Barba lunga, giubbotto di camoscio, sorriso largo, Pierfrancesco Favino si gode il sole, la vista su piazza Barberini e un caffè, prima di correre all’aeroporto all’anteprima milanese. Il maestro — alla Mostra di Venezia, in sala il 13 novembre con Vision — è forse quello tra i suoi film a cui tiene di più e lo accompagna volentieri agli appuntamenti con il pubblico, un po’ per il sodalizio con Andrea di Stefano, che già prodotto L’ultima notte di Amore, e perché ci ha messo molto di sé nel magnifico perdente del titolo, un ex tennista fallito che si ricicla maestro per un giovane allievo oppresso dal padre, un viaggio on the road nell’Italia dei Novanta, i campi battuti dei piccoli tornei, le musiche di Battiato, Raf, Renato Zero, Berté.
Pierfrancesco Favino a Venezia 82: "Il maestro è un elogio all'arte di perdere"
Che viaggio è stato?
«Bello.Tiziano Menichelli (l’allie…
Barba lunga, giubbotto di camoscio, sorriso largo, Pierfrancesco Favino si gode il sole, la vista su piazza Barberini e un caffè, prima di correre all’aeroporto all’anteprima milanese. Il maestro — alla Mostra di Venezia, in sala il 13 novembre con Vision — è forse quello tra i suoi film a cui tiene di più e lo accompagna volentieri agli appuntamenti con il pubblico, un po’ per il sodalizio con Andrea di Stefano, che già prodotto L’ultima notte di Amore, e perché ci ha messo molto di sé nel magnifico perdente del titolo, un ex tennista fallito che si ricicla maestro per un giovane allievo oppresso dal padre, un viaggio on the road nell’Italia dei Novanta, i campi battuti dei piccoli tornei, le musiche di Battiato, Raf, Renato Zero, Berté.
Pierfrancesco Favino a Venezia 82: "Il maestro è un elogio all'arte di perdere"
Che viaggio è stato?
«Bello.Tiziano Menichelli (l’allievo ndr.) mi ha sorpreso in ogni momento. Andrea mi ha regalato la possibilità di attingere a un perdente vero, dentro un’idea di film che omaggia la commedia italiana di qualche tempo fa. Un uomo che vive di espedienti, che non è una figura paterna per l’allievo, quindi nessuno dei due deve piacere all’altro: sono liberi, di essere se stessi. È la storia di un’amicizia improbabile tra due bambini o due adulti, in un’estate indimenticabile».
Rispetto ai vitelloni di un tempo. il suo antieroe ha approccio al femminile più attento.
«C’è in lui una sensualità femminile, una curiosità, un’ammirazione per il mondo delle donne, ma anche un’ossessione. È un guascone a tutti gli effetti, però abitato da un’emotività fragile e sorprendente. Perciò mi auguro possa appartenere alla categoria di quei personaggi irresistibili che popolavano la nostra commedia».
Segue il tennis contemporaneo? E cosa pensa di Sinner, e delle polemiche che lo accompagnano?
«Io me lo godo e basta, devo dire la verità. Ma quando mai ci è capitato di avere il numero uno al mondo? Noi siamo bravissimi a tifare chi sta per diventarlo, e nel momento in cui ci riesce, iniziamo a storcere il naso. Io non so cosa voglia dire essere il numero uno al mondo in qualsiasi cosa. Me lo godo, me lo guardo, me lo lucido. Speriamo che duri. Sono felice che ci sia lui, e anche una generazione dietro, maschile e femminile, che sta crescendo. È il frutto di un lavoro fatto dai circoli e dalle federazioni: è una cosa che nasce anche dal basso. Oggi i ragazzi seguono il tennis, i bambini — come il nostro Felice nel film — sognano di diventare i numeri uno grazie al fatto che un italiano lo è davvero. È bellissimo, non ci era mai capitato prima. Guardiamoci in faccia: è una cosa che fa bene a tutti».
Che momento della sua vita è?
