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Ema Stokholma: “Volevo fare la barista come Rachel di Friends. Resto la ragazzina che si stupisce”

Ema Stokholma, 41 anni 

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Dj, attrice, pittrice, condurrà la cerimonia di apertura e quella di chiusura della Festa del cinema di Roma. “Un film su di me? Lo vorrei tragicomico”
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ROMA – Ema Stokholma – dj, conduttrice, scrittrice, attrice, pittrice - attraversa linguaggi e palcoscenici diversi con leggerezza e curiosità. Il prossimo è quello della Festa del Cinema di Roma, sarà lei a condurre le cerimonie di apertura e di chiusura (il 15 e poi il 25 ottobre) dell’edizione numero 20 all’Auditorium Parco della Musica. «Mentre stavo lavorando mi è arrivata questa notizia bomba. All’inizio ho pensato fosse uno scherzo, ero spiazzata, ma poi l’emozione ha preso il sopravvento. Ora ci ho messo la testa, ci tengo tanto e voglio fare una bella figura».

La Festa celebra il cinema, ma anche Roma. Una città importante, per lei?

«La amo. E come tutti quelli che la amano, a volte la odio, ma è sempre amore. Quando la vedo maltrattata, o quando non funziona come potrebbe, soffro. Mi sento una cittadina acquisita. Ma Roma mi ha letteralmente salvata da un periodo di tristezza e miseria in Francia. Io sono scap…

ROMA – Ema Stokholma – dj, conduttrice, scrittrice, attrice, pittrice - attraversa linguaggi e palcoscenici diversi con leggerezza e curiosità. Il prossimo è quello della Festa del Cinema di Roma, sarà lei a condurre le cerimonie di apertura e di chiusura (il 15 e poi il 25 ottobre) dell’edizione numero 20 all’Auditorium Parco della Musica. «Mentre stavo lavorando mi è arrivata questa notizia bomba. All’inizio ho pensato fosse uno scherzo, ero spiazzata, ma poi l’emozione ha preso il sopravvento. Ora ci ho messo la testa, ci tengo tanto e voglio fare una bella figura».

La Festa celebra il cinema, ma anche Roma. Una città importante, per lei?

«La amo. E come tutti quelli che la amano, a volte la odio, ma è sempre amore. Quando la vedo maltrattata, o quando non funziona come potrebbe, soffro. Mi sento una cittadina acquisita. Ma Roma mi ha letteralmente salvata da un periodo di tristezza e miseria in Francia. Io sono scappata da quella situazione familiare, e quando sono arrivata qui è stata come la luce a fine tunnel. Ho visto la stazione Termini, con i suoi odori, il suo caos, la sua umanità… Ho preso un autobus e ho attraversato la città. Mi sembrava impossibile che fosse così bella. Quelle fontane, quella luce, il sole: ho pensato subito che questo fosse il posto giusto in cui vivere».

Aveva mai pensato di fare l’attrice?

«Mai. Finché un giorno mi ha chiamato Paolo Virzì, e poi Carlo Verdone. Non potevo dire di no. Mi sono lanciata, con un po’ d’agitazione, ma anche con la voglia di mettermi in gioco. Sono state esperienze formative, molto diverse tra loro. Il cinema l’ho sempre amato tanto, ancor più della musica mi ha aiutato a sentirmi meno sola, quando ero piccola. Con Virzì abbiamo girato a Ventotene, in una specie di quarantena naturale: eravamo lì, isolati, e il clima non aiutava, perché stavamo girando un film ambientato a Ferragosto in un maggio freddo e ventoso. È stata un’esperienza intensa, quasi una bolla. Lì ho imparato anche la storia di Ventotene, che conoscevo poco. Mi sono sentita parte di quell’isola, come se fosse un piccolo mondo sospeso. Con Verdone, invece, era tutta un’altra atmosfera: più leggera, più divertente, anche perché la serie era girata a Roma e l’argomento stesso era più ironico. È stato più come un gioco».

Stokholma con Verdone nella serie "Vita da Carlo" 

Rivedersi sullo schermo?

«Non ce la faccio. È come risentire la propria voce registrata: mi detesto. Durante Un altro Ferragosto di Virzì ho chiuso un po’ gli occhi. Con Verdone, in Vita da Carlo, ho fatto fatica, ma qualche volta ho riso, perché la mia parte un po’ svampita è davvero un lato di me. E poi quella scena della cena con tutti i medicinali, tipica di Verdone… lì ho fatto finta che non fossi io, per potermi guardare. Non mi sentirai dire che mi sono piaciuta, ma con Verdone ho letteralmente riso per tutto il tempo».

