✕

Guillermo del Toro: “Il mio Frankenstein tra Gesù e Pinocchio, nell’oscurità ci sono altre verità”

Ascolta l'audio

Dopo la mostra di Venezia arriva su Netflix dal 7 novembre la versione del romanzo di Mary Shelley del regista messicano con Oscar Isaac e Jacob Elordi
5 minuti di lettura

Per Guillermo Del Toro, realizzare il film su Frankenstein era il sogno della vita. E lo ha realizzato coinvolgendo attori come Oscar Isaac, Mia Goth, Jacob Elordi e Christoph Waltz, lo ha portato alla Mostra di Venezia, in sala e ora su Neftlix dal 7 novembre. Incontriamo il regista messicano via zoom.

(reuters)

Cosa significa per lei uscire con un film su Frankenstein in questo momento storico in cui ci si interroga su quali siano i veri mostri?

“Provo una grande gioia e, allo stesso tempo, una sorta di depressione post-parto. Il “figlio” esiste, ma quando si raggiunge un orizzonte bisogna chiedersi seriamente cosa verrà dopo. Tuttavia, come dice lei, è un momento in cui un film che chiede di riflettere su cosa ci renda umani, che parla di accettazione e perdono e dell’altro, appare più pertinente che mai. Lo era nel 1818, quando Mary Shelley lo scrisse, e lo è ora. In particolare, è urgente la poss…

Per Guillermo Del Toro, realizzare il film su Frankenstein era il sogno della vita. E lo ha realizzato coinvolgendo attori come Oscar Isaac, Mia Goth, Jacob Elordi e Christoph Waltz, lo ha portato alla Mostra di Venezia, in sala e ora su Neftlix dal 7 novembre. Incontriamo il regista messicano via zoom.

(reuters)

Cosa significa per lei uscire con un film su Frankenstein in questo momento storico in cui ci si interroga su quali siano i veri mostri?

“Provo una grande gioia e, allo stesso tempo, una sorta di depressione post-parto. Il “figlio” esiste, ma quando si raggiunge un orizzonte bisogna chiedersi seriamente cosa verrà dopo. Tuttavia, come dice lei, è un momento in cui un film che chiede di riflettere su cosa ci renda umani, che parla di accettazione e perdono e dell’altro, appare più pertinente che mai. Lo era nel 1818, quando Mary Shelley lo scrisse, e lo è ora. In particolare, è urgente la possibilità di raccontare una storia che tutti credono di conoscere, ma dando voce a un personaggio che non l’ha mai avuta. Per me è qualcosa di molto commovente, e anche opportuno".

Com’era il giovane Guillermo e perché questa storia la colpì così tanto?

“Avevo sette anni quando ho visto il film e undici quando ho letto il libro. Ero un bambino molto cattolico, cresciuto in parte da mia madre e dalla prozia che chiamavo nonna. Facevo parte della congregazione della Vergine Maria, ero chierichetto, completamente immerso in quella dimensione. Ma allo stesso tempo ero affascinato da Boris Karloff: quando nella versione originale il mostro attraversa la soglia, sembrava un santo, in estasi. Mia nonna mi parlava di resurrezione e all’improvviso la compresi. Fu un risveglio spirituale. Poi lessi il romanzo, e dentro trovai echi di Paradiso perduto: sì, Mary Shelley riprende molte delle domande di Milton. La più importante, per me, non è “come nasce la vita dalla morte”, ma “perché sono qui? perché mi hai mandato in questo luogo?”. È la stessa domanda che può porsi Gesù, la creatura o Pinocchio: una ricerca potentissima”.

C’è qualcosa del romanzo che le è dispiaciuto lasciare fuori?

“Niente. Se mi avesse fatto male, l’avrei tenuto. Adattare non è tradurre: è un processo brutale. Un pesce deve adattarsi a vivere sulla terra, quindi deve sviluppare gambe e polmoni. Così funziona un adattamento: non tutto è trasferibile. E Mary Shelley, adolescente, aveva una mente insaziabile: voleva parlare di capitalismo, comunismo, diritti delle donne, scienza, tutto insieme. Bisognava scegliere, costruire una struttura drammatica”.

Il regista Guillermo del Toro con Oscar Issac sul set di Frankenstein

 

Sta tornando una stagione di film sui mostri: Frankenstein e moglie, vari Dracula, uomini lupo. Dario Argento ci ha raccontato scherzando che le streghe sono “popolari” mentre i vampiri aristocratici. Quali differenze vede invece lei?

“I mostri sono simboli, e i simboli non hanno un valore fisso. Possono rappresentare l’addizione, il potere politico, la sessualità. Frankenstein può essere ambientato nello spazio o trasformarsi in un dittatore latino-americano: il simbolo rimane vivo e universale proprio perché è flessibile, sempre pronto a nuove letture”.

Lei afferma: “Solo i mostri custodiscono i segreti che cerco”. Cosa intende?

“L’arte non deve dare risposte, ma rivelare misteri: offrirti qualcosa che non puoi afferrare del tutto, ma che ti affascina. I mostri rappresentano un lato dell’essere umano che ci serve per spiegare l’universo. Non puoi raccontare una parabola solo con la luce: serve anche l’oscurità. Mi spiegano che è lecito essere imperfetti, fallire, rifiutare la normalità. Ci dicono che non bisogna per forza essere belli, vincenti, levigati. Ti ricordano che va bene così, che nell’oscurità esistono altre verità”.

