Torino – Sergio Castellitto arriva al Torino Film Festival per ricevere la Stella della Mole e riflette sulla crisi del cinema italiano, proprio mentre Federico Mollicone gli sta consegnando il premio sul palco del Teatro Regio. Il giorno dopo ribadisce il concetto. “Non mi sembra di dire cose irragionevoli. Mi sembra di dire cose quasi banali”, premette. Ma in realtà è un bilancio netto, articolato, che tiene insieme il suo film Zorro, la crisi sistemica del cinema italiano, la trasformazione del lavoro di chi fa audiovisivo, le derive del potere, la sua vita di attore e regista, il matrimonio con Margaret Mazzantini, i figli, i set, la politica, Torino, e perfino il caso dei genitori naturalisti a cui sono stati tolti i figli in Abruzzo.
Sulla crisi del cinema italiano il punto non è emotivo ma strutturale per Castellitto: “Questa volta la crisi è industriale. Una volta c’erano produttori che mettevano il loro denaro e corrispondevano a un progetto attraverso l’armonia – o il conflitto – col regista. Oggi è cambiata la natura dell’assemblaggio: produzione, finanziamento, tutto. Il finanziamento pubblico è decisivo, con tutte le polemiche che conosciamo. Le storture ci sono state, è inutile negarlo. Ma se continuiamo a dire è colpa di quello o di quell’altro non cambiamo nulla”.
Il sistema non può più funzionare come un ring ideologico: “Non si può dire: non diamo i soldi a quello perché è di destra o non diamo i soldi a quello perché è di sinistra. In America il cinema lo chiamano industry. Da noi è sempre e solo una polemica culturale, sociale, politica. Ma parliamo di migliaia di tecnici, elettricisti, fonici, truccatori, parrucchieri. È lavoro. È economia”. E poi c’è l’urto con le serie: “Oggi un regista cerca un assistente per otto settimane, e quello risponde che preferisce una serie da ventiquattro. È comprensibile. Le serie hanno sgretolato la natura narrativa del cinema, ma consentono a tantissime persone di lavorare”. Perciò serve un tavolo vero: “Il governo, il ministero, il potere pubblico devono parlare con i cineasti e con i rappresentanti del settore. Non mi sembra una cosa folle”.
E c’è anche un’idea radicale sul merito: “Il merito nell’arte è volatile. Io suggerirei di togliere categorie come miglior film, miglior attore. Scrivi ‘il più amato’. Perché il migliore non esiste. Esiste ciò che ami e ciò che detesti”. “Il vero settore da proteggere – sottolinea - sono le opere prime e seconde. Tutti parlano di giovani, poi i soliti venti elefanti prendono i finanziamenti. Il danno più grande è questo. L’articolo 28 funzionava. Permetteva lo sviluppo di nuove voci. Ora è difficilissimo”. Non risparmia la consuetudine dei finanziamenti automatici ai nomi noti: “Lo sappiamo chi sono i venti o trenta registi che sicuramente avranno i soldi. Ma chi stabilisce che il prossimo film di un grande nome sia davvero così meritevole? E poi vediamo d’estate decine di film uscire dal nulla. È irragionevole”.
Poi parla di Zorro, lo spettacolo diventato film, presentato al Festival di Torino. In realtà non si tratta solo di un film, ma del ritorno a un fantasma personale: “Zorro è stata l’esperienza esistenziale più forte della mia vita. Margaret mi ha regalato questo testo venticinque anni fa. È diventato un fantasma che vive accanto a me. Quando andavo in giro da solo con lo spettacolo prendevo treni, alberghi, città: la solitudine dell’artista che poi la sera mette in scena un disgraziato che per me è un principe”.
Dice di essere rimasto molto colpito dal caso dei genitori naturalisti in Abruzzo a cui sono stati tolti i tre figli: “Sì, mi ha molto colpito quella vicenda. È inaudito e vergognoso togliere i figli a due persone perché hanno fatto una scelta di vita diversa. Non sto parlando di ideologie estreme: parlo di persone illuminate con cui si può essere d’accordo o meno, ma a cui non era stato torto un capello. I bambini erano felici. Vivevano nei boschi in Abruzzo, non nel Chiantishire. E i servizi sociali decidono che o vivi così o te li tolgono. È un episodio zorresco”. Ragiona: “Il potere si esercita in tanti strati. Lo vediamo nell’immigrazione: è un fatto esistenziale, non un problema da risolvere. L’uomo si è alzato sulle due gambe, ha attraversato l’Europa cercando cibo e sole. È partito nero ed è arrivato bianco. La politica dovrebbe sistemare, ma spesso guasta. E senza le regole della politica come viviamo?”. “Loro sono andati nel bosco, gli hanno chiuso casa perché non c’erano le utenze. Ma non era stato fatto del male a quei bambini. E qui nasce l’inquisizione dei poteri di mezzo. La maggior parte dei problemi del mondo è irrisolvibile. Fa parte dell’esistenza”.
Torna alla figura del clochard come rivelatore: “Io ho amici ricchi che mi sembrano dei clochard, così preoccupati di difendere il modello della loro vita che non si godono niente. E poi c’è quello che gli dai una mela e gode come un bambino africano. Quel personaggio è una figura principesca”.
Prepara un film a quattro mani con Margaret Mazzantini (il titolo provvisorio è Regina): “Questo film l’ha scritto Margaret da sola. Abbiamo deciso di firmare insieme la regia, ma davvero insieme. Lei ha girato anche delle scene mentre io ero qui a Torino. Margaret ha sempre fatto i film con me: questa è solo un’ufficializzazione. Io non avrei mai fatto il regista se lei non avesse scritto quei libri. Per noi è naturale, non vediamo più la differenza”. E aggiunge il capitolo dei set osservati negli anni: “Ho conosciuto tantissimi set dove serpeggiava l’odio, un odio potente, fra colleghi, fra registi e attori. Altro che grande famiglia del cinema. Per questo oggi, lavorare con chi ti ama, è una cosa di una sensualità unica. È raro. È prezioso”.
La loro è una regia estesa, condivisa: “Poi arrivano pure i figli. È una regia a dodici mani. Un pianoforte lunghissimo. E per me è la soddisfazione più grande, perché non devo guardarmi le spalle da nessuno. Non mi sono mai sentito secondo al regista, ma nemmeno primo. Ognuno fa il proprio mestiere e io ho sempre lavorato per l’opera”. “Io non metto bocca sulla scrittura di Margaret perché la sua scrittura ha già dentro il montaggio. Ma averla sul set è esaltante, perché allora cambia tutto. È un gioco serissimo: la lavatrice che doveva essere in una stanza la devi mettere nell’altra, e riscrivi tutto. Il film lo monteremo noi, con molta umiltà, ma è una materia che ci appartiene”. Ribadisce, sempre, la gratitudine: “Fare un film è un privilegio. Avere qualcuno che ti dà dei soldi per farlo è un privilegio enorme”.