Ha detto che il cinema l’ha fatta sentire meno sola. C’è un film, un attore o una storia che le ha parlato in particolare nei momenti difficili?

«A me piace molto il cinema del disagio, quello che tocca temi scomodi senza paura. Nel cinema ci sono meno tabù: può darti un pugno nello stomaco, ma poi ti fa riflettere. Mi piacciono i film che affrontano disagi familiari, violenze, ferite profonde, ma con verità. Direi Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola, che ho visto da ragazzina e mi ha colpito tantissimo. Mi piace quel cinema che racconta le cose come stanno, anche se fanno male. E poi tutta la scena nordeuropea, o il cinema coreano e giapponese: film che affrontano tematiche dure, ma che ti cambiano dentro. Io, dopo un film che mi colpisce, mi sento diversa, come se avessi fatto un passo avanti».

Un film italiano recente che l’ha colpita?

«Parthenope di Paolo Sorrentino, soprattutto la scena finale: una vera botta. E poi Testa o croce, l’ultimo film con Alessandro Borghi: diverso, con un mood alla fratelli Coen, piacevole da vedere. Non ti tira un pugno nello stomaco, ma ha una sua ironia e un bel ritmo».

Se un regista volesse raccontare la sua storia, che film sarebbe? E chi lo girerebbe?

«Non lo so, ma mi piacerebbe che fosse un film con un taglio non troppo drammatico. Anche se la mia storia lo è, non vorrei che si concentrasse sulle violenze e sugli abusi, ma sulla reazione di una ragazzina che cerca di sopravvivere — a volte bene, a volte male — a ciò che le è successo. Mi piacerebbe fosse tragicomico, pieno di vita, non solo dolore».

Quella ragazzina con le cuffie e la valigia avrebbe mai immaginato di salire sul palco dell’Auditorium per presentare la Festa del Cinema?

«Mai nella vita. La mia massima ambizione era fare la barista come Rachel di Friends. Giuro. Non avrei mai pensato di avere una casa tutta mia, figuriamoci di presentare la Festa del Cinema di Roma. La ragazzina che ero si stupisce ancora ogni giorno di quello che le capita».

Tra musica, pittura e conduzione, qual è il linguaggio con cui si sente più sé stessa?

«La pittura, senza dubbio. Quando dipingo non sono al servizio di nessuno, solo del pennello. Non devo truccarmi, non devo essere “presentabile”. La vera me è quella che si alza tardi, senza sveglia, e si mette davanti alla tela anche senza lavarsi la faccia. Non è una posa, è proprio libertà. Mi piace non dovermi guardare mentre creo».

Ema Stokholma con Luca Barbarossa, con il quale conduce il programma "Radio2 Social Club" (ansa)

Il suo nome d’arte viene davvero da una canzone di Rino Gaetano?

«Più o meno. È una scusa, ma mi piaceva come suonava Stoccolma. Però sì, amo tantissimo Rino Gaetano e sicuramente vedrò il documentario su di lui alla Festa, perché la sua musica mi piace da sempre. Ha quella leggerezza profonda che è difficile da trovare. E poi voglio vedere il nuovo film di Virzi, la serie di Carlo Verdone…voglio vedere tutto in realtà».

Alcuni lavori nello studio di Ema Stokholma 

Ha paura di fare gaffe sul palco?

«Sempre. Ho sempre paura di non essere all’altezza, di essere inadeguata. Mi sento spesso così, ma faccio finta di niente, e a quanto pare non si nota (ride)».

Che rapporto ha con i provini e con gli esami?

«Di provini ne ho fatti tanti da modella. E’ uno dei motivi per cui ho smesso. Non è da me arrivare in un posto e pensare di essere la migliore. Non lo penso mai, e non riesco a propormi per qualcosa. Nei casting vedevo ragazze bellissime e pensavo: “Io non sono all’altezza”. Forse a volte avevo anche ragione. Non mi piace quel tipo di competizione».

Cosa le piacerebbe sentirsi dire, o dire a sé stessa, dopo aver aperto e chiuso la Festa del Cinema?

«Mi piace quando qualcuno mi dice: “Mi hai fatto ridere”. Non sono una comica, ma quando riesco a far ridere qualcuno sento di avergli regalato qualcosa. Alla Festa del Cinema mi basterà sentirmi dire: “È andata benissimo.” E a quel punto potrò finalmente rilassarmi. Io invece non dirò niente a me stessa, perché so dirmi solo parolacce».

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