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Gabriele Mainetti: “Hollywood mi ha chiamato spesso ma ora, dopo tanti no, sono curioso”

Gabriele Mainetti 

Gabriele Mainetti 

 

Intervista al regista che ha presentato al Festival Tertio Millennio “The smashing machine” di Benny Safdie. “Sto lavorando a un nuovo film. Siamo alla stesura definitiva, adesso però bisogna trovare i soldi per farlo”

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Tertio Millennio è il festival che ogni anno mette il cinema al centro di un dialogo tra etica, spiritualità e contemporaneità, che ha scelto di guardare al corpo come luogo della fragilità e della rinascita. Proiezioni, incontri con gli autori, matinée per le scuole e un pubblico misto di cinefili e studenti hanno segnato un’edizione compatta e molto partecipata, costruita su storie di conflitti privati e questioni pubbliche: dal lavoro alla cura, dalla memoria alle nuove forme di esclusione. Dentro questo contesto si inserisce la presentazione in anteprima di The Smashing Machine, di Benny Safdie, film in sala il 19 novembre con I Wonder Pictures, ritratto di Mark Kerr, campione di MMA precipitato nell’abisso dell’auto-sabotaggio tra dipendenze, cadute e faticosa risalita. La regia lavora sul vero più che sul mito; la trasformazione fisica del protagonista (lavoro di make-up e prostetica che richiama le grandi metamorfosi recenti) è al servizio di un racconto sobrio, quasi documentario, dove l’azione non copre le crepe ma le illumina.

A introdurre il titolo al Tertio Millennio è Gabriele Mainetti, autore che ha fatto del rapporto tra “diversità” e spettacolo il proprio laboratorio — dall’eroe riluttante di Lo chiamavano Jeeg Robot al circo umano e politico di Freaks out. Il suo sguardo, abituato a cortocircuitare pop e racconto morale, offre la chiave perfetta per leggere The Smashing Machine.

12/03/2025 Roma, photocall del film La Citta' Proibita, nella foto Gabriele Mainetti
12/03/2025 Roma, photocall del film La Citta' Proibita, nella foto Gabriele Mainetti 

Cosa l’ha colpita di più del film di Benny Safdie?

"Mi aspettavo alla regia di vedere i fuochi d’artificio, invece ho trovato un film sorprendentemente sobrio. È un film privo di virtuosismi inutili, con uno stile asciutto che guarda al corpo di Mark Kerr, interpretato da un bravissimo Dwayne Johnson. Lo segue sul palco e nella vita privata, con un realismo quasi documentaristico. Nonostante il personaggio sia il più “parruccato” dell’anno – trasformato dal make up artist che aveva fatto L’ora più buia – quello che conta non è il lavoro tecnico dietro, ma ciò che si vede: sembra vero, eppure è tutto finto. E funziona perfettamente”.

(reuters)

È questo, secondo lei, il vero intento dei Safdie?

"Credo di sì. Loro non vogliono raccontarti “qualcosa di grande”, ma semplicemente mostrarti una vita. Quando ti alzi dalla sala, i personaggi ti restano addosso. Io me li ricordo ancora: Emily Blunt, Mark Kerr, Mark Coleman, l’altro lottatore pazzesco che vince in Giappone. È un film che richiama The Wrestler, ma con più candore, meno autodistruzione. Non è la fine di una carriera: è l’apice, pur senza vittoria. E quell’ultima inquadratura – Coleman con i trofei in alto e Kerr sotto la doccia che accenna un sorriso – dice tutto. È un film che mi ha fatto stare bene, mi sono emozionato”.

Benny Safdie receives the Silver Lion for Best Director for "The Smashing Machine" during the closing ceremony of the 82nd Venice International Film Festival, in Venice, Italy, September 6, 2025. REUTERS/Yara Nardi
Benny Safdie receives the Silver Lion for Best Director for "The Smashing Machine" during the closing ceremony of the 82nd Venice International Film Festival, in Venice, Italy, September 6, 2025. REUTERS/Yara Nardi (reuters)

Lei ha detto che il cinema dei Safdie è “lontano” dal suo. Perché?

