Tedesco di cittadinanza spagnola, Daniel Bruhl è tra gli attori europei che più lavorano a Hollywood, e ha un ottimo rapporto anche con l’Italia, complice anche l’essere un formidabile poliglotta: descrive il modo in cui convivono nella sua mente le lingue che ha abitato: “A volte nei sogni cambio lingua, a volte sogno maiorchino perché vivo da tanti anni in Spagna, ma molto spesso sogno in tedesco, che è la mia base, e quando passo tempo in Inghilterra o negli Stati Uniti la testa va automaticamente all’inglese. È un dono dei miei genitori, ci hanno cresciuti circondati da lingue e culture”.
Capace di spaziare tra cinema d’autore e blockbuster, Bruhl è stato protagonista di un ottimo esordio da regista, Next door, e progetta la seconda volta dietro la macchina da presa sotto il segno del tennis e di Il giardino dei Finzi-Contini di Vittorio De Sica.
Next door, girato nel 2021, era una sorta di dramma da camera, il nuov…
Tedesco di cittadinanza spagnola, Daniel Bruhl è tra gli attori europei che più lavorano a Hollywood, e ha un ottimo rapporto anche con l’Italia, complice anche l’essere un formidabile poliglotta: descrive il modo in cui convivono nella sua mente le lingue che ha abitato: “A volte nei sogni cambio lingua, a volte sogno maiorchino perché vivo da tanti anni in Spagna, ma molto spesso sogno in tedesco, che è la mia base, e quando passo tempo in Inghilterra o negli Stati Uniti la testa va automaticamente all’inglese. È un dono dei miei genitori, ci hanno cresciuti circondati da lingue e culture”.
Capace di spaziare tra cinema d’autore e blockbuster, Bruhl è stato protagonista di un ottimo esordio da regista, Next door, e progetta la seconda volta dietro la macchina da presa sotto il segno del tennis e di Il giardino dei Finzi-Contini di Vittorio De Sica.
Next door, girato nel 2021, era una sorta di dramma da camera, il nuovo film è invece ambientato nel tennis degli anni Trenta: un progetto ampio, storicamente e politicamente denso, incentrato sulla figura di Gottfried von Cramm, interpretato da Felix Kamara, con la stessa squadra tecnica di Niente di nuovo sul fronte Occidentale.
Il barone Gottfried Alexander Maximilian Walter Kurt von Cramm è stato un tennista tedesco famoso per la sua condotta da gentiluomo e il fair play che gli fece guadagnare il rispetto anche di grandi avversari come Fred Perry e Don Budge. Segretamente omosessuale, dovette giocare, dalla ascesa del Nazismo, in condizioni di grande stress in un'epoca in cui gli omosessuali, nella Germania nazista, erano perseguitati e deportati. In carriera vinse 45 titoli, tra cui due Internazionali di Francia e fu numero uno al mondo.
“È un film sul tennis ma non solo, è un commento politico, è anche una storia d’amore, ed è una sfida enorme perché il mio primo film era quasi un kammerspiel e qui invece c’è un intero periodo storico da ricostruire. Ho rivisto I giardini dei Finzi-Contini, che per me è stato un riferimento importante, e ho cercato di vedere quanti più film sul tennis”. L’amore per questo sport è autentico: “Sono con Alcaraz, ma Sinner è incredibile, un gigante nei modi e nel talento. Federer, Djokovic e Nadal sono modelli di resistenza. Vivendo a Maiorca ho incontrato Carlos Moya, spero di conoscere Nadal per prepararmi meglio, e parlerò anche con Boris Becker. Open di Agassi è uno dei libri migliori mai scritti sul tennis”.
La passione automobilistica - è stato protagonista di Rush – è dovuta all’essere stato allevato da un padre documentarista che lavorò su Enzo Ferrari. “Da bambino ero circondato da modellini rossi e, anche se tedesco, ero ossessionato da Ferrari. Interpretare e sedermi nelle auto originali è stato un piacere enorme”.
Rivedere Claude Lelouch a Torino gli ha riportato alla mente Rendez-vous: “Guardavo quel corto per motivarmi durante Rush”. Sul cinema europeo esprime un senso forte di appartenenza. “Mi rende fiero essere europeo. Gli americani hanno bisogno delle nostre storie. Il nostro cinema ha una ricchezza che viene dalla storia, dalle lingue, dai nostri immaginari: francese, tedesco, spagnolo, inglese, dell’Est.” Con Ruben Östlund riflette spesso su come riportare i giovani in sala: “Bisogna essere originali, genuini, sorprendenti. È lo stesso principio per cui Rosalia nella musica riesce a parlare a tutti pur restando unica. Ruben è un maestro nel cambiare tono e nel sorprendere”.
Il racconto si fa più intimo quando parla di Karl Lagerfeld. “Interpretarlo è stato un dono. L’ho incontrato una sola volta: affascinante, spiritoso. Dietro gli occhiali vidi occhi teneri e vulnerabili. Ho capito che costruiva una maschera ma lasciava filtrare qualcosa. Volevo farlo solo in francese, con accento tedesco. Se il progetto fosse arrivato da Germania o America non l’avrei fatto: dovevo tornare a Parigi ed essere quel giovane che vuole conquistare la città”.
Si affronta poi il tema del lavoro sul set, tra fatica e metodo. “Non credo che si debba soffrire per creare arte, ma credo nel lavoro duro. Con Ruben è stato faticosissimo: molte riprese, una profondità enorme. Lui è un amico, ma sul set è il capo. Quello che non sopporto è la pigrizia: attori o registi che arrivano senza preparazione. E non serve creare paura: gli attori diventano come cavalli spaventati e non funziona”.
Aggiunge un desiderio: “Ho lavorato con attori italiani straordinari. Vorrei molto lavorare con Sergio Castellitto, lo ammiro”. Infine, la politica, il tempo, il modo di raccontare il presente. “È tutto diventato più rigido e imprevedibile. Bisogna raccontare conflitti senza tempo, così un film resta vivo. Niente di nuovo sul fronte Occidentale funziona perché Remarque è modernissimo e purtroppo l’orrore della guerra resta attuale”. E sulla trasmissione di tutto questo ai figli confessa: “Non so come spiegherò loro cosa sta succedendo. Da giovane il mondo sembrava più leggibile. Oggi tutto cambia prima ancora che tu riesca a capirlo”.