Ilaria Spada è nel mezzo di un trasloco di stanza: “Sono in un albergo stupendo, in campagna a un passo del mare ad Ancona. Oggi il primo giorno di set del film con Giampaolo Morelli (La regola dell’amico ndr), ieri sera ho trovato la camera piena di cimici. Ho dormito tre ore. So che può succedere, ma preferisco cambiare stanza, è importante creare un ambiente confortevole, con le mie cose”. Ho scoperto che le cimici sono dappertutto. Un’amica appena tornata dalla Toscana mi ha detto che le vetrate degli autogrill, erano piene. E’ una sorta di apocalisse ma con le cimici”.
Girate una commedia romantica?
“Sì, mi piacciono. Devo dire la verità: è difficile trovarne di interessanti. Forse c’è tanta roba in giro e questo ci rende più esigenti”.
Lei ama scrivere e osservare. Pensa a una sceneggiatura sua?
“Non lo so. Scrivere è forse una delle cose che mi fa proprio vibrare, mi fa battere il cuore fortissimo. Solo immaginare di scrivere una storia mi emoziona. Per il momento mi limito ad …
Ilaria Spada è nel mezzo di un trasloco di stanza: “Sono in un albergo stupendo, in campagna a un passo del mare ad Ancona. Oggi il primo giorno di set del film con Giampaolo Morelli (La regola dell’amico ndr), ieri sera ho trovato la camera piena di cimici. Ho dormito tre ore. So che può succedere, ma preferisco cambiare stanza, è importante creare un ambiente confortevole, con le mie cose”. Ho scoperto che le cimici sono dappertutto. Un’amica appena tornata dalla Toscana mi ha detto che le vetrate degli autogrill, erano piene. E’ una sorta di apocalisse ma con le cimici”.
Girate una commedia romantica?
“Sì, mi piacciono. Devo dire la verità: è difficile trovarne di interessanti. Forse c’è tanta roba in giro e questo ci rende più esigenti”.
Lei ama scrivere e osservare. Pensa a una sceneggiatura sua?
“Non lo so. Scrivere è forse una delle cose che mi fa proprio vibrare, mi fa battere il cuore fortissimo. Solo immaginare di scrivere una storia mi emoziona. Per il momento mi limito ad annotare tante cose: storie, personaggi, e qualche sfumatura ce la metto nei personaggi, anche se sul set ti devi mettere a disposizione dell’idea del regista”.
In “5 secondi” di Paolo Virzì è l’ex moglie divorziata del personaggio di Valerio Mastandrea, lo porta in tribunale perché lo ritiene responsabile di una colpa paterna gravissima.
“Mi ha chiamata Paolo. Mi ha detto: “Ilaria, ti ho vista in delle cose e mi fai veramente tanto ridere. Ma proprio perché mi fai tanto ridere, ti voglio far fare una cosa completamente diversa”. L’ho apprezzato moltissimo. C’è un po’ la tendenza a chiamare per certi ruoli sempre le stesse persone, a catalogare l’attore: è più facile, è meno rischioso. Ovviamente ho detto subito sì”.
Ha fatto il provino?
“Sì, e quanto ho pianto... Era da un po’ che capivo che erano nelle mie corde. La commedia la amo, ma è faticosa: ripetere una scena comica, cercare il ritmo e dare naturalezza è impegnativo. Paradossalmente ho trovato più naturale, per me, accedere a sentimenti come la tristezza e il dolore”.
Che cosa l’ha colpita di questa donna?
“Che può starti antipatica e allo stesso tempo ci ti ritrovi. Da madre ho ritrovato due cose di me: l’essere molto protettiva — con il rischio di soffocare un figlio o di indebolirlo — perché l’eccesso di protezione sottintende un messaggio pericolosissimo: “Da solo non ce la puoi fare, hai bisogno di me.” Dall’altra, sentirti genitore e quindi chiamata in causa a proteggerlo. Vorresti essere tutto e il contrario, trovare l’equilibrio perfetto. Ma la perfezione non è di questo mondo. In alcuni matrimoni — forse anche in quelli che funzionano — succede che uno rappresenti una cosa e l’altro quella opposta; si spera che nel centro ci sia l’equilibrio che fa bene a un figlio. Io sarei più protettiva; mio marito è più libero. Nel centro, magari, gli doni una vita più equilibrata”.
Nel film i figli diventano campo di battaglia del conflitto.
“Sì. Ed è facile che succeda. Se ciascuno dei due è davvero convinto di portare avanti il bene del figlio, è difficile fare un passo indietro. Diventa un luogo di conflitto e questi ragazzi, oltre a crescere magari un senso di colpa, finiscono col non essere guardati davvero. Ci si concentra sul portare avanti una tesi, “arrivare al risultato in cui vinco”, perdendo di vista il bene del figlio. È una tentazione che appartiene a tutti i genitori”.
Il suo personaggio rischiava di risultare negativo. Come l’ha affrontato?
“Paolo me lo ha detto con sincerità. Io, per indole, lavoro da anni a sospendere il giudizio: ho un’associazione che lavora soprattutto all’interno del carcere di Rebibbia. Lì combatti ogni giorno col giudizio. Ti abitui a guardare l’altra faccia del “peccato”, a cercare la ferita. Anche quando i personaggi sono grotteschi, vado a trovarne le fragilità: è il modo per renderli più umani, più vicini”.