"Non ho detto che lo è in senso assoluto, ma solo che che da un punto di vista tecnico è diverso. Però, sul fronte dei contenuti. Loro, i fratelli, raccontano antieroi, storie semplici, lavorano molto sull’attore. Questo mi appartiene. Penso a Lo chiamavano Jeeg Robot, a Freaks Out. Anche se io ho uno stile molto più virtuoso, con una macchina da presa composta e movimenti complessi. I Safdie, invece, limitano tutto allo sguardo sul corpo. The Smashing Machine è il corpo di Dwayne Johnson".

Eppure anche nei suoi film il corpo è centrale. Nei combattimenti de “La città proibita” si sentiva la verità di ogni colpo.

"Sì, ma la messa in scena è completamente diversa. Il lavoro tecnico è un’altra cosa. Io costruisco coreografie, movimenti, pesi. Loro invece ti buttano dentro al reale, come se fossi lì. E proprio per questo mi piace: è uno sguardo diverso dal mio. Se fosse stato troppo simile, forse l’avrei giudicato con più durezza o gelosia. Invece mi ha conquistato. Mi hanno chiesto che cosa mi sarei portato a casa dal film: ho risposto, i due attori. Sono incredibili. Se i personaggi ti restano accanto, il film ha vinto”.

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Quali sono oggi gli autori che la interessano di più?

"Potrei sembrare banale, ma Paul Thomas Anderson. Ho visto Una battaglia dopo l’altra e l’ho amato. Racconta personaggi che di per sé non mi interesserebbero — un terrorista e un colonnello — eppure non riesci a staccarti. Quella è una regia potente, solida. Il finale, con quelle strade, sembra uscito da un film degli anni 60. È un cinema che va contro tutto, e proprio per questo resta. E il personaggio di Benicio Del Toro? Vorrei stare sempre con lui".

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Pensa che Hollywood abbia perso coraggio?

"Sì. Hollywood è stanca, replica film già visti, remake, sequel. I produttori vogliono il controllo, credono nei numeri, non nel rischio. Ai nostri tempi si andava al cinema per fiducia, per esperienza. Ora no. Il cinema americano è poco sorprendente, mentre Anderson riesce ancora a stupire: ha avuto più di cento milioni di budget e ha fatto un capolavoro. Quel film rimane nella storia del cinema”.

12/03/2025 Roma, photocall del film La Citta' Proibita, nella foto Gabriele Mainetti
12/03/2025 Roma, photocall del film La Citta' Proibita, nella foto Gabriele Mainetti 

E c’è un film recente che l’ha deluso?

"Non direi deluso, ma nulla che mi abbia davvero sorpreso. Forse perché vedo i film in ritardo rispetto all’uscita".

E in Italia? Ha visto qualcosa che le è piaciuto?

"Purtroppo no, in questo periodo non ho avuto tempo. Tra La città proibita e Il terzo figlio sono stato sempre in promozione. Voglio recuperare Testa o croce? e La valle dei sorrisi. So che hanno avuto poca fortuna al botteghino, e questo è un problema. Ci sono film interessanti che non trovano pubblico, forse per marketing sbagliato o per paura del diverso. È un periodo difficile: troppi competitor, troppi schermi. La sala deve valere la pena, deve essere un’esperienza.Eppure lei continua a girare in Italia".

Non ha mai ceduto alle offerte americane, finora.

"Mi hanno corteggiato tanto, soprattutto dopo Jeeg Robot. Avevo sul tavolo un contratto per tre film con Sony Pictures. Ho detto no. Non per spavalderia, ma per istinto. Sentivo di dover restare qui, di dover far crescere il mio cinema nel mio Paese. Ora però mi sento più curioso. Prima avevo bisogno dei miei personaggi italiani, romani. Oggi credo di poter raccontare anche altro, altrove".

Sta già lavorando a un nuovo progetto?

"Sì. È italiano, è un film di genere, molto ambizioso. Non ne ho mai parlato con nessuno. Siamo all’ottava stesura, quella definitiva. Adesso bisogna trovare i soldi per farlo, che in questo momento di tagli non è semplice. Ma ci proverò. Una soluzione si trova sempre.Posso solo dire questo: è un film di genere. E che mi somiglia”.

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