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Dardenne: “Il cinema è davvero politico quando restituisce umanità e non solo ideologia”

Dardenne: “Il cinema è davvero politico quando restituisce umanità e non solo ideologia”

Esce in sala il 20 novembre “Giovani madri” su un gruppo di ragazze alle prese con scelte difficili

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Giovani madri (Jeunes mères), il nuovo film dei fratelli Luc e Jean-Pierre Dardenne, racconta cinque adolescenti accolte in una casa famiglia nei pressi di Liegi, immerse nella maternità precoce come in un passaggio problematico quanto decisivo. Presentato in concorso al Festival di Cannes 2025, dove ha vinto il Premio per la Migliore sceneggiatura, arriva nelle sale italiane il 20 novembre 2025, distribuito da BIM in collaborazione con Lucky Red.

The 75th Cannes Film Festival - Photocall after Closing ceremony - Cannes, France, May 28, 2022. Directors Jean-Pierre Dardenne and Luc Dardenne, 75th Anniversary Prize winners for the film "Tori et Lokita" (Tori and Lokita), pose. REUTERS/Stephane Mahe
The 75th Cannes Film Festival - Photocall after Closing ceremony - Cannes, France, May 28, 2022. Directors Jean-Pierre Dardenne and Luc Dardenne, 75th Anniversary Prize winners for the film "Tori et Lokita" (Tori and Lokita), pose. REUTERS/Stephane Mahe (reuters)

Nel loro cinema più intimo e civile, i fratelli belgi seguono i gesti minimi, gli sguardi, la tensione dei silenzi. Jessica, Perla, Julie, Ariane e Naïma non sono solo giovani madri: sono ragazze che cercano un posto nel mondo mentre imparano, spesso per la prima volta, a tenere in braccio un figlio. Senza proclami, il film restituisce la tenacia, la voglia di vivere e di lottare di queste giovani madri.

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Vorrei partire dal lavoro sui dialoghi. Nel film risultano compattissimi, essenziali, eppure con poche frasi create mondi molto vivi. Penso, ad esempio, alla battuta di Ariane: “Io non entro se lui è lì” che dice tutto sul rapporto con il nuovo compagno della madre. Come affrontate il processo di scrittura e questa forma così concentrata di dialogo?

“Noi scriviamo in due tappe. Prima stendiamo la sceneggiatura, e i dialoghi seguono l’insegnamento di John Ford, che diceva che una battuta basta. A volte sono due, ma mai di più. Devono andare al cuore, essere essenziali, il più essenziali possibile. Poi, quando iniziamo le cinque settimane di prove, riscriviamo insieme alle attrici, che sono molto spontanee. Dobbiamo ascoltarle: spesso accorciano le battute, le tagliano, le riformulano. Ci chiediamo continuamente: “Devo davvero dirlo? Mi servono parole per esprimere questa emozione?”. A volte lo sostituisce un silenzio, uno sguardo, una postura. Abbiamo cambiato solo due scene. Per il resto, ci affidiamo alla sceneggiatura iniziale”.

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All’ultimo Festival di Cannes avete firmato, con altri autori, una lettera contro le regole volute da Trump. Quanto è importante che il cinema e un festival siano anche politici? E quali ricordi avete di quel luogo?

“È vero che tutti i nostri film sono nati lì, e speriamo che Cannes resti una buona casa materna. Abbiamo sempre presentato i nostri film alla preselezione, e finora siamo sempre stati selezionati. La Promesse, 1996, fu il primo: eravamo completamente sconosciuti, “nel battaglione”, come diceva Agnès Varda, e abbiamo iniziato a esistere dopo averlo presentato, poi è stato visto in tutto il mondo”.

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"È vero che ci hanno chiesto di firmare questo testo sull’eccezione culturale europea, e abbiamo voluto farlo. L’eccezione culturale è ciò che permette al cinema europeo di continuare a esistere: il cinema è un’industria, ma è anche un’arte, e non può essere trattato come una merce qualunque. L’eccezione europea costruisce un muro contro l’espansione del cinema americano, permettendo alle altre cinematografie di esistere. Per questo è fondamentale che tutti i paesi europei finanzino il cinema: è un servizio pubblico. E dentro l’Europa ci sono forze politiche che rappresentano una minaccia, forse anche in Italia”.

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In un momento storico in cui si discute molto di aborto e di diritti delle donne sul proprio corpo, avete realizzato un film su giovani madri che decidono di portare avanti la gravidanza. Quanto era importante questo tema per voi?

“Le maisons maternelles esistono quando il tempo legale per l’aborto è terminato. A quel punto non ci sono più scelte. Prima c’è il piano famiglia, che accompagna la giovane donna nella decisione di tenere il bambino o interrompere la gravidanza. Nel gruppo di ragazze che raccontiamo l’aborto viene discusso due o tre volte: molte avrebbero voluto abortire, ma il tempo era scaduto. Dopo il parto le possibilità sono tre: tenere il bambino, affidarlo temporaneamente a una famiglia, o darlo in adozione. Non volevamo fare un film a favore o contro l’aborto. Nessun giudizio".

"Volevamo mostrare la fragilità del legame materno e paterno. Quando un adulto prende un neonato in braccio, i suoi gesti rivelano la fragilità che porta con sé.. Abbiamo capito, non all’inizio ma poi, che ci interessava questa parte della società perché viviamo in un ambiente che ci spinge alla forza — non violenza, ma forza — che è una delle radici del populismo. Sui social siamo spinti a reagire continuamente. Le giovani madri, invece, insieme agli educatori e agli psicologi, cercano di diventare esseri umani responsabili. Era questo che volevamo esplorare: una fase primordiale dello sviluppo umano”.

Avete detto che non volevate filmare i bambini come “foto di bebè”, ma come piccole persone. Come avete lavorato sui neonati?

“Non volevamo fare foto di bebè. Volevamo che fossero partner di recitazione, insieme alle loro madri cinematografiche e agli educatori cinematografici. Quando sono in scena diventano il perno intorno a cui tutto ruota: hanno un’energia inconscia che non esiste quando non ci sono. Nelle prove le attrici lavoravano con bambole, ma sul set si sono trovate a maneggiare neonati veri, e questo ha aggiunto un elemento documentario nella finzione. Erano costrette a compiere gesti autentici per prendersi cura del bambino. I neonati si muovono, piangono, si piegano all’indietro, e la madre deve sostenerli davvero. La tensione sul set era palpabile. E ci ha costretti a essere più rapidi: il numero di ciak è sceso drasticamente. Se i tecnici chiedevano di rifare, dicevamo di no: i neonati erano perfetti, dettavano loro il ritmo del film”.

In tanti anni avete raccontato la società con attenzione e precisione. Come sta cambiando, secondo voi, la funzione del regista politico oggi?

“Una singola lacrima che cade da un volto aggiunge più umanità e spiritualità nella mente di uno spettatore di quanto non faccia un film di protesta sociale o una manifestazione di piazza. Dobbiamo chiederci cosa ci rende più umani quando usciamo dal cinema. Bonnard diceva: non si dipinge la vita, si fa vita dipingendo. Quando Perla fa il bagno al bambino e l’educatrice le dice “Guarda che ti guarda”, catturare quello sguardo è la parte umana ed emotiva del film. O quando Ariane, davanti ai potenziali genitori adottivi, chiede: “Gli insegnerete a suonare?”. È bellissimo. Vorrebbe che il suo bambino imparasse la musica, non la violenza o la guerra”.

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