Norimberga, grande prova di Russell Crowe. Rami Malek: “La storia di chi ha il coraggio di parlare”
di Arianna FinosIn una gara di bravura, Rami Malek e Russell Crowe e si confrontano attraverso una delle pagine più cruciali della storia non solo del Novecento. Norimberga, il nuovo film scritto e diretto da James Vanderbilt, in chiusura al Festival di Torino e in sala dal 18 dicembre con Eagle, riflette il peso del processo al Reich – di cui quest’anno ricorre l’ottantesimo anniversario - e quanto si rispecchi nel presente, e racconta l’equilibrio fragile tra giustizia e vendetta, potere e responsabilità. Un film che, osserva il regista, «non si limita a rievocare un’epoca, ma ci obbliga a domandarci cosa facciamo oggi di fronte all’ingiustizia».
Vanderbilt – in un incontro con la stampa internazionale - racconta di aver lavorato a lungo al progetto: «Ho letto la proposta di libro di Jack El-Hai, Il nazista e lo psichiatra, tredici anni fa. Erano solo poche pagine, ma fu il sì più rapido della mia vita. Parlava di un personaggio che…
In una gara di bravura, Rami Malek e Russell Crowe e si confrontano attraverso una delle pagine più cruciali della storia non solo del Novecento. Norimberga, il nuovo film scritto e diretto da James Vanderbilt, in chiusura al Festival di Torino e in sala dal 18 dicembre con Eagle, riflette il peso del processo al Reich – di cui quest’anno ricorre l’ottantesimo anniversario - e quanto si rispecchi nel presente, e racconta l’equilibrio fragile tra giustizia e vendetta, potere e responsabilità. Un film che, osserva il regista, «non si limita a rievocare un’epoca, ma ci obbliga a domandarci cosa facciamo oggi di fronte all’ingiustizia».
Vanderbilt – in un incontro con la stampa internazionale - racconta di aver lavorato a lungo al progetto: «Ho letto la proposta di libro di Jack El-Hai, Il nazista e lo psichiatra, tredici anni fa. Erano solo poche pagine, ma fu il sì più rapido della mia vita. Parlava di un personaggio che non conoscevo, il dottor Douglas Kelley, psichiatra dell’esercito americano chiamato a valutare i sopravvissuti dell’alto comando nazista. Non sapevo neppure che durante la guerra ci fossero stati psichiatri con un compito simile. Ho usato i miei risparmi per acquistare i diritti e da lì è iniziato tutto».
A conclusione della Seconda guerra mondiale, nel novembre 1945 ha inizio a Norimberga il primo grande processo internazionale contro i vertici del regime nazista, il tribunale militare alleato accusa i principali gerarchi di crimini contro la pace, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Il giovane psichiatra dell’esercito statunitense Douglas M. Kelley viene incaricato di valutare se alcuni degli imputati – tra cui Hermann Göring – siano mentalmente idonei al processo. Il libro segue questa vicenda storica intrecciandola con il rapporto ambiguo fra Kelley e Göring: il medico cerca in loro un segno clinico che li distingua come “diversi” dall’umanità comune, mentre Göring lo seduce pscologicamente e lo mette in crisi.
Parallelamente, il contesto del processo diventa teatro di riflessione sul potere, la colpa e la responsabilità: non si tratta solo di giudicare crimini, ma di osservare la mente dentro il male. Kelley scopre che molti imputati non sono “folli” ma individui normali che hanno scelto di agire all’interno di un sistema criminale; il suo lavoro lo porta a interrogarsi sulla sua stessa posizione e sul rischio di finire manipolato dal soggetto che studia. Il libro termina con le conseguenze personali per Kelley — che viene segnato dall’esperienza, dai deliri di onnipotenza del suo interlocutore e da una tragica fine personale — mentre il processo stabilisce un precedente giuridico destinato a influenzare la storia del diritto internazionale.
Il regista ha scoperto presto un’altra figura decisiva: «Lessi di Robert Jackson, nel film interpretato da Michael Shannon, giudice della Corte suprema, che disse: “Non possiamo semplicemente fucilarli, dobbiamo processarli”. Fu lui a convincere gli Stati Uniti e gli alleati a istituire il tribunale. La storia del film si è allargata: non più soltanto una cella e un medico, ma il dibattito stesso sul senso della giustizia»”.