«Bello, attivo. Faccio cose che amo. Questo film, poi Dio ride con cui ho ritrovato il mio amico Giovanni Veronesi. E sto per iniziare le prove di People, Places & Things, di Duncan Macmillan. In scena Anna Ferzetti, Betti Pedrazzi, Thomas Trabacchi, Totò Onnis e sei ragazzi della scuola che avevo a Firenze. Inizieremo a dicembre e debutteremo a Todi l’8 febbraio. Faccio solo la regia. Avevo preso i diritti per Anna già anni fa, poi è arrivato il Covid. Ho una grande stima di lei come attrice, e questo ruolo la mostrerà in sfumature nuove. Sono felice di accompagnarla, senza nessuna competizione: solo con gioia e fiducia».
Ha detto che sente di rassomigliare di più a chi è vicino al fallimento che a chi è sul podio. Che non le piace quando le danno dell’attore perfettino. E poi c’è il tormentone sul fatto che ci sono sempre gli stessi attori nei film italiani.
«L’ho detto e lo penso. Io faccio questo mestiere e mi piace ancora un sacco. Negli ultimi tempi ho lavorato meno perché avevo bisogno di capire se riuscivo a rendere come voglio rendere, per rispetto del pubblico. Non credo che ci siano sempre gli stessi: spesso il percorso di un attore crea fiducia, e quella fiducia il pubblico la ricambia. Io sono felice quando vedo un ragazzo di vent’anni venir fuori. Le serie oggi sono una fucina di scoperte, e il cinema deve continuare a generare novità. C’è sempre l’idea dei circoletti, una cosa che ho anche patito: sentirmi fuori da certi giri. Ma poi ho capito che quel circoletto te lo fai nella testa. Io non ho mai preso un ruolo a una cena, li ho sempre presi ai provini. Vale per tutti i mestieri».
E sul rinnovamento del linguaggio?
«È paradossale. Oggi è il momento tecnologicamente più facile per un ragazzo: con pochissimo può girare un film. Eppure non vedo quella fame, quella forza un po’ arrogante del ventenne che dice “voglio fare un altro cinema”. Mi sembra che si cerchi subito l’inquadratura bella, non la necessità di dire qualcosa. Ma non credo che siamo noi a impedire tutto questo. Le porte sono aperte, ma serve coraggio».
Preoccupato per i tagli al Fondo cinema e al tax credit?
«Sono deluso, a Venezia avevamo parlato della possibilità di costruire ponti, ci eravamo messi a disposizione per farlo, e invece questo dialogo non c’è stato. Sono preoccupato — e come me molti — per un comparto che io rappresento solo in minima parte, la punta dell’iceberg. Sotto di me ci sono colleghi che dichiarano 9.000 euro l’anno e che rischiano di non poter più lavorare. Mi preoccupa quella che io chiamo la piccola o media impresa del cinema italiano, che non voglio chiamare “industria” ma che comunque crea indotto, anche se non si vuole riconoscerlo. Se è vero — e lo è — che ci sono stati abusi e errori da parte di alcuni, non si può punire tutti per colpa di pochi. Si stanno uccidendo i piccoli e i produttori indipendenti, quelli che rappresentano la vera ricchezza di questo settore: l’alternativa, la possibilità che emergano nuovi volti, nuove storie, nuove leve. Non parlo nemmeno delle maestranze, che avranno a loro volta un problema enorme. Detto questo, è chiaro che siano stati fatti degli errori con il tax credit, nessuno lo nega. Nessuno ha mai detto che doveva restare tutto com’era».
Lei ha portato a teatro e a Sanremo, un monologo "La notte poco prima della foresta” che parla di sentirsi stranieri e soli. Che effetto le ha fatto la vittoria del nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani?
«Mi ha colpito, e sono felice pure che sia il figlio di una grande regista come Mira Nair. L’America riesce sempre a sorprenderti: proprio quando sembra buia, arriva una luce, un’alternativa. Ero negli Stati Uniti quando è stato eletto Obama, giravo Angeli e Demoni, ricordo quella sensazione di euforia: l’idea che un presidente nero fosse stato eletto ti faceva credere che le cose potessero cambiare. Svegliarsi con una notizia così, in un momento in cui le cose sembrano chiudersi sempre di più, è una boccata d’ossigeno. Una di quelle che ti fanno dire che non tutto è perduto».