L’intervista a Caterina Murino è al telefono, in sottofondo si sentono i vagiti teneri del “bambolotto”, così lo chiama lei, il figlio che tiene tra le braccia mentre si racconta tra vita e cinema. L’occasione è Natale senza Babbo, commedia natalizia di Stefano Cipani: c’è un romano Santa Clause, Alessandro Gassmann che entra in crisi e scompare, mentre la moglie Luisa Ranieri cerca di salvare la magica fabbrica dei regali. Murino ha il doppio ruolo della Befana e della Strega Sabrina, una è la tradizionale vegliarda bitorzoluta, l’altra un’ammaliatrice con tanto di assistente toy-boy. Il film (che ha nel cast anche Diego Abatantuono, Francesco Centorame, Valentina Romani e Angela Finocchiaro, Michela Andreozzi, che ho ha scritto), su Prime Video.
Come è diventata la Befana?
“La verità è che io lo sono sempre un po’ stata. Ringrazio Cattleya, Colorado e Amazon perché mi hanno scelta per un ruolo così divergente rispetto a quelli che ho fatto finora. Come si diventa Befana? Prima di tutto grazie a trucco e costumi: sono stati geniali nel creare una figura che sembra uscita direttamente dalla leggenda. Hanno costruito strati e strati di stoffe, scarpe rotte, il fazzoletto in testa, la fuliggine sul viso… quando mi guardavo allo specchio vedevo davvero una Befana come la immaginiamo da bambini. Poi ho dovuto cercare la sua voce, il modo in cui le trema la mano, il passo un po’ più pesante, la sua “cattiveria buona” Sabrina è più nelle mie corde, più vicina ai personaggi che ho già interpretato. La Befana invece è stata una vera scoperta: mi ha permesso di giocare, di esagerare, di tirare fuori una parte di me da “stronzetta”, e quella che fa ridere, sorprende”.
Da bambina aspettava di più la Befana o Babbo Natale?
“Da me arrivavano tutti: la Befana, Babbo Natale e anche Gesù Bambino. Tra i regali più belli che ho ricevuto c’è il libro La piccola fiammiferaia. Devo ringraziare i miei genitori, che mi hanno fatto credere alla sua esistenza per tanto tempo. Poi sono andata in Francia, e lì ho scoperto che la Befana semplicemente non esiste. Io spero davvero che, con questo film, la mia Befana possa cominciare a girare anche un po’ per il mondo… ma soprattutto che continui a vivere forte in Italia”.
E Babbo Natale, fino a quando ci ha creduto?
“Intorno ai quattro anni un’amichetta mi disse che Babbo Natale non esisteva e che erano i genitori a portare i regali. Ma il giorno esatto del trauma l’ho rimosso. Evidentemente è stato troppo doloroso: so solo che a un certo punto quella magia si è incrinata”.
Che momento è questo della sua vita?
“È un momento bellissimo. Ho un ruolo al cinema che amo, sto lavorando a teatro con La vedova scaltra, che è uno spettacolo che adoro, è appena nato questo ‘bambolotto’ e il Natale sta arrivando. Vengo da anni che non sono stati semplici, sia sul piano personale che professionale, quindi vivere un anno così pieno di cose belle mi fa solo dire: grazie. Grazie alla vita e al cielo, davvero”.
Caterina Murino a teatro ne "La vedova scaltra"
C’è stato un tempo in cui non avrebbe mai immaginato di riuscire ad avere tutto quello che ha oggi?
“Una marea di volte. La mia vita, come quella di tante persone, è fatta di alti e bassi. Dal punto di vista personale, come molti sanno, avere questo bambino è stato complicato: lo desideravo da otto anni. Otto anni sono lunghi, soprattutto quando ogni tentativo che fai sembra finire in un vicolo cieco. In quei periodi, oltre al dolore fisico e psicologico dei percorsi di fertilità, c’è anche la fragilità del nostro mestiere: visto da fuori sembra tutto privilegiato, ma in realtà ci sono mesi, a volte sei, otto, anche dodici, in cui semplicemente non lavori. È difficile non farsi prendere dall’ansia. Ho scoperto di essere incinta poco prima della Befana del 2025: davvero il mio regalo della Befana. Dopo anni di tentativi, medici, speranze e delusioni, quel test positivo è stato un miracolo. E oggi, quando lo guardo, penso che tutto quel dolore, in qualche modo, ha avuto un senso.”
Dopo averlo aspettato per così tanti anni, che madre è?
“Non sono così chioccia come magari si potrebbe immaginare. Non sono il tipo che dice ‘nessuno può toccare il mio bambino’. Certo, sono attenta, ma non ho quella gelosia morbosa. Sono molto fortunata perché sto vivendo questa maternità con mia mamma accanto: è con me e mi aiuta tantissimo, e questo cambia molto le cose. Non lascerei mio figlio a una baby-sitter totalmente sconosciuta, questo no, però le persone di cui mi fido, gli amici, i colleghi, lo possono prendere in braccio, stare con lui. Non li guardo con l’ansia negli occhi”.