Rami Malek, che interpreta il dottor Kelley, descrive la sceneggiatura come «un testo che sembrava letteratura»”: «Mi è sembrato straordinario, non volevo cambiare una parola. James ha un dono raro, sa intrecciare complessità e chiarezza. Non volevo tradirne il ritmo, nemmeno nella punteggiatura. Mi ha colpito la sua capacità di trattare la storia con un rispetto profondo, senza ridurla a un elenco di date o verdetti. Era un’occasione per rivivere, da attore e da uomo, un momento scomodo ma necessario. Mi è sembrato quasi un privilegio».
Nel film, Malek affronta una serie di colloqui claustrofobici con Göring, un gigantesco Russell Crowe. «Abbiamo girato in celle di tredici metri per dieci, volutamente strette, senza pareti mobili. C’erano tecnici, suono, operatori, ma nessuna via di fuga. Dovevi guardare il tuo interlocutore dritto negli occhi, rimanere concentrato, senza altra possibilità. Russell arrivò sul set e mi fece un complimento inaspettato: non sapevo se fosse lui o se fosse già Göring a parlarmi. Quella sottile ambiguità è stata il punto di partenza del nostro confronto».
Malek racconta come l’intimità e la tensione di quelle scene abbiano dato al film un respiro politico e morale: “È la storia di poche voci che cambiano il modo in cui il mondo pensa alla giustizia. Sapevamo di avere un dovere, raccontare un momento in cui il diritto tentava di affermarsi sul potere. Se dovevamo essere spietati l’uno con l’altro, lo eravamo; se serviva alleggerire con un sorriso, lo facevamo».
Nel descrivere la costruzione di un momento centrale, l’attore ricorda: «C’era una scena in cui veniva proiettato il filmato dei campi di concentramento. James ci aveva chiesto di non guardarlo in anticipo. Ne ho viste poche immagini, abbastanza però da togliere il respiro. Sono uscito dalla stanza e mi sono messo ad aspettare Russell nella cella, deciso a scaricare quella rabbia nel personaggio. In quel momento mi sono avvicinato a lui, parlando a voce bassa. Ho visto una goccia di sudore scendere dal suo viso, ho sentito il battito del mio cuore. Non era più recitazione, era verità».
Dietro la forza emotiva c’è la ricerca di un significato contemporaneo. «Scelgo ruoli che pongano domande, non che offrano risposte semplici» afferma Malek. «Mi interessa come le persone affrontano il potere, la responsabilità, la complicità. Norimberga chiede direttamente: cosa facciamo di fronte all’ingiustizia? È una domanda antica, ma urgente oggi quanto allora. Credo che il cinema possa ancora stimolare quella riflessione, invitare il pubblico a guardarsi dentro». Vanderbilt conferma questa lettura: «Il film non parla solo del 1945. Parla di chi siamo adesso, di cosa significa stabilire un principio di responsabilità collettiva. Nel mondo attuale, dove l’abuso di potere sembra normalizzato, raccontare il processo di Norimberga è un atto politico».
Il regista riconosce anche il debito verso il cinema classico: il monumento è Vincitori e vinti di Stanley Kramer con Spencer Tracy, Burt Lancaster, Montgomery Clift, Marlene Dietrich, che vinse due Oscar, «ma la nostra è un’altra storia – precisa - il primo processo, quattro anni prima. Tuttavia ho voluto rendere omaggio a quel film: nel monologo di apertura ho fatto ruotare la macchina da presa attorno a Michael Shannon come Kramer fece con Richard Widmark. È un piccolo tributo, ma anche un modo per dire che la memoria cinematografica è parte della memoria storica».
Nel lavoro con Shannon e Crowe, Vanderbilt ha cercato l’intensità del teatro. «Abbiamo girato ventidue pagine di sceneggiatura in un solo giorno. È quasi impossibile, ma lo hanno voluto loro. Era un duello verbale, un combattimento a colpi di parola. Dopo la prima ripresa, le trecento comparse in aula si sono alzate ad applaudire. È stato uno dei momenti più emozionanti della mia carriera».
Malek conclude con una riflessione che riporta il film all’essenza del suo titolo: «Norimberga non è solo una cronaca di processi. È la storia di chi ha il coraggio di parlare, di guardare il male e non distogliere lo sguardo. È una lezione che riguarda tutti noi, allora come oggi».