Quando ha deciso di girare il film qual è stata la prima immagine che le è venuta in mente?

“A undici anni, quando ho desiderato per la prima volta di farne un film, ne giravo già di piccoli in Super 8. Il passo del libro che non avevo mai visto al cinema e che ho voluto mettere in scena è quello in cui Victor si sveglia e trova la creatura ai piedi del letto. Mi sembrava il momento più potente: quando qualcosa che non dovrebbe esistere esiste, quando la materia diventa persona, quando apre gli occhi. Un’altra immagine iniziale è stata la crocifissione della creatura, il tavolo bianco, gli animali che la guidano come in una fiaba, e infine il momento dell’accettazione del figlio, che è anche autobiografico”.

Nel suo cinema convivono l’educazione cattolica e la figura del mostro. Sono sullo stesso piano?

“Sì, assolutamente. Una mi aiuta a comprendere l’altra. Non potrei capire l’una senza l’altra. In Cronos (un suo film horror del '93 ndr) trovai l’aspetto eucaristico della comunione: il protagonista si chiama Jesús Gris, risorge dopo tre giorni. C’è sempre stato, ma io sono un “laboratorio di impalcature”. Il cattolicesimo mi attrae per la teatralità e la cosmologia: è drammatico, esuberante, sanguigno, un po’ folle, e mi piace proprio per questo”.

Victor come un dio, la creatura come un Cristo, appunto.

“È una parafrasi che parla di padri e figli, del dolore che si trasmette di generazione in generazione. Dio, consustanziale al Figlio, lo manda a essere crocifisso: lo fa “per i nostri peccati”, ma forse anche per comprendere ciò che gli è estraneo, cioè il dolore e la morte. Il film medita su questo. Ecco perché la creatura ha la corona di spine, il mantello rosso, le ferite: è una figura cristologica”.

Può approfondire l’idea del mostro come figura di santo o di messia?

“Pensavo sia a Boris Karloff nel film del 1931 sia alla mia versione: in entrambi ci sono le stigmate, le ferite della Passione, gli occhi rovesciati in estasi come una Santa Teresa di Bernini, la crocifissione sul legno. È innocente, mandato dal “padre” nel mondo. Nel Libro di Giobbe, Dio e il Diavolo mettono alla prova l’uomo giusto: lo tormentano e poi Dio gli urla contro quando osa chiedere “perché?”. Quello è Victor. I romantici dicevano che il più grande peccato dell’uomo è nascere, perché la vita stessa è il nemico. Per un cattolico tutto questo offre materia infinita di riflessione. Mia nonna mi diceva: “Andrai comunque in purgatorio, anche se hai sei anni”. E io chiedevo “perché?”. “Per il peccato originale.” Da lì nasce anche l’orrore che racconto. La mia creatura impara il perdono: riceve odio e risponde con odio, ma alla fine dona gentilezza proprio a chi l’aveva aggredita. È il suo primo atto da vero essere umano”.

Il film è attuale nel suo affrontare la paura del diverso. Da un punto di vista politico e sociale viviamo un ritorno alla supremazia di una razza e status.

“Una delle cose che mi attrae dell’horror è proprio il punto di vista dell’emarginato. Ci sono due tipi di fiaba, e quindi due tipi di horror: quella conservatrice che ti dice “obbedisci, resta nella norma, non andare nel bosco”, e quella anarchica, liberatoria, in cui segui chi osa andare oltre. Io amo la seconda. Nel mio cinema non segui l’eroe col fucile, ma il mostro inseguito da un uomo armato. La dimensione politica sta già in questa scelta di prospettiva: rifiutare l’ordine, il conformismo, il potere che decide cosa è giusto e cosa è mostruoso. È una presa di posizione contro l’autorità e le sue gerarchie, contro la paura del diverso come strumento di controllo. Non è l’unica lettura possibile, ma è inevitabilmente presente”.

Insieme a Pinocchio, questo era il suo progetto più personale. Ora che li ha realizzati entrambi, con quale sentimento resta?

“I due film parlano di padri prodighi, non di figli. Padri che tornano al proprio ruolo sapendo di aver fallito. Il Pinocchio di Collodi è un testo fondativo della nazione italiana: nacque con l’intento di unificare la lingua e l’identità del Paese, di educare all’obbedienza e alla disciplina. Era, in fondo, un racconto utile a costruire cittadini docili, e in epoca fascista ne venne esaltato proprio quel messaggio moralizzatore. Il mio Pinocchio invece va nella direzione opposta: è un atto di disobbedienza, un film che libera il bambino dal dovere di “diventare buono” per essere accettato, che contesta l’idea stessa di omologazione nazionale e morale. Con Frankenstein affronto l’altra faccia della paternità: Victor è il padre che crea e abbandona, Geppetto è il padre che costruisce e soffoca. Entrambi riflettono un’idea di autorità — familiare, politica, religiosa — che genera mostri quando pretende obbedienza cieca”.

Leggi i commenti