Molte donne si sono immedesimate nella sua storia. So che le hanno scritto in tante.
“Sì, ed è impressionante perché, in grande maggioranza, erano italiane. Da un lato questo mi ha fatto piacere: sapere che quello che ho raccontato ha dato a qualcuno un po’ di speranza, o almeno la sensazione di non essere sola, è importante. Dall’altro lato mi ha molto rattristata, perché tantissime di loro lamentavano proprio ciò che ho vissuto anch’io: una grande mancanza di empatia da parte di molti medici. Capisco che la loro professione sia durissima, capisco perfino la freddezza degli oncologi che ogni giorno devono fare i conti con la morte. Ma qui parliamo di percorsi legati alla vita, al tentativo di crearla. E trovarsi davanti persone freddissime, distaccate, che ti liquidano quasi come un numero, è devastante. Io ho avuto la fortuna di incontrare un ginecologo straordinario, un medico anziano con un’enorme esperienza e, soprattutto, una grande umanità. È stato l’unico che è riuscito a farmi avere il mio bambino, ma anche l’unico a cui sentivo di poter affidare il mio dolore senza sentirmi giudicata o ridicolizzata. Vorrei che tanti altri medici capissero che l’empatia non manda nessuno al manicomio: al contrario, rende il loro lavoro più completo”.
Che vita immaginava per sé, prima di diventare attrice?
“Io volevo fare il medico, il pediatra. Era proprio il mio sogno: aiutare i bambini, stare dalla parte dei più fragili. La vita però ha scelto altro, perché non sono riuscita a entrare a medicina. All’epoca mi è sembrata una sconfitta enorme, ma col tempo ho capito che era un cambio di rotta. In un certo senso, però, quel desiderio non è andato del tutto perso: ho continuato ad aiutare i bambini in Africa con organizzazioni umanitarie, quindi il filo che mi legava a quella vocazione non si è spezzato. Non è la stessa cosa che visitare un bambino in ospedale, ma è comunque un modo per essere utile. La vita a volte ti chiude una porta, ma te ne apre un’altra che non avevi previsto. L’importante è avere il coraggio di vedere quella porta e attraversarla”.
Miss Italia è stato uno spartiacque?
“Sì, è stato sicuramente uno snodo. Sono arrivata quinta, e da lì si è aperto un mondo che non avevo preventivato. Le strade della vita ti portano dove devi andare, anche quando tu ti incaponisci su un’altra direzione. Ho conosciuto colleghi che hanno insistito per anni per fare gli attori e alla fine ce l’hanno fatta; io, al contrario, a un certo punto ho capito che la medicina non era più il mio percorso. Bisogna essere sinceri con sé stessi: se la vita ti sta indicando chiaramente un’altra strada, continuare a sbattere la testa contro un muro è solo una perdita di tempo e di energie.”
Che ricordo ha dell’esperienza come Letterina a “Passaparola “con Gerry Scotti?
“Ricordo che sia Gerry Scotti che Claudio Lippi sono stati adorabili con me: due signori con la S maiuscola. Non rinnego per niente quell’esperienza, ma non era il mio posto. Non sono una ballerina, e lì non si ballava davvero, si stava più che altro in scena in modo figurativo. Io mi sentivo il cervello in frigorifero: non era un lavoro creativo, non costruivo nulla, non raccontavo nulla. Avevamo un contratto di cinque mesi e, visto il grande successo del programma, proposero di allungare di un altro mese. Io fui la prima a dire di no. Avevo iniziato ad andare a Londra per fare la modella e lì mi sono innamorata del teatro. A Londra ho capito che quello che volevo davvero era lavorare in teatro, imparare, crescere come attrice, non restare ferma in un ruolo puramente decorativo. È stato un passaggio importante: mi ha fatto capire cosa non volevo diventare”.
Che ricordi ha di Dino Risi e di “Le ragazze di Miss Italia”?
“È stato un regalo gigantesco. Avevo appena finito la scuola di teatro, stavo cercando di capire come entrare nel cinema, e mi sono ritrovata davanti Dino Risi. Mi diede delle pagine e mi mandò a studiare per quindici minuti. Feci il provino, e lui disse alla sua assistente voglio lei. Lei ricordò per il mio ruolo c’era un’altra ma lui disse, “cambia, prendiamo lei’. Quello è stato il suo ultimo film, e per me resta un privilegio enorme essere stata scelta da lui. Era un signore meraviglioso, pieno di racconti su decenni di cinema italiano. Sul set lo ascoltavo parlare e avevo la sensazione di essere stata adottata, per un attimo, dalla storia del nostro cinema. Da lì in poi, certo, anche il curriculum ha avuto un peso diverso: avere ‘un film con Dino Risi’ scritto sopra ti apre delle porte, e io gliene sarò sempre grata”.
