pascoli — infelice e luminoso, diviso tra il mondo e un rifugio intimo — nel film tv scritto da Sandro Petraglia e diretto da Giuseppe Piccioni, alle veneziane Giornate degli autori il 31 agosto, prodotto da Rai Fiction e Momo Film, in sala il 2 ottobre con Academy Two e poi su Rai 1.
«Mi sono buttato volentieri in quest’avventura — confessa Piccioni — Pascoli è uno dei poeti più fraintesi: la scuola lo riduce a immagine polverosa, ignorandone vitalità e complessità. La sua voglia di esprimersi era sostenuta da quella forte disciplina — gli studi latini, la padronanza di lingua e metrica — che è la condizione per ogni libertà creativa. È un film personale, per me, ci ho messo la fatica e la gioia di sempre».
Perché il titolo “Zvanì. Il romanzo famigliare di Pascoli”?
«Zvanì è il diminutivo romagnolo di Giovanni, suono quasi pascoliano, onomatopeico.…
Zvanì, la bella malinconia di Federico Cesari è al servizio del giovane Pascoli — infelice e luminoso, diviso tra il mondo e un rifugio intimo — nel film tv scritto da Sandro Petraglia e diretto da Giuseppe Piccioni, alle veneziane Giornate degli autori il 31 agosto, prodotto da Rai Fiction e Momo Film, in sala il 2 ottobre con Academy Two e poi su Rai 1.
«Mi sono buttato volentieri in quest’avventura — confessa Piccioni — Pascoli è uno dei poeti più fraintesi: la scuola lo riduce a immagine polverosa, ignorandone vitalità e complessità. La sua voglia di esprimersi era sostenuta da quella forte disciplina — gli studi latini, la padronanza di lingua e metrica — che è la condizione per ogni libertà creativa. È un film personale, per me, ci ho messo la fatica e la gioia di sempre».
Perché il titolo “Zvanì. Il romanzo famigliare di Pascoli”?
«Zvanì è il diminutivo romagnolo di Giovanni, suono quasi pascoliano, onomatopeico. Raccontiamo la sua vita dai venti ai quarant’anni, con flashback sull’infanzia. Pascoli che si presenta a Bologna e accede all’università grazie a un sussidio, poi si sposta a Massa, passando per Matera, ritrovale sorelle che non vedeva dall’infanzia, e le porta con sé. Vivono insieme in Toscana, fino a quando Ida lascia la casa per sposarsi. Pascoli soffre e, con Mariù, vivrà a Barga, per tutta la vita».
Pascoli nasceva 170 anni fa. Come presentarlo ai ragazzi?
«Pascoli ebbe un’infanzia felice, spezzata dall’uccisione del padre, che lui considera la più grande ingiustizia. È un uomo del suo tempo, vive fino in fondo le esperienze giovanili, con coraggio, mettendo a rischio il proprio futuro: si unisce ai socialisti italiani di Andrea Costa, agli anarchici, finisce in carcere, si allontana dall’università. Ma continua a cercare di dedicarsi, in modo intenso e assoluto, alla poesia e alla scuola. È una colonna della nostra formazione umanistica. Ha scritto antologie per le scuole e ha quella capacità di ricondurre le nostre esistenze — o certe malinconie — all’idea di chi siamo nel mondo, alle leggi della natura, dell’universo. Non parla solo delle piccole cose umili e quotidiane ma anche dello spazio, delle stelle, della terra vista dall’alto, di ciò che siamo. In questo senso è attualissimo. Lascia opere straordinarie e vitali, ispirate ai classici latini, come Orazio e Virgilio, che fanno parte della nostra cultura. L’Italia è Pascoli, Leopardi, Verdi, Manzoni. A scuola li abbiamo mal studiati, rileggendoli oggi i giovani possono sentire di più la libertà, il coraggio e forse anche la felicità».
Il confronto con Leopardi?
«Leopardi è più facilmente amato, Pascoli resta in ombra, specie tra i giovani. Sono entrambi legati alla classicità, a cui Pascoli aggiunge una ricerca che lo porta a fare tante cose: scuola, università, approfondimenti letterari. D’Annunzio è stato tra i primi a riconoscerne il genio, ma i rapporti tra loro erano altalenanti: D’Annunzio era mondano, capace di autopromuoversi, Pascoli più appartato, una sorta di poeta-contadino. Politicamente erano diversi: Pascoli pagò con la gioventù il prezzo dell’impegno socialista e pacifista. Anche lui ebbe contraddizioni: appoggiò la guerra in Libia in un discorso scritto un anno prima di morire, malato e preoccupato per la sorella. Immaginava che i contadini italiani potessero portare in Libia le loro conoscenze agricole, creando “un’altra Italia”. Ma di fatto era un pacifista: aveva un fucile da caccia regalato dagli amici, ma non sparò mai un colpo».
Nel cast c’è la sua famiglia artistica: Sandra Ceccarelli, Riccardo Scamarcio e Margherita Buy, che incarna Emma Corcos e nel film dice che Pascoli non era felice.
«Era una donna che amava senza misura Pascoli e lo ha aiutato in tutti i modi, lui la chiamava “la gentile ignota”. Credo che Pascoli momenti di felicità li abbia avuti, ma non quella realizzazione piena che si diceva un tempo “universale concreta”: l’incontro tra due persone in cui si compie tutto. Le sorelle non lo hanno aiutato in questo, così come lui non è stato capace di aiutarle davvero».
Un legame con qualche ombra.
«Sì. Era insolito e forte. Lui stesso scriveva di sentirsi un po’ padre, marito e fratello. La bella Ida cercò il proprio spazio, anche se il suo matrimonio non fu fortunato, riuscì a vivere fuori dell’ombra di Pascoli. Mariù, molto legata e controllante, custodì ogni pezzo di memoria del fratello, ma lo ha manovrato perché le restasse vicino, rendendo difficile il legame con altre donne».
La tragedia del padre segna indelebilmente Pascoli?
«Da giovanissimo perde gran parte della famiglia in poco tempo: padre ucciso, madre morta, fratelli scomparsi. Vive la miseria vera, senza cibo a tavola o una casa. Ha sempre avuto un rapporto complicato con il denaro».
Quanto era importante unire immagini e versi da “X agosto”?
«Ho scelto di farlo in un modo libero. Il film inizia col treno che porta il feretro da Bologna a Barga, in Toscana, luogo scelto da lui. Un viaggio abitato dal passato, da apparizioni, dalla sua voce e dalle sue poesie. Pascoli unisce vivi e morti, la sua visione del tempo e dello spazio sfiora le scoperte scientifiche della relatività. È un poeta cinematografico».
Che reazioni si aspetta?
«Spero che si parli dei giovani attori: Federico Cesari, Benedetta Porcaroli, Liliana Bottone. E che si discuta di un Pascoli non del tutto prevedibile. Di lui abbiamo in mente certe fotografie, ma da giovane era bello: negli ultimi anni malattia e alcol lo avevano segnato. Spero che i “pascoliani” capiscano che un film non è mai resoconto puro, ha un punto di vista, libertà, invenzioni: la vita reale non è replicabile, tanto meno dall’Intelligenza artificiale».