In passato lei ha detto: “Essere madre viene prima del lavoro”. Poi si è corretta: “Essere moglie, poi madre, e poi il lavoro".
“È importantissimo mettere prima la coppia. L’amore tra i genitori è la cosa più preziosa da donare ai figli. Non vuol dire non litigare; vuol dire non perdere il senno. La testimonianza vale più delle parole: se dici una cosa e poi vivi l’opposto, non è intelligente”.
Per Kim Rossi Stuart la paternità è un tema centrale, anche come artista. Quanto conta per voi?
“Molto. Anche attraverso un lavoro sincero nei suoi film, ha esplorato certe dinamiche, forse per guarire. È imprescindibile: tutti siamo il risultato delle dinamiche dei nostri genitori. La perfezione non esiste, anche nella migliore delle famiglie i figli dovranno affrontare e guarire da alcune ferite”.
La sua famiglia di provenienza?
“I miei genitori stanno insieme da cinquant’anni. Ho un padre molto curioso; un viaggiatore. L’opposto della superficialità. Ho ricercato un uomo con dolcezza, grande sensibilità, grande curiosità. A volte, se c’è una cosa magari ne manca un’altra, però questo ha dettato il mio gusto”.
Essere madre e attrice ha cambiato la percezione pubblica nei suoi confronti?
“Sì. All’inizio era richiesta soprattutto la fisicità, essere una bella ragazza. Quello rischia di finire, è inevitabile. La maternità mi ha aperto subito dei ruoli da mamma — è stato bellissimo — e ho sentito una “ricchezza disponibile”. È stato vantaggioso anche per il lavoro: ho dovuto ripescare tante cose di me”.
Come si difende dall’agenda totalizzante con tre figli?
“Sono sempre stata un po’ “con la testa nelle nuvole”, ho dovuto imparare l’arte dell’organizzazione. Ora sono sempre un passo avanti. Questo richiede presenza mentale continua. Forse ho un problema col controllo: devo controllare tutto e tutti. Lo faccio ancora anche con i miei genitori, i dottori… Voglio seguire tutto io. Mi incasino da sola: potrei delegare molto di più, ma non lo faccio perché mi sento più sicura a farlo io”.
In quest’agenda fitta c’è spazio per la sua passione per il ballo?“
“Quest’anno, dopo tanti anni, ho deciso con una mia amica di riprendere la danza classica. Prima mi sembrava troppo frustrante tornare alla sbarra e vedere le gambe basse, la schiena debole. Adesso dico: farò quello che posso, perché è troppo bello. La musica classica, l’odore della sala… mi fa bene. Con i miei figli il percorso è avvicinarmi sempre più a ciò che ero in principio e levare un po’ di roba che ho messo nel corso della vita per sentirmi più sicura, più omologata. A quarant’anni posso permettermi di fregarmene: ho una grande gioia nel non sentirmi omologata. Recupero qualche stravaganza che ho tenuto schiacciata per non sembrare “quella strana”.
Quali stravaganze?
“Una sensibilità fortissima: ho un livello di percezione dell’esterno molto alto. Mi arriva tutto, forte. Vivo con uno stato emotivo incalzante, con un ritmo bello: vado a duemila. Poi ho bisogno di momenti di solitudine totale. Con la famiglia succede pochissimo. In questi giorni qui, lavorando da sola, è una gioia potermi prendere momenti di lettura, calma o anche solo di contemplazione della natura”.
Andrebbe a “Ballando con le stelle”?
“No. Non sono fatta per le gare, mi mettono profondamente a disagio. Ballare sì, ma non competere. E non mi piace quando la giuria è offensiva: capisco lo spettacolo, ma a volte sento cose pesanti. Preferirei programmi che creano un movimento virtuoso: collaborazione, unione. Specie in un momento come questo del mondo…”
Le piacerebbe un musical a teatro?
“Sì. Molto, se fosse solo a Roma e Milano. Mi piacciono personaggi forti, anche da tragedia greca, Mata Hari, Medea, ma resi più “musical”, in una dinamica moderna”.
Ha girato con Luchetti un film drammatico, (Noi un po’ meglio) e poi con Lillo e De Sica Agatha Cristian. E con Kim Rossi Stuart? Avete in mente qualcosa insieme?
“E’ un nostro fortissimo desiderio. Mi sembra strano che, prima o poi, non avvenga”.
Lui ha visto “5 secondi”?
“Non ancora. Aveva la febbre il giorno dell’anteprima alla Festa di Roma. Adesso è con i bambini e una di queste sere andrà. È uno di quei padri che amano stare con i figli: per fortuna. A volte sarebbe più comodo autogestirsi, ma grazie a Dio c’è. Tre figli da sola… non so se ce l’avrei fatta. Abbiamo ruoli diversi: la parte organizzativa appartiene a me, ma la sua presenza la dà eccome”.
Teme il suo giudizio?
“Non vedo l’ora che lo veda. Chi lo ha visto gli ha detto cose bellissime, lo hanno riempito di messaggi e chiamate. Gli ho tetto “abbassiamo le aspettative”. Ma è molto curioso, in effetti”.