A livello internazionale, l’ingresso nel mondo di James Bond con “Casino Royale” è avvenuto nel capitolo forse più amato dell’era Craig. Che cosa ha significato per lei?
“Puoi fare tanti film nella vita, ma ci sono progetti che diventano pietre miliari, non solo per il pubblico ma anche per chi li fa. Casino Royale per me è stato questo. La storia di come ci sono arrivata è surreale. All’epoca stavo girando una serie in Argentina, a Buenos Aires. Il mio agente inglese mi chiamò dicendo che c’era un provino importantissimo con un cast internazionale, ma io avevo tre mesi di lavoro laggiù e gli dissi che non potevo muovermi. Tornata, iniziai a preparare un film su Eleonora d’Arborea, la ‘regina di Sardegna’, una produzione piccola, con budget ridotto. Non c’erano soldi per un addestramento serio a cavallo, così un mio amico stuntman, Massimo Reale, che nel film interpretava mio fratello, mi propose di portarmi lui il giorno prima delle riprese per provare il cavallo, Caronte. Che però mi ha disarcionata e sono finita in ospedale. Non sentivo più le gambe, ero praticamente paralizzata. Mi fecero tutti gli esami possibili e immaginabili, ma non trovavano nulla. Mi dicevano: ‘forse tornerà a camminare tra quattro mesi’. Io intanto avevo delle scariche elettriche fortissime e non riuscivo a muovermi. Chiamai il mio agente e gli dissi che non sarei potuta andare al provino. Lui cancellò. Il giorno dopo arrivò mia madre da Cagliari a Roma. Entrò in casa, mi guardò e disse: “Ah, ma sei ancora viva!”. Per lei, visto il volo che avevo fatto, il fatto che fossi viva era già una vittoria. Le dissi del provino cancellato e lei: “No, tu li richiami e ci vai”. Mi ha lavata, fatto vestire con una tuta da ginnastica, messo le scarpe e portata all’appuntamento. Io ero stremata, dopata di antidolorifici, avevo un solo desiderio: tornare a casa. Recitai lo stesso la scena, non so neanche come. Quando finii, cercai di alzarmi e uscire. E la direttrice mi richiamò: “Caterina, ma tu sai andare a cavallo?”. A quel punto scoppierei quasi a ridere: non risposi nemmeno. Me ne andai. Un mese dopo andai a Parigi, da un osteopata che mi rimise letteralmente in piedi. Poco dopo mi chiamarono da Londra: avevo avuto il ruolo. Solo allora lessi per intero il copione e vidi che il personaggio aveva scene a cavallo. Sul set, grazie alla produzione, ho potuto superare quella paura. La scena iconica a cavallo sulla spiaggia è nata anche da quell’incastro di destino”.
Che ricordo ha di Daniel Craig in quel momento, al suo primo Bond?
“Era un Daniel molto diverso da quello di oggi, era l’inizio di tutto. Il primo Bond della sua era. C’era la pressione del mondo addosso: non tutti erano convinti della scelta e lui lo sapeva benissimo. Io l’ho trovato perfetto fin dal primo giorno. Daniel ha portato qualcosa che gli altri Bond non avevano mai davvero avuto: un’umanità profonda. Fino ad allora, il personaggio era stato spesso trattato quasi come un fumetto: elegante, invincibile, sempre un po’ sopra le righe ma intoccabile. Con lui, improvvisamente, Bond ha cominciato ad ammaccarsi, a soffrire, a mostrare crepe. Credo che questa vulnerabilità sia quello che ha conquistato il pubblico. Io non ero una grande fan dei film di Bond, lo ammetto. Ma l’era Craig l’ho amata molto, proprio per questa dimensione più umana”.
Nel corso della carriera ha incontrato tanti attori e registi. Che cosa le è rimasto di quegli incontri?
“Chi salverà le rose? è uno dei film a cui sono più legata, perché è stata un’esperienza umana, prima ancora che professionale. Era una storia delicatissima, piena d’amore, di fine di vita, di non detti familiari, e averla vissuta accanto a due giganti come Lando Buzzanca e Carlo Delle Piane è stato un privilegio enorme”.
Che cosa direbbe oggi alla giovane Caterina Murino?
“Le direi di fidarsi della vita. Quando siamo giovani pensiamo di poter controllare tutto: il percorso di studi, la carriera, la famiglia, il tempo giusto per ogni cosa. Poi la vita arriva e ti dimostra che non è così. A volte hai fortuna, a volte no. A volte una porta ti si chiude in faccia, ma è solo perché devi imboccarne un’altra. L’unica cosa che mi sento di dire alla me stessa di allora è: “Abbi fede”. E sete di vita, di curiosità, di amore, di lavoro fatto bene. Se mantieni quella sete, la vita, prima o poi, ti porta dove devi essere”.